Il mito del Re Mida.

by / mercoledì, 18 ottobre 2017 / Published in Il blog, Miti e Leggende

Mida, in greco antico Μίδας, secondo alcuni studiosi Midas fu un re frigio vissuto nel II millennio a.C., di conseguenza prima della guerra di Troia, secondo altri va identificato con Mita, il personaggio storico della fine dell’VIII secolo a.C., che fu re dei Moschi, abitanti dell’Anatolia occidentale. Personaggio storico o meno, quello che rimane delle sue gesta sono i vari miti che lo circondano e che in realtà rilevano due grandi difetti dell’essere umano: l’avidità, rispetto ai soldi e al potere; l’arroganza e la presunzione, verso la conoscenza. In gioventù visse in Macedonia come re di Pessinunte sul monte Bermion, finché non fu adottato da Gordio, re della Frigia e dalla Dea Cibele, sia a lui sia a Gordio fu attribuita la fondazione della capitale frigia ovvero Gordio. Fondò la città frigia di Midea, mentre lo storico Pausania lo vede come fondatore della città di Ancyra, l’attuale Ankara. A un certo punto l’oracolo della Frigia vide in lui la capacità di far terminare tutti i conflitti interni che sconvolgevano quei territori, spodestò Gordio e lo elesse re. Mida, durante il suo regno, cercò di liberare l’Anatolia e l’Assiria dai Cimmeri, questi ultimi, però prevalsero e Strabone racconta che il re si tolse la vita bevendo il sangue dei tori, mentre Gordio fu arso vivo. Mida sposò la figlia di Agamennone di Cuma, Eolia, da quest’unione molteplici figli, tra cui: Ancuro; Litierse, il mitico “Mietitore demoniaco degli uomini”; Zoe, la vita. Un bel giorno, secondo quanto narra Publio Ovidio Nasone ne “Le metamorfosi”, Dioniso aveva perso le tracce del suo caro amico e istitutore Sileno, il vecchio satiro si era fermato a bere del buon vino, ne tracannò talmente tanto che a un certo si ritrovò a vagare, ubriaco per i boschi, senza sapere dove fosse. Dopo tanto girovagare fu visto da due contadini frigi, i quali lo portarono immediatamente al cospetto di Mida. Il re, seguace delle dottrine dionisiache riconobbe subito Sileno, fece indire grandi feste e lo trattò con il rispetto dovuto. Fu ospitato nella reggia per dieci giorni e dieci notti mentre il satiro intratteneva, con racconti e canzoni, il re e tutti i suoi ospiti. In un’altra versione del mito, Sileno ubriaco vagò fino a giungere nel giardino di rose di Mida, il quale, ovviamente, lo riconobbe subito. L’undicesimo giorno, dopo i festeggiamenti, Mida riaccompagnò personalmente il satiro da Dioniso in Lidia. Il Dio fu felicissimo, aveva ritrovato il suo caro amico creduto morto, tanta era la gioia che promise a Mida di esaudire un suo desiderio, qualunque fosse stato. Qui entra in gioco l’avidità umana, Mida, preso dalla bramosia di ricchezza e di potere, chiese a Dioniso il “Grande” dono di poter trasformare in oro qualsiasi cosa avesse toccato, senza nessuna eccezione. Ben presto si sarebbe accorto che la sua avidità gli aveva giocato un brutto scherzo. Il re fu accontentato, Mida felice e baldanzoso, per il dono ricevuto, intraprese il cammino che lo avrebbe riportato alla sua reggia. Durante il tragitto cominciò a toccare varie cose, voleva provare il suo potere, staccò un rametto da un leccio e felice lo vide trasformarsi in oro così come un sasso, una zolla di terra e poi ancora un frutto e un raccolto di grano, mentre si lavava le mani, vide scintillare l’acqua che scorreva tra le sue palme, sempre più appagato, cominciò a immaginarsi circondato solo da oro. La gioia, però, ebbe vita breve, presto si accorse che quello che aveva ricevuto non era un dono ma, una maledizione. All’avido re gli si aprirono gli occhi quando il cibo che toccava, per portarselo alla bocca, diveniva oro nelle sue mani. Fu solo allora che capì dove lo aveva portato il suo desiderio di ricchezza, non poteva più nutrirsi, era condannato a morire di fame e di sete. Mida fu costretto, umilmente, a rivolgersi a Dioniso, pregando e scongiurando il Dio affinché sì riprendesse quel dono, prima tanto desiderato e poi tanto odiato. Dioniso, che naturalmente sapeva che quel momento sarebbe giunto, s’impietosì alle preghiere e al pentimento del re, gli diede delle precise istruzioni per liberarsi da quel “Dono”. Mida si doveva bagnare nelle acque del fiume Pattolo, che sgorgavano dal monte Tmolo, le quali avrebbero avuto l’effetto di cancellare ogni traccia di quel potere, ovviamente il re obbedì e poté tornare a nutrirsi, da quel giorno, secondo la leggenda, il corso d’acqua divenne ricco d’oro. Il mito ci narra che le disavventure di Mita non terminano qui, né tantomeno mancherà una nuova punizione divina, entrerà in gioco, a pieno titolo, la presunzione e la boria umana. Un giorno il Dio Pan era sul monte Tmolo intento, come suo solito, a suonare, in quel momento il Dio suonò talmente bene da riuscire a meravigliare se stesso e decise di sfidare Apollo, quest’ultimo scesa dall’olimpo per accettare la sfida, erano entrambi convinti di saper suonare benissimo. A giudicare la gara fu chiamato lo stesso Tmolo, il Dio del monte, secondo un’altra versione l’arbitro fu re Mida. Per primo si esibì Pan convinto che nessuna armonia potesse superare le melodiose e dolci note che egli riusciva a emanare dal suo flauto. Poi venne la volta di Apollo, egli iniziò a suonare la sua lira, decorata di gemme e d’avorio, e come d’incanto ogni cosa sembrò fermarsi ad ascoltare quelle note. Il Dio Tmolo, non ebbe neppure la più piccola esitazione e assegnò la vittoria ad Apollo, non solo, lo stesso Pan, inebriato da quella musica celestiale, s’inchinò a tanta grazia e armonia. Mida, che stava passando su quei terreni, si fermò per assistere all’esibizione, al termine della quale, con tono perentorio disse che il vincitore doveva essere Pan, nell’altra versione il re assegnò direttamente la vittoria a Pan. Sia nell’una sia nell’altra versione, Apollo si adirò notevolmente, la suscettibilità degli Dei è nota, decise così di punire l’arroganza di Mida. Apollo disse a Mida che si era fatto ingannare dalle proprie orecchie e si divertì trasformandole, all’istante, in quelle di un asino, al re non rimase altro da fare che nasconderle sotto un ampio copricapo. La cosa, però, non fu per nulla semplice, un bel paio di orecchie d’asino non potevano certamente rimanere nascoste al barbiere reale. Il re ordinò, al suo barbiere, di non rivelare mai a nessuno la sua deformità altrimenti lo avrebbe fatto uccidere immediatamente e senza ripensamenti. Questi, però, che per paura non rivelò il segreto del re ad anima viva, non riusciva più a trattenersi, doveva in qualche modo liberarsi di quella notizia riservata. Pensò bene di confidare quel segreto che lo tormentava alla terra stessa, si recò presso uno stagno, ivi scavò una buca e chinandosi sopra di essa, bisbigliò nel suo interno che Mida aveva le orecchie d’asino e subito dopo la ricoprì. Così si allontanò felice, convinto di essersi tolto quell’enorme peso senza parlarne ad anima viva, ma, si sa che gli Dei riescono a essere vendicativi fino in fondo. Apollo non perse l’occasione ed ecco che all’improvviso, per prodigio divino, su quella buca che il barbiere aveva repentinamente chiuso, nacquero delle canne. A ogni alito di vento quella vegetazione ripeteva, sussurrando, le parole del barbiere: “Re Mida ha le orecchie d’asino!” Se pur flebile quel bisbiglio giungeva fino alla città e alla reggia, così tutti seppero il segreto che nascondeva Mida e la vendetta del Dio si completò. Storicamente il nome “Mida” si trova su iscrizioni frigie e assire, è in questo modo che furono chiamati alcuni sovrani di quel regno che fu fiorente nell’VIII secolo a.C. e che fu chiamato Frigia. Questo nome, che tra i sovrani frigi, lo si trova alternato a quello di Gordio, dovrebbe corrispondere a quello dell’ultimo re della dinastia, Mida fu quello che si tolse la vita dopo la perdita del regno per l’invasione dei Cimmeri. Infine una piccola curiosità, per così dire, archeologica, nel 1957 fu scoperta, a cinquantatré metri di profondità, sotto l’antica Gordio, una tomba, alcuni studiosi presumono che potrebbe trattarsi di quella di Mida. Quel ritrovamento è però, ancor oggi, solo un’incognita. 

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