Il Cimitero delle Fontanelle.

by / sabato, 10 novembre 2018 / Published in Il blog, L'Italia che non ti aspetti, Viaggiando .....

Si avete letto bene stiamo parlando di un cimitero, ma perché farlo? Il cimitero delle fontanelle è una delle meraviglie che la città di Napoli ci offre, un luogo emozionante carico di storia e di storie, tante leggende e misteri trapelano da questo vasto ossario. Il Cimitero delle Fontanelle, in napoletano “O campusanto d’e Funtanelle”, è posto nel Rione Sanità, antico quartiere della città di Napoli, al di fuori delle antiche mura e di Porta San Gennaro, in via delle Fontanelle, è chiamato in questo modo per la presenza in un lontano passato di fonti d’acqua. Il cimitero fu collocato in antichissime cave di tufo e nel suo interno sono conservate le ossa di trapassati di oltre quattro secoli comprese le vittime di grandi epidemie, quali il colera e la peste che in tempi remoti imperversarono nella città. Le cave di tufo, di forma trapezoidale, furono scavate sin dal 5000 a.C., perlomeno così hanno confermato studi archeologici e geologici. I primi a estrarre tufo da questo sito furono i Cimmeri, una popolazione misteriosa, che sembra, si stabilì in Campania già dal 10.500 a.C., quindi molto prima dei Greci. Oltretutto si tratta di cavità che in tempi remotissimi erano sotto il livello del mare, ovviamente prima di essere utilizzate per l’estrazione del tufo. In questo luogo troviamo la vita di un popolo tra realtà e leggende, tra profonda devozione e mera superstizione, un’area quasi magica, ma traboccante di sacralità e di tradizione popolare. Le dimensioni di quest’antico cimitero sono veramente mastodontiche, anche se si tratta soltanto di stime, si sviluppa per tremila metri quadrati in un volume delle cavità che si aggira intorno ai trentamila metri cubi. Quest’area fu usata per le sepolture a partire dal 1656, anno in cui a Napoli scoppio una tremenda pestilenza che fece oltre trecentomila vittime, mentre le ultime inumazioni sono del 1836 anno in cui un’epidemia di colera mieté numerosi morti. Nel tempo trovarono qui riposo eterno anche i resti dei defunti cosiddetti provenienti dalle “Terre Sante”, sarebbero le sepolture ipogee delle chiese che furono tolte dai francesi per una sorta di “Bonifica” voluta da Gioacchino Murat. Infine furono trasportati in questo luogo anche resti provenienti da altri siti cittadini o da scavi. E iniziano le leggende, le credenze popolari e un rito popolare, quello cosiddetto delle “Anime pezzentelle“, di cui parleremo più avanti. Per ora iniziamo a parlare di ciò che raccontava il canonico ed etnologo Andrea de Jorio, nel 1851, secondo lui, alla fine del XVIII secolo, vi erano varie persone facoltose che volevano essere seppellite nelle chiese, ma spesso non vi era spazio, e allora i becchini che facevano? Fingevano di aderire alle richieste, lasciate dal defunto, eseguivano la sepoltura nella chiesa intascavano l’eventuale compenso, dopodiché, col favore delle tenebre, riprendevano il defunto e lo portavano appunto nelle cave delle Fontanelle. Leggenda? Realtà? C’è chi crede nella prima ipotesi e chi nella seconda, ma la certezza non credo che ci sarà mai. Uno studioso, o meglio una credenza popolare parla di uno studioso, che con grande pazienza, stimò la quantità di ossa che erano contenute nel cimitero delle fontanelle, e pensò che fossero otto milioni appartenenti a cadaveri del tutto anonimi. Una cosa è certa nel 1870, a causa d’intense piogge, una galleria fu inondata da acqua e le ossa furono trascinate nelle strade del quartiere, i miseri resti furono raccolti e ricomposti nella cava ma, com’è capibile, divenne impossibile determinare a chi appartenessero, fu anche edificato un muro per impedire che si ripetesse l’accaduto, fu costruito un altare, il luogo restò l’ossario della città. Qualcuno riporta che, il Cimitero delle Fontanelle fu utilizzato anche dalla camorra per le proprie riunioni, sembra che in questo sito siano stati decisi molti omicidi. Oggi, pare che, i resti conservati, in questo immane ossario, ammontino a quarantamila ossa di persone, ma qualcuno afferma che sotto l’attuale piano di calpestio ci sono, almeno per quattro metri di profondità, ossa disposte in maniera ordinata, deposte all’epoca. Quattro metri di ossa ben disposte per tutta la superfice delle cave darebbero un numero di sepolture che non riesco neppure a immaginare. Ci saranno veramente? Certo è che la storia parla di ben più di quarantamila sepolture. L’opera di ricomposizione dei resti fu affidata, dal comune di Napoli, al canonico Gaetano Barbati il quale, con l’aiuto del Cardinale Sisto Riario Sforza, coordinò il lavoro dei volontari. Nell’ossario, fino all’ora utilizzato come una sorta di deposito di cadaveri, infatti, sin dalla sua nascita, non fu mai curato, anzi divenne un disordinato deposito di resti, alle ossa fu impartito un ordine ben preciso secondo la tipologia e venne, in qualche modo, organizzata una chiesa provvisoria. Nel 1872 il Cimitero delle Fontanelle fu aperto al pubblico, fu istituita un’Opera di suffragio ai defunti, 1877 fu celebrata la prima manifestazione religiosa alla presenza del Cardinale Sforza che prese parte anche alla processione che seguì il rito. Come si è detto si tratta di tutti resti anonimi, tranne due scheletri e precisamente quello di Filippo Carafa Conte di Cerreto dei Duchi di Maddaloni, morto il 17 luglio 1797 e di Donna Margherita Petrucci nata Azzoni morta il 5 ottobre 1795. I loro resti non si mischiarono agli altri, durante l’inondazione, perché chiusi in bare protette da vetri. Una caratteristica, che poi diede vita a una credenza popolare: il corpo della donna ha la bocca aperta, da qui la leggenda che sia morta soffocata da uno gnocco. In questo cimitero vi si svolgeva un rito molto particolare detto dai napoletani delle “A anime pezzentelle”, tale rito consisteva nell’adozione, sistemazione e cura di un cranio, detto in dialetto “Capuzzella”, a cui corrispondeva un’anima anonima e abbandonata, appunto, “Pezzentella”. In cambio, per intercessione dell’anima, di cui un fedele si prendeva cura, si otteneva protezione. Questo rito, iniziato nel 1884, anno in cui fu terminato il riordino dei resti umani, si diffuse a livello popolare, prese così piede tra la popolazione dei fedeli che arrivò a richiamare arcaiche tradizioni pagane. In definitiva il rito era molto semplice, una persona si prendeva cura di un cranio, in cambio l’anima del defunto lo avrebbe aiutato nei momenti di bisogno, essendo anonime, quelle ossa non erano certamente in clima di santità. Nel cimitero ci sono molteplici urne poste a ringraziamento per le grazie ricevute, spesso al teschio si metteva un rosario intorno, era poggiato su dei tovaglioli di stoffa ricamati, era pulito, lucidato, abbellito con lumini e fiori. Il rito prevedeva processioni che si svolgevano all’interno della cava, durante le quali erano recitate preghiere e litanie, su Internet ne ho trovato il testo di una di queste che sembra sia una delle più popolari: ” Anime sante, anime purganti, // Io son sola e vuie siete tante // Andate avanti al mio Signore // e raccontateci tutti i miei dolori // Prima che s’oscura questa santa giornata // da Dio voglio essere consolata. // Pietoso mio Dio col sangue Tuo redento // a tutte le anime del Purgatorio salutammelle a tutti i momenti, // Eterno Riposo”. Questo rito, però, a un certo punto, non fu più gradito dalle autorità ecclesiastiche, nel 1969 un decreto del Tribunale ecclesiastico vietò il culto individuale delle capuzzelle, permettendo una messa al mese per le anime del purgatorio e un’unica processione nel suo interno che poteva svolgersi ogni 2 novembre, giorno della commemorazione dei defunti, dopo quest’ordinanza l’ossario cadde nell’oblio. Fu in qualche modo risistemato e messo in sicurezza nel 2002, ma, non riaperto e non visitabile se non con permessi speciali, io riuscii a visitarlo proprio in quegli anni, la riapertura al pubblico avvenne nel 2010. Come si è detto il cimitero, o ossario che dir si voglia, occupa l’intera grande cava di tufo, l’ingresso principale all’ossario e posto nella chiesetta di Maria Santissima del Carmine, la quale fu edificata, adiacente alla cava, nel XIX secolo. Il Cimitero è formato da tre mastodontiche gallerie le quali hanno una sezione trapezoidale e un’altezza che varia tra i dieci e i quindici metri. La lunghezza delle gallerie rasenta i cento metri e sono collegate tra di loro tramite vari corridoi laterali, in pratica l’antica cava era scavata sotto una collina tufacea, che è conosciuta col nome di Materdei. Al pari delle basiliche queste gallerie sono chiamate navate, ognuna di esse, ai lati presenta, delle “Corsie” dove sono ammucchiate le ossa dei defunti. Tra le alte caratteristiche, ogni navata ha un proprio nome, quella che entrando vediamo a sinistra e detta dei preti, in essa sono conservate le ossa provenienti dalle cosiddette Terre Sante, come si è detto all’inizio, si tratta di quei resti tolti dalle chiese dopo l’editto di Murat. La navata centrale è detta degli appestati, come il nome stesso dice, qui si trovano depositati i resti delle persone morte nelle varie epidemie, che la città di Napoli a conosciuto, vedi la peste del 1656 o il colera del 1836. Infine la terza e ultima navata, quella di destra, è detta dei pezzentielli, in essa trovarono posto le ossa della povera gente. In particolare in questo cimitero furono traslate le ossa che tornarono alla luce negli anni tra il 1952 e il 1953 durante la sistemazione di via Toledo, nei quartieri spagnoli; Poi, nel 1934, vi furono portati resti ritrovati durante gli scavi fatti accanto al Maschio Angioino e quelli che si trovavano nella cripta della chiesa di San Giuseppe Maggiore che fu demolita in quell’anno, all’interno del Cimitero delle Fontanelle vi sono due lapiti che ricordano l’avvenimento. Una credenza popolare vuole che tra queste ossa vi siano anche quelle di Giacomo Leopardi morto durante il colera del 1836, la storia, però ci dice che il corpo del grande poeta fu posto prima nella cripta e in seguito nell’atrio della chiesa di San Vitale, fino a quando trovò la definitiva sistemazione, nel 1939 fu spostato nella tomba monumentale al parco Vergiliano luogo in cui vi è anche la tomba di Virgilio. Come detto alla fine del XIX secolo fu eretta la piccola chiesa di Maria Santissima del Carmine, ma vi è anche una chiesa interna al cimitero ed è posta nella navata sinistra, in essa fu posta una riproduzione della Grotta di Lourdes, all’interno della quale sono state collocate: la statua della Madonna e quella di Bernadette. All’interno della chiesa vi sono le bare di Filippo Carafa e di sua moglie di cui abbiamo parlato poco fa, vi è anche una cappella che conserva la statua Cristo Deposto, sull’altare maggiore trova posto in grande Crocefisso, mentre, alla sinistra vi è una un presepe con le statue di Maria e Giuseppe a grandezza naturale, infine vi è un grade finestrone sotto il quale vi sono due bare. Cerchiamo di descrivere le tre imponenti navate iniziando da quella dei preti. Qui fu realizzata una cappella per ricordare il canonico Gaetano Barbati e una sua statua fu posta al suo interno. Sempre in questa navata vi è la statua di San Vincenzo Ferrer col tipico abito domenicano bianco e nero, la statua è priva di testa. I Napoletani chiamano questa scultura il “Monacone”. Sul fondo della navata vi sono tre croci che hanno la base composta di teschi, è qui, secondo la credenza popolare, che si riunivano i capi camorra per i giuramenti, l’affiliazione e per emettere le condanne a morte… Credenza popolare?! Sempre secondo la credenza popolare in questa navata è ospitato il teschio forse più famoso, quello detto del capitano, su cui si accentrano varie leggende. Infine vi è il cosiddetto Calvario. La navata degli appestati, quella centrale, e caratterizzata da varie pile di teschi ordinati, sempre secondo le credenze popolari, secondo l’importanza sociale dei defunti, cosa poco probabile, visto e considerato che gli scheletri sono anonimi. Qui vi è una grande cappella che al centro riporta il Sacro Cuore di Gesù e intorno ad esso una grande quantità di femori e tibie. I teschi, per così dire adottati, sono custoditi in teche di marmo e vetro, quasi tutte riportano la scritta: “Per grazia ricevuta”, o qualcosa di similare, insieme a nome, cognome e l’anno di adozione. Chi aveva poche possibilità economiche il teschio lo custodiva in una semplice scatola, almeno una riporta il marchio di una nota marca di biscotti. Su alcune pareti sono ancora visibili le grappiate, ossia i fori usati per salire e scendere nella cava per estrarre il tufo. Non si può terminare l’argomento senza parlare di alcune leggende napoletane che si agirano intorno ad alcune “Capuzzelle”, del resto il Cimitero delle Fontanelle ne raccoglie tante, proprio per il rito che qui si praticava. Cominciamo con la più famosa la Capuzzella cosiddetta del capitano, intorno alla quale aleggiano più leggende, ne riporto tre versioni così come me le hanno raccontate. Una giovane ragazza, molto devota al teschio del capitano, si recava spesso a pregarlo, il fidanzato e futuro promesso sposo, non credeva a tale rito ed era anche geloso delle attenzioni che la donna rivolgeva a quel cranio, fatto sta che un giorno accompagnò la sua futura moglie al Cimitero delle Fontanelle. Appena fu al cospetto del teschio, conficcò un bastone di bambù nell’orbita dell’occhio, cominciò a schernirlo e lo invitò al proprio matrimonio. Al fatidico giorno delle nozze si presentò un uomo con la divisa di carabiniere, lo sposo pensò bene di chiedergli chi fosse, l’uomo gli rispose che lui stesso lo aveva invitato mentre gli accecava un occhio, così dicendo si spogliò. Agli occhi di tutti apparve uno scheletro, a tale vista i due sposi e alcuni invitati morirono sul colpo. Sempre secondo questa versione della leggenda, la coppia fu inumata nel Cimitero delle Fontanelle ai piedi della statua di Gaetano Barbati. La seconda leggenda parte sempre dalla grande devozione di una ragazza verso il teschio del capitano, lei era molto povera e supplicava quel cranio di fargli la grazia affinché trovasse un marito bello e ricco. Le preghiere della giovane furono ascoltate e il giorno delle nozze tra gli invitati girava un uomo vestito da soldato spagnolo che sorrise alla donna facendogli l’occhiolino, il marito geloso gli diede un pugno in pieno volto. Dopo che gli sposi tornarono dal viaggio di nozze la donna si recò al cimitero per ringraziare di nuovo il capitano ma, sorpresa trovò che il teschio presentava un’orbita completamente nera. La terza versione che mi hanno raccontato, in vero non troppo dissimile dalle altre due, narra di un giovane affiliato alla camorra, noto come spergiuro e per la facilità con cui passava da una donna all’altra. Questo giovane un giorno profanò l’ossario portandoci all’interno una ragazza e intrattenendosi con lei, ma a un certo punto sentì una voce, quella del capitano, che iniziò ad ammonirlo e redarguirlo. Il giovane se ne infischiò anzi gli rispose che non aveva paura di un morto e lo sfidò a presentarsi il giorno del suo matrimonio, pensando e credendo che non si sarebbe mai sposato. Le cose però andarono in maniera diversa, a un certo punto il giovane si sposò e non si ricordava neppure ciò che era successo all’interno del cimitero. Durante il pranzo di nozze, tra gli invitati, si aggirava un uomo vestito di nero, alla fine del banchetto gli fu chiesto chi fosse, il personaggio rispose che doveva consegnare un dono agli sposi ma poteva mostrarlo solo a loro due. Gli sposi ricevettero l’uomo in una stanza attigua, solo a questo punto il giovane riconobbe la figura del capitano e ricordò la sfida che gli aveva lanciato, ma fu troppo tardi, Il tenebroso personaggio allungò velocemente le mani verso i due sposi, li toccò con le sue mani infuocate e i giovani morirono immediatamente. Racconti popolari… l’unica cosa certa è che nel 1944 una donna napoletana mise il teschio in questione all’interno di una teca, per grazia ricevuta. Un altro teschio molto venerato fu quello cosiddetto di donna Concetta, o meglio i napoletani preferiscono chiamarlo: “’a capa che suda”. Anche questo cranio è conservato all’interno di una teca, la leggenda narra che una donna di nome Concetta desiderava moltissimo diventare mamma, quindi entrò nel cimitero, si avvicinò a un teschio e iniziò a pregare poi lo accarezzò, la donna partorì un bel bimbo sano e vigoroso. Concetta si recò immediatamente al cimitero per ringraziare il teschio, quando giunse difronte a esso, vide che emanava una forte luce mentre gli altri erano pieni di povere e opachi, la donna adottò il teschio. Il teschio oggi si presenta sempre lucido, probabilmente ciò avviene perché raccoglie meglio l’umidità di questo luogo sotterraneo, ma per i fedeli si tratta del sudore delle anime del Purgatorio. Vi è, poi, il teschio cosiddetto di Fratello Pasquale che secondo la tradizione popolare dava, in sogno i numeri al lotto e la Capa Rossa che appariva in sogno come un postino dai capelli rossi, ma di esempi se ne potrebbero fare tantissimi, i napoletani, devoti di queste storie, ne conoscono moltissimi. Inoltre intorno e vicino ai teschi, o sulle teche che li contengono, si trovano messaggi del tipo: “Io ero ciò che tu sei; tu sarai ciò che io sono”, “Anima bella venitemi in sogno e fatemi sapere come vi chiamate”, “Anima bella fatemi questa grazia, a buon rendere…”, “Fatemi la grazia di farmi uscire la mia serie della cartella Nazionale”, “La famiglia dell’Aviere Lista Ciro trovandosi senza notizie di suo figlio da pochi giorni dopo l’Armistizio e quindi sono otto mesi ed essendo devota di voi aspetta con tanta fede da voi la bella grazia”, le frasi che si possono leggere sono molteplici queste sono solo un piccolo esempio. Ovviamente le scritte più frequenti sono: “Per grazia ricevuta”, “Per devozione”. Secondo una stima fatta dal canonico Andrea de Iorio nel cimitero, nel XIX secolo, furono inumati ottantamila resti umani e ipotizzò che, sotto il piano di calpestio ne fossero stati stipati otto milioni. Misticismo… leggende… credenze popolari napoletane? Voglio terminare con una frase della grande scrittrice Matilde Serao: “Questo guazzabuglio di fede e di errore, di misticismo e di sensualità, questo culto esterno così pagano, questa idolatria, vi spaventano? Vi dolete di queste cose, degne dei selvaggi? E chi ha fatto nulla per la coscienza del popolo napoletano? Quali ammaestramenti, quali parole, quali esempi, si è pensato di dare a questa gente così espansiva, così facile a conquidere, così naturalmente entusiasta? In verità, dalla miseria profonda della sua vita reale, essa non ha avuto altro conforto che nelle illusioni della propria fantasia: e altro rifugio che in Dio”. Anzi voglio aggiungere un’altra frase, non mia, ma che ho letto qualche tempo fa su internet, riferita al culto delle anime pezzentelle, e che sono andato a ricercare: “Queste sono un segno di speranza nella possibilità di un aiuto reciproco tra poveri che scavalca la soglia della morte: poveri sono, infatti, i morti, per il semplice fatto di essere morti e dimenticati, e poveri i vivi che vanno a chieder loro soccorso e fortuna.

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