Il Mausoleo di Cecilia Metella.

by / venerdì, 27 Gennaio 2017 / Published in Archeologia1, Il blog

La Tomba di Cecilia Metella, uno dei più famosi monumenti funerari di Roma, è ormai un simbolo dell’Appia Antica, il mausoleo si trova vicino al terzo miglio della via consolare romana, forse più nota, l’Appia appunto. Fa bella vista di sé dal ciglio di una collinetta, subito dopo l’impianto realizzato dall’imperatore Massenzio che comprende il circo, la villa e il sepolcro del figlio Valerio Romolo. L’abate Antonio Coppi, un presbitero, uno storico e un archeologo italiano, così descrive, nel 1855 la posizione della tomba: “Fuori dell’attuale porta di san Sebastiano, distante quasi un miglio dall’antica Capena, ai lati della via Appia sono orti e vigne. Quindi percorse quasi due miglia incominciano deserti latifondi dell’agro romano, e sono i seguenti: Capo di Bove, Statuario, volgarmente Roma Vecchia; Statuario, o sia Santa Maria Nuova; Casal Rotondo; Barbuta, Selcia, Fiorano, Palombara. La prima tenuta esistente sulla via Appia ai confini delle vigne è Capo di Bove. Così fu denominata dai bucrani detti volgarmente Capi di Bove, che servono di ornamento al sepolcro di Cecilia Metella ivi esistente. Veggonsi similmente nella medesima gli avanzi di un circo denominato un tempo volgarmente di Caracalla, ed ora di Romulo figlio di Massenzio”. Da: “Memorie relative ad alcune tenute dell’Agro romano adiacenti alla via Appia”. Non esistono notizie su Cecilia Metella se non quelle che si possono leggere sulla grande iscrizione funeraria murata, nella parte alta del mausoleo, sulla quale è inciso: “CAECILIAE Q(UINTI) CRETICI F(ILIAE) METELLAE CRASSI”, che in italiano “A Cecilia Metella, f(iglia) di Q(uinto) Cretico [e moglie] di Crasso”. Da cui si può dedurre che sicuramente Cecilia era figlia Quinto Cecilio Metello, che fu console nel 69 a.C. e che riuscì a conquistare, l’isola di Creta tra il 68 a.C. e il 65 a.C., da ciò denominato Cretico. Fu anche moglie di Marco Licinio Crasso, che era un governatore e un questore, ma era anche il figlio maggiore di Marco Licinio Crasso, che fece parte, con Cesare e Pompeo, del primo triunvirato. Il rango della famiglia era quindi molto elevato e questo dovrebbe spigare, secondo molti storici, la costruzione della tomba sopra un rilievo che permetteva la vista della stessa anche da molto lontano. Un’altra prova della grande importanza della famiglia è evidenziata dalla lapide stessa, scritta in maniera molto sintetica, ma ciò era sufficiente per ricordare ai passanti il livello sociale della defunta. Tutto questo, insieme alle scene di guerra che accompagnano l’epigrafe, porta, però, a pensare che il mausoleo più che a commemorare Cecilia, servisse per celebrare l’importanza, le glorie e il potere delle famiglie. Ciò non deve meravigliare, siamo nella seconda metà del I secolo a.C., un periodo di grandi lotte e anche una tomba poteva servire a mettere in risalto l’imponente autorità di una dinastia.

  • La Tomba di Cecilia Metella. In origine il monumento era costituito da un massiccio basamento quadrato in calcestruzzo, alto circa sette metri, completamente rivestito di travertino che fu tolto e usato per altri scopi in età rinascimentale. Sopra al basamento si erige il tamburo, cilindrico, che conteneva la camera funeraria, le dimensioni di questo corpo, in origine, erano di circa trenta metri di diametro per un’altezza di circa undici metri. Il tamburo, rivestito di travertino bugnato liscio, tuttora in loco, presenta un fregio di marmo decorato con ghirlande e bucrani. I bucrani sono ornamenti architettonici, all’epoca spesso usati, a forma di cranio di bue, è da notare che proprio da questi fregi deriva il nome della località oggi nota come “Capo di Bove”. Non c’è dato sapere come, a causa dei rimaneggiamenti e rifacimenti che si sono succeduti nelle epoche successive, fosse esattamente la copertura, è presumibile che il cilindro terminasse con una piccola cupola o una sorta di cono, come evidenzierebbe un anello di blocchi di travertino ancora visibile. Si può aggiungere a questo che il monumento, nell’XI secolo, era definito “Monumentum peczutum” ovvero “Monumento appuntito”, anche questa indicazione avvalorerebbe l’ipotesi che il monumento terminasse nel modo sopra descritto. D’altra parte, alcuni studiosi sono convinti, che il tamburo fosse sormontato da un tumulo di terra, ricoperto di vegetazione, di forma conica, proprio come all’epoca si usava fare, un esempio classico di ciò era il mausoleo di Augusto. Sopra l’iscrizione il fregio era interrotto da un altorilievo, parzialmente ancor oggi visibile, che raffigurava un trofeo di armi: un elmo con due scudi, e un barbaro prigioniero con le mani legate dietro la schiena. E’ possibile vedere anche una piccola parte di un panneggio che potrebbe indicare la presenza di un’altra figura, andata ormai perduta. Si può ipotizzare, sempre tenendo presente il modo operandi dei Romani e alcuni esempi documentati di mausolei, che attorno alla sommità del cilindro si trovasse una merlatura da non confondere, però, con quella che è visibile oggi, che è di periodo medievale. Attraverso un corridoio, con copertura a volta, largo circa due metri e cinquanta centimetri, si raggiunge la cella funeraria, la cosa che colpisce immediatamente è una grossa inferriata posta sul pavimento del corridoio, la quale ci mostra l’esistenza di un corridoio inferiore, della stessa larghezza del primo. La cella, rivestita di laterizi di forma leggermente conica, ha un diametro di circa sei metri e cinquanta centimetri. L’interno prendeva luce da una finestra di forma ellittica posta nella parete di accesso alla cella ed era, così come il corridoio, decorato con stucchi di cui, purtroppo restano pochissime tracce. La finestra, benché visibile è oggi murata e vi è, sul fianco del basamento, una scala non originale costruita nei primi anni del 1900 per raggiungere l’ambiente inferiore, poiché ancora non era stata riscavata la cella che all’epoca era interrata. Purtroppo l’arredo della tomba è andato completamente perduto, non rimane nulla del sarcofago né di eventuali oggetti funerari, il mausoleo fu, nei secoli, varie volte visitato e rimaneggiato.

  • Il Castello Medioevale e il Castrum Caetani. Si può riscontrare, da fonti documentate, che nel IX secolo il monumento apparteneva alla chiesa, la tomba, in un atto del monastero di Subiaco è indicata come il limite del terreno agricolo, appartenente al patrimonio ecclesiastico nella campagna romana. Altri documenti del XII-XIII secolo, continuano a indicare che la proprietà di campi coltivati, della zona, erano di competenza di alcuni monasteri cittadini, anche se sembra, in base ad una bolla papale di Gregorio VII, che la prima fortificazione del monumento avvenne per opera dei Conti di Tuscolo, possessori della villa di Massenzio. L’importanza del sito non diminuì con la decadenza di questa famiglia, anzi il cambiamento più radicale avvenne per opera di Bonifacio VIII, al secolo Benedetto Caetani, il quale riuscì, nel 1299, a impossessarsi della proprietà del monumento e di alcuni terreni della zona, abolendo il decreto di papa Martino V, che impediva ai nobili romani di acquisire terreni intoro la città. Infine fece in modo mettere il tutto nelle mani di Francesco Caetani, cardinale di Santa Maria in Cosmedin. Tra il 1302 e il 1303 fu edificato, a scopo difensivo, il cosiddetto “Castrum Caetani”, con mura rinforzate da torri e un palazzo signorile addossato alla tomba, oggi parzialmente conservato. Il mausoleo fu inglobato come torrione del palazzo, il cilindro della tomba fu innalzato di circa sei metri e cinquanta centimetri con una muratura in peperino e fu cinto da una serie di meli, quelli oggi visibili, a coda di rondine. Il palazzo fu costruito appoggiandolo a un lato della tomba, si tratta di una costruzione, abbastanza ampia, su tre piani, nel tempo i solai sono crollati ma, è possibile ancora vedere le stanze, le finestre, le porte e camminamenti esterni. Quindi nonostante i crolli si può vedere come era strutturato il palazzo, il pianterreno prendeva luce da due finestre bifore, il primo piano presentava due saloni con camino, il primo con vista sulla via Appia, aveva due finestre bifore aperte sulla strada, dall’altro, invece, si poteva ammirare la campagna. Su una parete del primo piano vi sono i resti, appena visibili, di affreschi raffiguranti vasi contenenti fiori, ciò potrebbe testimoniare, insieme al balcone signorile di tufo e marmo, con vista verso la campagna, che l’uso del palazzo era duplice: fortezza e residenza. Sempre dal primo piano si accedeva attraverso una porta, aperta appositamente, nella tomba di Cecilia Metella che era diventata il vero e proprio “Maschio” del Castello. Il Castrum Caetani in realtà era un borgo fortificato, con case per i lavoratori, e una chiesa, il tutto racchiuso in un recinto murario merlato con torri di difesa rettangolari e con merli a coda di rondine, il muro misura circa cento metri sui lati corti e circa duecentoquaranta su quelli, le torri in origine erano sedici, oggi ne sono visibili otto, compreso il mausoleo stesso. In questo modo la via Appia risultava tagliare in due la fortificazione ma, era chiusa da un portone di cui oggi rimangono uno stipite e un accenno d’imposta. Il Castrum Caetani, uno dei più importanti esempi di architettura medioevale vicino a Roma, conserva ancora intatto il suo schema principale.

  • La Chiesa di San Nicola. Difronte il mausoleo di Cecilia Metella, sul lato opposto della via Appia, ma, sempre all’interno del Castrum, fu costruita la chiesa di San Nicola a Capo di Bove, dimostrazione di come nel Medioevo si usava costruire chiese all’interno dei cortili delle fortificazioni. Oggi della chiesa resta in piedi, ben restaurata, la sola struttura muraria ma questo edificio sacro rappresenta, se pur senza copertura e senza arredi, un raro esempio di architettura gotica sacra nella città di Roma. Si tratta di un edificio a navata unica e rettangolare, con facciata liscia da dove, sul lato sinistro, si eleva un piccolo campanile. Il portale è ampio e presenta una decorazione marmorea su mensole di spoglio, sopra l’ingresso si può vedere un oculo. La chiesa prende luce da lunghe e strette finestre monofore, sulle pareti esterne, nei due lati lunghi del rettangolo, sono posti dei contrafforti mentre, all’interno si vedono i resti di archi che poggiano su mensole scolpite e posti in corrispondenza dei contrafforti esterni. Il pavimento originale non è più presente, oggi si cammina sul terreno nudo, l’abside è sporgente e senza aperture, all’interno è poco profonda e delineata da una sottile cornice di arenaria grigia. Probabilmente la copertura doveva essere a travature lignee su costoloni, che suddividevano la spinta del tetto, e archi trasversi.

  • Dopo i Caetani. La fortuna e il potere della famiglia Caetanei non durarono molto, pochi anni dopo la morte di Bonifacio VIII la fortezza passò ai Savelli, i quali ne fecero un loro baluardo. Anche il dominio dei Savelli non durò molto e non fu per nulla tranquillo poiché, nel 1312, Giovanni Savelli si schierò contro Enrico VII a fianco di papa Clemente V, l’imperatore assalì il borgo e lo diete alle fiamme. Alla morte di Enrico VIII si scatenò una cruenta disputa per il possesso della fortezza che alla fine passò ai Colonna. All’inizio del XV secolo la proprietà passò agli Orsini ma era ormai in stato di quasi abbandono, dopodiché divenne proprietà del Senato Romano. Ormai abbandonato iniziarono le attività di spoliazione per il riutilizzo dei materiali, a un cero punto sembra che il castello divenne rifugio per malfattori e per questo che nel 1588 Sisto V decretò la demolizione della fortezza e del sepolcro. Fortunatamente la distruzione fu interrotta per volere del popolo romano e grazie all’intervento del senatore Paolo Lancellotti.

Il sepolcro, come lo vediamo oggi, fu ripristinato da Luigi Canina nel 1836, del periodo Medievale rimane la merlatura e ciò che resta del ballatoio che correva attorno alla sommità del corpo cilindrico. Importanti lavori di scavo e di restauro si eseguirono all’inizio del ventesimo secolo, durante i quali, è stato sistemato tutto il complesso, organizzando i reperti trovati in un piccolo Antiquarium posto nel palazzo che fu dei Caetani.

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