Il Casino Giustiniani Massimo e l’opera dei Nazareni.

by / sabato, 29 settembre 2018 / Published in Archeologia1, Il blog, Roma Nascosta

Passeggiando nei pressi di via Merulana, a Roma, e precisamente in via Matteo Boiardo al civico sedici, ci s’imbatte in una costruzione decorata con stucchi e parti sottratte a sarcofagi Romani, la qual cosa era molto di moda nel XVI secolo, si tratta di una villa del XVII secolo, Villa Giustiniani al Laterano. Oggi si affaccia su via Boiardo via Berni e via Tasso, ma quando, nel 1605, iniziarono a edificare lo sfarzoso edificio, per volontà del marchese Vincenzo Giustiniani, principe di Bassano e depositario della Camera Apostolica, l’intera villa si estendeva tra le attuali via Merulana, via Tasso, viale Manzoni e piazza San Giovanni in Laterano. “Sul canto dello stradone di s. Giò Laterano, che conduce a S. Maria Maggiore, a mano destra è posta questa Villa, che ha un portone di magnifica architettura di Carlo Lambardi. Il casino è architettata del Borromino, e dentro ad esso, e per la villa sono sparsi molti marmi antichi tanto di statue, e busti, quanto di bassirilievi, tra i quali uno era il più bello, e il più conservato, che ci sia rimasto dall’antichità, è un bassorilievo scolpito intorno ad un gran vaso, collocato in cima ad un viale, e che si trova intagliato nel libro de’ bassirilievi antichi, che si vende nella Calcografia Camerale a Monte Citorio”. In questo modo la villa è descritta da Filippo Titi, nella sua opera: “Descrizione delle Pitture, Sculture e Architetture esposte in Roma”. Ciò che oggi resta è circa un sesto di quello che era in origine, la grande villa, era formata da un contenuto Casino Nobile e da un vasto parco, Vincenzo Giustiniani, immaginò la sua dimora, immersa in un ambiente dal carattere agricolo, come luogo di riposo, d’incontro e sede dove poter esporre parte dell’immensa collezione d’arte che il nobile possedeva. Doveva essere una sorta di residenza di campagna all’interno della città, come in quel periodo era in auge, un’abitazione non molto grande, ma immersa in tanto verde. I lavori di edificazione iniziarono nel 1605 subito dopo che il marchese acquisì dei terreni coltivati a vigna, una nota storica, il nome del nobile genovese era ancora sul portone dell’ingresso nel 1625, anno Santo, oggi il portale dà l’accesso a villa Celimontana, piazza della Navicella, dove fu portato nel 1931. Non si conosce il nome dell’architetto che progettò il casino nobile, alcuni credono che l’edificio sarebbe stato disegnato dal Borromini o da Giovanni Fontana, mentre il maestoso portale nacque da un’idea dia Carlo Lambardi, ma si tratta comunque d’ipotesi se non di fantasie, la cosa che sembra essere certa è che la collezione del marchese che pose in questa villa doveva essere composta di oltre mille pezzi. La villa, quindi, era ricchissima di statue, all’epoca Vincenzo Giustiniani era noto come grande collezionista di opere d’arte. La facciata originale era semplice e sobria, mentre sul lato opposto vi era una loggia a tre arcate, difronte alla quale vi era un piccolo giardino segreto, circondato da muri sui quali trovavano posto otto nicchie che contenevano delle statue. La palazzina fu edificata su due livelli con una galleria al primo piano. Alla morte di Vincenzo i lavori non erano del tutto terminati e non tutte le opere d’arte erano state collocate al posto che gli fu assegnato dal marchese. Il principe Andrea Giustiniani, impreziosì le linee architettoniche del Casino usando alcuni pezzi della collezione, che fece inglobare sulle facciate dell’edificio e anche trasferire nella villa, una settantina di quadri della collezione di famiglia. Il principe ottenne la concessione dell’Acqua Felice e fece realizzare una vasca, la pose davanti a un fondale in muratura con arcate, un effetto scenografico che ricordava le realizzazioni del secolo precedente. Oggi le facciate del Casino, tranne quella posteriore, sono così come le fece abbellire Andrea Giustiniani in occasione del suo matrimonio con Maria Pamphilj, ossia la nipote diretta di papa Innocenzo X. Sulle facciate, troviamo lastre di sarcofagi del II e III secolo d.C., poi ancora alcuni elementi che ottennero unendo parti di lastre di sarcofagi di diversa origine e busti d’imperatori realizzati in epoca contemporanea dei lavori di rifacimento. Oggi possiamo vedere al centro della facciata, sopra il portale, il fronte di un sarcofago del III secolo d.C., sul quale è raffigurato il mito di Achille e Sciro, le quattro finestre laterali presentano due medaglioni incorniciati da corone e due bassorilievi con i miti di Fedra e delle Muse. Infine altri quattro fronti di sarcofagi sono intervallati dalla colomba dei Pamphilj, mentre al centro c’è un balcone sorretto da un’aquila, stemma araldico dei Giustiniani. Tutti questi lavori servivano a rendere più moderno l’edificio e, inoltre, dovevano esaltare la discendenza della famiglia, la quale pretendeva che le sue origini fossero legate all’imperatore Giustiniano. A tale scopo nel 1638 il principe Andrea Giustiniani commissionò, ad Arcangelo Gonnelli, un’opera che evidenziasse tale discendenza. L’artista prese un grande torso di una statua greca di marmo privo di capo e realizzò le parti mancanti, come la testa per la quale si rifece a un ritratto giovanile di Marco Aurelio, il risultato finale fu una statua alta circa quattro metri che raffigurava un eponimo in età giovanile, in altre parole un personaggio, in genere mitico, a cui si attribuiva la fondazione di una città o di una stirpe. L’alba del XVIII secolo vede un progressivo peggioramento delle condizioni finanziarie della casata Giustiniani e con trascorrere del tempo il patrimonio della famiglia si ridusse sempre di più, furono vendute varie proprietà, ma nonostante ciò, i lavori in questa villa continuarono, intorno al 1780 fu realizzato un nuovo portone, restaurato il muro esterno, costruito un piccolo edificio e risistemato il giardino. Nei primissimi anni del XIX secolo la situazione economica della famiglia precipitò e i Giustiniani furono costretti a vendere la proprietà, la acquistò Carlo Massimo, il quale acquisisce anche parte della collezione artistica presente nella villa. Il nuovo proprietario fece apportare alcune modifiche al Casino, il portico del pianterreno fu chiuso, in questo modo si crearono tre sale che davano direttamente sul giardino, alcuni terreni furono lottizzati, anche perché, nel tempo, acquisirono grande valore divenendo edificabili. Per quanto riguarda la collezione delle opere d’arte è oggi dispersa tra vari musei e raccolte private, in loco rimane solo la grande statua dell’artista Arcangelo Gonnelli. Sotto la proprietà dei Massimo, tra il 1817 e il 1829 nelle tre sale, ricavate dalla chiusura del portico, furono eseguiti degli affreschi, a tale compito furono chiamati alcuni pittori appartenenti a una corrente chiamata dei Nazareni. Chi erano e da dove venivano i Nazzareni? Nel primo decennio del XIX secolo alcuni pittori tedeschi stanchi del classicismo cosiddetto accademico, si traferirono a Roma, lo scopo era di formare un gruppo o meglio una comunità dedita all’arte, il nome deriva dal fatto che le loro opere, perlomeno inizialmente traevano ispirazione dalla vita di Cristo. Essi erano: Friedrich Overbeck e Franz Pforr, allievi dell’Accademia di Vienna; Carl Philipp Fohr di Heidelberg; Peter von Cornelius di Düsseldorf; Julius Schnorr von Carolsfeld di Lipsia; Ludwig Vogel e Konrad Hotinger di Zurigo; Josef Winterngerst di Wallerstein; Joseph Sotter. Proponevano un ritorno alle radici della pittura primitiva italiana, quella cioè quella del Beato Angelico, di Filippo Lippi, di Luca Signorelli, del Perugino, e soprattutto del primo Raffaello. Come si è detto, nel 1817 il marchese Carlo Massimo commissionò a questa scuola la serie di affreschi delle tre stanze al pianterreno a cui lavorarono Joseph Anton Koch, Johann Friedrich Overbeck, Philip Veit, Julius Schnorr von Carolsfeld, Peter von Cornelius. La stanza più grande, quella centrale, fu affrescata con le scene ispirate all’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto, quella a sinistra, entrando, fu dedicata alla Divina Commedia di Dante Alighieri, mentre i dipinti dell’altra raffigurano la Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso.

Vedi le foto dell’esterno della Villa.

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Stanza dell’Ariosto: L’Orlando Furioso.

La stanza centrale, quella più grande è dedicata all’Ariosto o per meglio dire, alla sua opera l’Orlando Furioso, qui gli affreschi sono opera di un solo artista, Julius Schnorr von Carolsfeld, il quale iniziò la sua opera nel 1818. Per affrontare il tema nel miglior modo possibile, l’artista studiò e riflesse per lungo tempo nel corso del quale realizzò numerosi di bozzetti, disegni e cartoni preparatori. Le decorazioni, che risultano essere uniformi poiché eseguite da un solo artista, raffigurano: la battaglia tra i Cristiani e i Saraceni, i sei a Lipadusa, la presa di Biserta e l’assedio di Parigi, qui sono molto espliciti i riferimenti all’Incendio di Borgo di Raffaello e ad alcuni personaggi della Cappella Sistina di Michelangelo. Il racconto illustrato prosegue con la pazzia di Orlando, divenuto furioso quando scoprì che la sua amata Angelica in realtà amava Medoro, con Astolfo che ritrovò il senno del paladino sulla luna e Carlo Magno che consacra l’amore tra Bradamante e Ruggiero i quali diedero inizio alla dinastia degli d’Este. In particolare nel soffitto appare Il trionfo di Carlo Magno e dei paladini, Rinaldo in battaglia, Il duello dei sei cavalieri, la battaglia navale di Dudone, la presa di Diserta. Sulle pareti sono raffigurate, la battaglia dei pagani contro Carlo Magno, la loro sconfitta e la vittoria dei Cristiani, su un’altra parete si vede Angelica intenta a incidere, su un albero, il nome del suo amato, Medoro. In un’altra parete sono raffigurati: l’esercito di Agramante che insegue le truppe di Carlo Magno fin fuori le mura di Parigi e l’esercito Cristiano all’interno della città. In una lunetta sono raffigurati vari personaggi e precisamente: Marfisa, Atlante e l’ippogrifo, La Maga Melissa, Alcina e Bradamante. Infine vicino alla finestra compare il dipinto di uno scudo che riporta la firma dell’autore e una data: 1827.

Vedi le foto della stanza dell’Ariosto.

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Stanza del Tasso: La Gerusalemme Liberata.

L’artista che inizia a raffigurare quest’opera letteraria è Friedrich Overbeck ma non portò a termini i lavori, poiché alla morte del marchese, nel 1827, il pittore si considerò sollevato dal contratto e si recò ad Assisi per dipingere la facciata della Porziuncola nella Basilica di Santa Maria degli Angeli. Egli dipinse alcuni episodi e personaggi della Gerusalemme Liberata, sul soffitto della sala troneggia proprio la Gerusalemme Liberata. L’artista riuscì a rappresentare, sulle pareti, l’intero poema, la città occupata dagli “Infedeli” e poi liberata, il tutto contornato dalla presenza e dalle sofferenze amorose di Tancredi e Clorinda, Armida e Rinaldo, Olindo e Sofronia. In sostanza l’artista da poco convertito al cattolicesimo vuole affermare che la salvezza viene solo dalla fede in Cristo. Abbiamo detto che Overbeck lasciò i lavori, al suo posto l’incarico di terminare l’opera fu dato a Joseph von Fuhrich, ma prima di lasciare la scena, il primo artista dipinse le figure del committente, Carlo Massimo, Torquato Tasso e la propria. L’artista che subentrò dipinse le scene che mancavano, a dire il vero erano quelle minori, comunque il pittore pur partendo da propri schemi rispettò i temi che il suo predecessore aveva fissato, aggiunse però le figure dei nuovi proprietari e cioè: Massimiliano Massimo con sua moglie Cristina di Sassonia, i loro due figli Barbara e Vittorio e Giuseppina Massimo Giustiniani, le dipinse tra chi assisteva alla vittoria di Goffredo di Buglione.

Vedi le foto della stanza del Tasso.

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Stanza di Dante: La Divina Commedia.

Quando si entra in questa stanza si rimane colpiti dalla grande precisione dei dettagli, si ha l’impressione di leggere i singoli versi delle cantiche che hanno ispirato queste scene. Inizialmente il progetto fu affidato a Peter Cornelius il quale pensò di dipingere sul soffitto i canti finali del paradiso, ovviamente una sintesi, con Dante e San Bernardo che ammirano il volto di Dio. Improvvisamente, però, nel 1818, l’artista tornò in Germania, ebbe l’incarico di dirigere l’Accademia e di realizzare una serie di lavori. Lasciò unicamente i disegni preparatori per il soffitto, e l’incarico di proseguire l’opera fu dato a due artisti, precisamente Philipp Veit e Joseph Anton Koch. Il primo artista si dedicò al soffitto dipingendo il Paradiso, non si reputò in grado di portare avanti i temi del Purgatorio e dell’inferno. Nelle quattro lunette del soffitto sono appaiono gli otto cieli visitati dal Sommo Poeta e ai personaggi incontrati che ivi incontrò, alzano gli occhi alla volta si ammira l’Empireo con la Santissima Trinità, la Madonna seduta in trono, Dante e San Bernardo. Le pareti dipinte da Koch sono meravigliose, in una, l’artista raffigura tre particolari della prima cantica e precisamente: Dante dormiente, assalito dalle fiere, l’incontro con Virgilio e Dante tra le fiere su un’altra parete vi è la grande figura di Minosse nell’atto di giudicare i dannati, il ritratto del conte Ugolino che morde l’arcivescovo Ruggeri, Dante e Virgilio a cavallo di Gerione. Nella terza e quarta parete l’artista raffigura il Purgatorio con alcune penitenze: la barca della penitenza che trasporta le anime, la porta del Purgatorio, l’Angelo della Penitenza con la spada e le chiavi e l’allegoria dei sette peccati capitali, infine Franz Horny dipinse le ghirlande di frutta e di fiori.

Vedi le foto della stanza di Dante.

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Il piano terra è composto però da sei ambienti tutti con soffitto a botte, i primi tre sono quelli che abbiamo appena descritto e ricavati dalla chiusura del portico gli altre tre non sono visitabili, la proprietà della villa e privata, per aver letto e non visto, il soffitto del salotto, del pianterreno, fu affrescato dal pittore lucchese Domenico Del Frate e vi è raffigurato un carro trionfale tirato da leoni. Nel salotto dovrebbero esserci otto statue di epoca romana, inserite all’interno di nicchie, mente da un’altra stanza si dovrebbe avere una veduta di Santa Maria Maggiore. Infine nell’ultima dovrebbe esserci una piccola scala, che conduce a una vera e propria scala a chiocciola, che porta sia al primo piano sia al sottotetto. Sempre per aver letto, una di queste stanze dovrebbe essere decorata secondo lo stile pompeiano, ovviamente non sono reperibili immagini. La storia recente ci riporta che dall’8 settembre del 1943 i Tedeschi occuparono il Casino Nobile per utilizzarlo come mensa ufficiali, gli stessi graduati che padroneggiavano le, purtroppo note, prigioni della vicina via Tasso. Nel 1944 la villa, ormai molto ridimensionata, tornò ai legittimi proprietari, i quali la vendettero, nel 1947, ai Frati Minori Delegati alla Custodia della Terra Santa. I frati, che tuttora la detengono, costruirono nel 1951 un edificio che in pratica ha assunto la funzione di portico intorno al giardino, il Casino lo lasciarono inalterato così com’era alla fine del XIX secolo. Il fabbricato voluto dai Frati Minori è formato da due ali laterali che vanno a poggiarsi su un porticato retto da colonne, le due ali si uniscono sul fondo in una costruzione semicircolare, in definitiva si è venuto a formare una sorta di grande chiostro. Sui muri del porticato e nel giardino sono state poste una fontana rustica contornata da qualche capitello, altari funerari, frammenti scultorei antichi, quel poco che è rimasto della grande e superba raccolta della famiglia Giustiniani. Infine nel giardino è stata collocata una copia della statua raffigurante l’Imperatore Giustiniano, l’originale fu fatto a pezzi durante la seconda guerra mondiale, la copia fu realizzata usando anche ciò che rimaneva dell’originale. Un’ultima annotazione, anzi due, al piano superiore della Casino si trova una biblioteca, specializzata nelle opere pubblicate dalle Edizioni della Custodia di Terra Santa a Gerusalemme e, sembra, che Carlo Massimo voleva far realizzare una quarta stanza con temi tratti dalle opere del Petrarca, ma non essendo stata mai realizzata, non sapremo mai se ciò era nei desideri del marchese.

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