Il Circus Maximus, il Circo Massimo, il più grande stadio della storia.

by / venerdì, 12 aprile 2019 / Published in Archeologia1, Il blog

Per parlare di questa grande struttura costruita dai Romani, si deve partire da un mito o forse due. La tradizione fa risalire la costruzione di quest’opera al VI secolo a.C., per volontà di Tarquinio Prisco, quinto re di Roma, il quale volle una sede per i giochi e per le corse dei cavalli, scelse, come luogo per la struttura, la valle tra i colli Palatino e Aventino. Nella stessa valle in cui, secondo il mito, sarebbe avvenuto il famoso ratto delle Sabine durante i giochi indetti da Romolo in onore del Dio Consos. Dio al quale era affidata la protezione dei raccolti e si venerava con un altare sotterraneo. Il Circo rappresenta il più grande edificio mai costruito dall’uomo dedicato allo spettacolo e al divertimento, si diceva che la tradizione tramanda, che fu fatto costruire dal re Tarquinio Prisco, dopo la bonifica della Valle Murcia. Una cosa è certa, in quegli spazi perfettamente pianeggianti e in prossimità dell’approdo sul Tevere si svolgevano scambi commerciali fin dai tempi più remoti, quindi l’area divenne molto importante, appunto, per il commercio con le altre popolazioni, e ciò, di conseguenza, portò sia attività rituali e religiose, non dimentichiamo l’edificazione dell’Ara massima di Ercole, sia quelle, per così dire, sociali, e quindi giochi e gare. Il più grande edificio per spettacoli mai costruito, certamente, basta dire che era lungo seicento metri per una larghezza di centoquaranta metri, con una capienza di duecentocinquanta mila persone, alcuni studiosi affermano che potesse contenere un numero di persone più alto di quello stimato. A parte la tradizione anche alcuni storici sono convinti che le prime strutture cominciassero a elevarsi all’epoca di Tarquinio Prisco, nei primi anni del VI secolo a.C., si trattava di strutture mobili e in legno, i primi impianti fissi risalirebbero 329 a.C., quando furono costruiti i carceres, cioè una sorta di box dai quali prendevano il via i carri. Nel 170 a.C. restaurate le metae, i segnali intorno ai quali giravano i carri; fu istallato un meccanismo atto a conteggiare i giri, si trattava di sette uova di pietra; in generale, furono collocate varie attrezzature connesse con i giochi. Fu Gaio Giulio Cesare, a partire dal 46 a.C., a renderlo monumentale e far costruire i sedili in muratura dando all’edificio una forma stabile e definitiva. Se consideriamo corrispondente a verità che le prime manifestazioni sportive, qui svolte, risalgono al VI secolo a.C. e considerando che gli ultimi giochi si svolsero nel VI secolo d.C., possiamo dire che il Circo Massimo adempì allo scopo, per cui fu costruito, per oltre mille anni. Ovviamente, nel corso dei secoli subì restauri e modifiche, nel 33 a.C., Agrippa, aggiunse sette delfini di bronzo, da cui sgorgava l’acqua, anch’essi, come le pietre, servivano per il conteggio dei giri. Restaurato dopo un incendio, fu completato da Ottaviano Augusto, il quale fece portare dall’Egitto un obelisco dell’epoca di Ramses II e lo fece disporre, come decoro, nella spina, la prova di ciò la si può vedere su una moneta di Caracalla.

Ora quest’obelisco si può ammirare in piazza del Popolo, dove fu spostato, nel XVI secolo, per volere di papa Sisto V. I restauri continuarono sotto gli imperatori Tiberio e Nerone, Tito nell’81 d.C., al centro del lato corto curvilineo, fece costruire un ingresso monumentale formato da un arco a tre fornici di notevoli dimensioni, infatti, aveva un’ampiezza di diciassette metri per una profondità di quindici metri, con quattro colonne libere alte dieci metri e quattro lesene. Un altro incendio costrinse Domiziano a iniziare nuovi restauri che terminò Traiano, nel 103 d.C., a questo imperatore si devono le strutture con cortina in laterizi, i pochi resti rimasti sono quasi tutti di quest’epoca. Altri restauri avvennero durante i regni di Antonino Pio, Caracalla e Costantino I, nel 357 d.C., fu posto, sempre per adornare la spina, un nuovo obelisco, per volontà di Costanzo II fu portato a Roma dall’Egitto. Quest’obelisco oggi adorna la piazza dietro la basilica di San Giovanni in Laterano, l’ultima gara che si svolse nel Circo Massimo fu organizzata, nel 549 d.C., da Totila, re degli Ostrogoti. Cerchiamo, considerando che, purtroppo, della costruzione è rimasto ben poco, di capire com’erano le strutture del Circo Massimo e quali le sue parti, quello che si vede oggi è in sostanza l’impronta dell’area che occupava. Il Circo Massimo, come tutti gli altri circhi, era delimitato da due lati lunghi, in questo caso misuravano ben seicento metri ciascuno, due corti, di cui uno rettilineo, di centoquaranta metri e uno curvilineo. Come abbiamo detto, le misure erano grandiose, la facciata esterna aveva tre ordini, di cui quello inferiore era ad arcate e aveva un’altezza doppia rispetto agli altri, mentre i due superiori avevano pareti piene con finestre. La cavea si reggeva su delle sostruzioni in muratura, qui vi erano i passaggi e le scale che permettevano di arrivare ai vari settori del circo, agli ambienti di servizio e ad alcune botteghe che erano rivolte verso l’esterno. Inizialmente l’arena era circondata da un canale, un euripo, di circa tre metri di larghezza, che fu presto eliminato per aumentare la capienza del circo che alla fine raggiunse duecentocinquanta mila posti a sedere, perlomeno così affermano testimonianze e studi effettuati. La spina centrale era ricca di decorazioni in essa si potevano ammirare due obelischi, statue, edicole, tempietti, le sette uova, i sette delfini e ovviamente agli estremi vi erano le due mete. I carceres erano dodici, erano posti sul lato corto e rettilineo, quello che guardava verso il Tevere, questi erano disposti in maniera obliqua alla linea di partenza per fa si che nessuna posizione avesse dei vantaggi rispetto alle altre, tutti i concorrenti dovevano avere le stesse possibilità. Inoltre l’apertura dei carceres avveniva simultaneamente, attraverso un meccanismo particolare che permetteva ciò. La cavea, o se preferite per usare un termine da stadio moderno, le gradinate erano suddivise, come sembra che rilevino alcuni studi, in quattro settori, il cui accesso era riservato e deciso in base alle posizioni sociali, le zone erano: ima, media, summa cavea e porticus in summa cavea.

Il grande arco di Tito a tre fornici era al centro del lato corto curvilineo ed era parte del percorso effettuato dalle processioni trionfali. Vi erano sacelli e altari dedicati alle divinità, c’era l’altare consacrato a Murcia, non mancava il Tribunal per i giudici di gara, difronte al quale vi era il palco imperiale a forma di tempio nel quale trovavano posto, oltre ai membri della famiglia imperiale, le statue delle divinità che erano portate in processione. Sembra che nell’area ci fosse anche un tempio dedicato al Dio Sole, mentre l’altare più antico era quello sotterraneo dedicato a Dio Consos. La struttura era parzialmente interrata, poiché la pista e parte della cavea erano più basse della strada esterna, il Circo fu utilizzato per i primi ludi Apollinares, quelli del 212 a.C., indetti dal praetor urbanus, Publio Cornelio Silla. Torniamo all’arco di Tito già accennato, secondo alcune fonti storiche questo non fu il primo a essere costruito, infatti, in età repubblicana ne esisteva già uno voluto da Lucio Stertinio nel 196 a.C., e, nel 68 d.C., Nerone ne fece distruggere un altro. L’arco di Tito fu edificato nell’81 d.C., dedicato a questo imperatore dal senato e dal popolo di Roma, doveva celebrare la vittoria contro i giudei con la conseguente distruzione di Gerusalemme avvenuta del 70 d.C., prima di allora nessuno era riuscito a sottomettere la città, quindi l’impresa fu considerata eccezionale. L’arco era lungo il percorso dei cortei trionfali, la strada cioè che percorrevano i generali e gli imperatori, quando tornavano vincitori e trionfanti dalla guerra, esso partiva dal Campo Marzio, il campo di Marte dio della guerra, entrava nel Circo Massimo, passando sotto l’arco di Tito, proseguiva nella pista, per poi terminare al tempio di Giove Capitolino sul Campidoglio. L’arco oltre a quello detto sopra, presentava capitelli corinzi alti oltre un metro, il fronte era ornato con pannelli e rilievi decorati, fregi erano presenti sulla trabeazione tra l’architrave e la cornice, infine, era sormontato da una quadrica bronzea. Gli ambienti esterni avevano diverse destinazioni d’uso, vi erano scale che permettevano l’accesso ai piani superiori, passaggi che conducevano direttamente alle gratinate, e soprattutto botteghe di generi vari, atte ad accontentare il pubblico il quale, non dimentichiamolo era molto numeroso. Vi erano locande, botteghe che vendevano generi alimentari, magazzini per la conservazione e lo stivaggio delle merci, locali in cui erano accettate le scommesse e persino lupanari per il piacere fisico… La galleria esterna era pavimentata con basoli, vi erano anche due strutture idrauliche. Nel Circo Massimo le gare si svolsero fino al VI secolo d.C., e poi quale sorte toccò a questo grande monumento? Un inesorabile periodo di declino, durante il quale l’area, che era molto vasta, fu adibita a vari usi, alcuni molto particolari, divenne, cava di materiali, cimitero ebraico, campo agricolo, fabbrica, luogo di passaggio dell’acqua Mariana. La nobile famiglia dei Frangipane nel 1145 divennero proprietari della tenuta agricola e fecero costruire la cosiddetta torre della Moletta. La torre tutt’oggi presente fu posta in prossimità dell’arco di Tito, il suo nome deriva dalla presenza di un mulino, che costruito nel XIII secolo affiancò la torre fino agli anni Trenta del Novecento. La torre faceva parte di una struttura difensiva, è a pianta quadrata è subì, nel tempo varie modifiche. Il mulino come riportano alcuni documenti è localizzabile ai piedi della Torre, e sembra appartenesse a Jacopa dei Normanni dei Settesoli, moglie di Graziano Frangipane dei Settesoli, famosa per aver ospitato San Francesco d’Assisi, mentre ci sono documentazioni che parlano di un secondo mulino, nella zona, del XIV secolo, ma perché questi mulini furono costruiti qui? Nel XII secolo, forze per volere di Callisto II a Roma fu edificato un nuovo acquedotto che fu chiamato la Marana o la Marrana più avanti nel tempo fu detto anche la Mariana, il nome deriva da quello della fonte che era nel fundus Maranus, ai piedi dei colli albani. L’acquedotto, quasi tutto all’aperto, portava l’approvvigionamento idrico al Laterano, poi giungeva al Circo Massimo, dove alimentava i mulini e permetteva l’irrigazione degli orti, infine andava a gettarsi nel Tevere vicino alla cloaca massima. Tanto per completezza nel Circo massimo nel 1645 vi fu installato il cimitero israelitico e nel 1852 il gazometro, si trattava del primo impianto per la produzione del gas per l’illuminazione pubblica. Com’era utilizzato il Circo Massimo? Questa era un’area dove si svolgevano molti eventi pubblici che potevano essere di natura politica e sociale, non dimentichiamoci, poi, che qui passavano i cortei dei trionfi, qui avvenivano anche le esecuzioni capitali, le caccie agli animali selvatici e i ludi gladiatori. Ovviamente, l’attrazione principale del Circo, come testimoniano molti mosaici, era la famosa corsa dei cavalli, a cui i Romani erano molto appassionati. La tradizione probabilmente deriva direttamente da alcune feste religiose che prevedevano, fra le altre cerimonie, anche corse di cavalli. Si tratta di tradizioni molto antiche alcune decorazioni, riguardanti l’argomento, sono state ritrovate su delle tombe etrusche. Abbiamo documentazioni che descrivono in maniera precisa lo svolgimento di queste gare, certamente erano una competizione, ma anche uno spettacolo. La manifestazione iniziava con la pompa, cioè il corteo, il quale era aperto dai littori e dai trombettieri, dietro a loro c’era il magistrato, quindi una vera e propria processione che vedeva nelle sue fila aurighi e sacerdoti, infine seguivano le immagini delle divinità, che erano poste su portantine o su carri trainati da cavalli. Il corteo percorreva la pista e girava intono alla spina per poi fermarsi davanti al palco dell’imperatore per i dovuti onori, mentre i duecentocinquanta mila spettatori seduti sugli spalti ammiravano lo spettacolo. I carri erano a due ruote e avevano una struttura leggera in legno, erano trainati da cavalli, nelle gare i destrieri, di solito, erano quattro per cocchio, le famose quadrighe. Alla guida dei carri c’era l’auriga e percorrevano, ovviamente il più velocemente possibile, sette giri di pista, in senso antiorario, girando intorno alle metae poste agli estremi della spina. Le metae erano basi semicircolari dove erano le sette uova sacre ai Dioscuri o Castori e i sette delfini sacri a Nettuno, atti a segnalare agli spettatori il numero dei giri compiuti. È capibile che il momento di difficoltà maggiore era quando i carri giravano ad alta velocità intorno alle metae, quest’andatura, a volte, o forse è meglio dire spesso, faceva ribaltare i carri causando, di frequente, la morte dell’auriga. Le factiones, ossia le squadre erano quattro, ognuna caratterizzata da un proprio colore, i quali erano bianco, rosso, verde e azzurro, l’abbigliamento degli aurighi era particolare, indossavano tuniche corte, con il colore della propria squadra, che stringevano alla vita con delle cinghie, inoltre portavano, sulla testa, una sorta di caschetto. Le redini erano avvolte al petto e con una mano tenevano, con forza, le briglie e nell’atra impugnavano una frusta, infine portavano sempre un pugnale col quale recidere le redini, in caso d’incidente. Che cosa riceveva in premio il vincitore? L’auriga vittorioso riceveva, corone, palme, premi in denaro e veniva, in maniera automatica, osannato dagli spettatori. La coda dei cavalli era tenuta alta da un nodo molto stretto e i finimenti erano decorati con borchie in modo che potessero risplendere alla luce del sole. I cavalli erano talmente presi in considerazione dagli spettatori che divenivano i veri protagonisti dello spettacolo, non a caso i loro nomi erano riportati su lamine di bronzo, nelle coppe, sui mosaici, sui muri, nei bordi delle lampade. Lo spettacolo durava tutta la giornata e le gare erano molteplici tutte iniziavano quando il magistrato, dall’alto della terrazza sopra i carceres, lasciava cadere un fazzoletto o qualcosa di molto simile. Le scommesse tra i sostenitori delle diverse fazioni hanno provocato spesso scontri ferocissimi, a volte con morti tra gli spettatori. Ancora una domanda e non troppo banale sorge spontanea, che rimane oggi della Maestosità del Circo Massimo? Purtroppo pochissimo, il suo marmo fu disperso in tutta Roma e non solo, come tanti altri edifici Romani divenne una cava di materiali, non dimentichiamoci il famoso detto “Ciò che non fecero i barbari fecero i Barberini”. Quello che vediamo oggi è, di fatto, una depressione coperta di erba e brecciolino, gli uni resti archeologici sono quelli che si riferiscono all’emiciclo, il lato corto curvo, sono visibili fornici, scale per i piani superiori e sostruzioni delle gradinate in laterizi, resti databili alle ristrutturazioni e ai restauri voluti da Traiano. Inoltre sono visibili i tre piedistalli delle colonne dei fornici laterali con due basi delle colonne e i piedistalli delle due lesene dell’arco di Tito, sono stati trovati i blocchi in travertino di due piloni e alcuni frammenti dei fusti di colonne scanalate. Gli scavi moderni hanno riportato alla luce grandi frammenti delle decorazioni dell’arco di Tito, frammenti dell’iscrizione, con lettere di bronzo, che era incisa sull’attico, la terrazza su cui poggiava la quadriga bronzea. Interessanti sono i resti delle attività commerciali, mentre in un canale fognario sono state ritrovate un migliaio di monete di bronzo databili per lo più tra il III e IV secolo, alcune parti di una collana o di un bracciale in oro. Notevole è il ritrovamento del fondo di una coppa di vetro, questo perché riporta, decorata, con un filo d’oro, la rappresentazione di un cavallo, di nome Numintor, che strige nella bocca la palma della vittoria. Infine dagli scavi sono anche emerse, una serie di colonne di marmi colorati, da questi resti spicca la torre medioevale dei Frangipane. Per terminare si può dire che alcune parti del Circo Massimo avevano un preciso simbolismo o perlomeno così qualcuno ha visto, non esistono prove certe: le porte dei carceres erano dodici come i segni zodiacali e i mesi dell’anno, i quattro colori delle squadre simboleggiavano le stagioni, le metae rappresentavano i confini dell’Oriente e dell’Occidente, i giri della corsa erano sette come i pianeti e i giorni della settimana, inoltre al Sole, che guidava il carro celeste, erano dedicati i due grandi obelischi egizi.

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