Il Bosco Sacro di Bomarzo, il Parco dei Mostri.

by / sabato, 16 maggio 2020 / Published in Il blog, L'Italia che non ti aspetti, Viaggiando .....

Cos’è Il Parco dei Mostri, denominato anche Sacro Bosco o Villa delle Meraviglie di Bomarzo? Si tratta di un parco naturale, in provincia di Viterbo, “Abbellito” da varie sculture la maggior parte delle quali ritraggono animali fantastici o mitologici. Ma di chi fu l’idea? Un bel giorno, correva l’anno 1547, il principe Pier Francesco Orsini si svegliò e pensò bene di dedicare un parco a sua moglie, Giulia Farnese. Incaricò per la progettazione e la realizzazione, di quello che chiamerà il “Boschetto”, Pirro Ligorio. Quest’architetto, pittore e antiquario italiano, sovraintese ai lavori che progettò, non si sa con precisione chi realizzò le opere scultoree, ma forse fu Simone Moschino. Nel parco oltre alle statue dei “Mostri” e delle fontane, vi sono architetture impossibili e alcune statue molte particolari, a cui alcuni hanno dato il significato di tappe di un percorso alchemico. Una cosa è certa che questo costituisce un esempio unico di parco, un luogo che non ha nulla a che vedere con i canoni del XVI secolo, un sito che non ha alcuna caratteristica dei giardini all’italiana che all’epoca circondavano le ville dei nobili. Che dire delle iscrizioni che si trovano nel parco? Sembrano messe lì apposta per confondere l’eventuale visitatore: “Voi che pel mondo gite errando vaghi di veder meraviglie alte et stupende venite qua, dove son facce horrende, elefanti, leoni, orchi et draghi.” Oppure è semplicemente una forma artistica, si legge in un’altra iscrizione: “Tu ch’entri qua pon mente parte a parte et dimmi poi se tante maraviglie sien fatte per inganno o pur per arte”. Ci sono forse dei risvolti morali, come si legge su una successiva iscrizione: “Animus quiescendo fit prudentior ergo”. Forse il significato ultimo e descritto su un’iscrizione posta su un pilastro: “Sol per sfogare il core“. Fatto sta che numerosi scienziati, storici e filologi hanno studiato e tentato di spiegare i simboli racchiusi nel parco, hanno persino trovato riferimenti nella letteratura rinascimentale, per esempio: nel Canzoniere di Francesco Petrarca, nell’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto e nei poemi Amadigi e Floridante di Bernardo Tasso, padre di Torquato. Il parco rimase in auge per pochi anni, nel 1585 morì l’ultimo principe Orsini e il parco fu abbandonato. Rimase sepolto nella vegetazione, cresciuta in maniera selvaggia, fino alla seconda metà del XX secolo, quando fu restaurato dalla coppia Giancarlo e Tina Severi Bettini. Alcune statue furono, però, spostate e portate all’interno di un’area più circoscritta. I coniugi coinvolsero nel loro progetto gli abitanti dell’antico borgo di Bomarzo portando lustro a tutti, tanto che, questi ultimi, decisero di seppellire, i loro benefattori, dopo la loro dipartita, nel tempietto interno al parco, che forse ospita anche il sepolcro di Giulia Farnese. In realtà la riscoperta si deve a importati intellettuali e artisti che ne furono affascinati e che riconobbero l’eccezionalità, in qualche modo restituirono al parco la fama che meritava, che, poi, fu valorizzata dai due coniugi Giancarlo e Tina Severi Bettini. Stiamo parlando di personaggi del calibro di: Johann Wolfgang von Goethe, Salvador Dalì, Mario Praz, Maurizio Calvesi, Manuel Mujica Lainez. Il parco occupa una superficie di circa tre ettari in una cornice di conifere e latifoglie, come detto, al suo interno trovano posto un elevato numero di sculture che raffigurano personaggi e animali mitologici di dimensioni variabili. Queste sculture furono realizzate in basalto, pietra che era disponibile all’interno del parco stesso. Vi sono alcuni piccoli edifici che da una parte riprendono il mondo classico, ma che furono costruiti ignorando volutamente le regole prospettiche ed estetiche, vigenti nel XVI secolo. Molte opere erano caratterizzate da iscrizioni a volte misteriose, altre volte enigmatiche, di queste scritte ne sono rimaste solo una parte. È inoltre da evidenziare che le statue, oggi, non hanno la disposizione che fu data loro in origine, tranne che per alcune, tra l’altro documentate, i coniugi Bettini cercarono di “Avvicinarle” creando un percorso più breve, in realtà alcune erano molto più distanti della posizione attuale. Cerchiamo, se pur brevemente, di descrivere le più importanti:

Le Sfingi.

Queste due statue stanno a guardia dell’ingresso, attuale, del parco, le sfingi ricalcano l’aspetto classico, hanno li volto di donna, il corpo di leone e sono prive di ali. Sono poste, accovacciate, su un basamento, ognuno dei quali porta un’iscrizione. Nella prima iscrizione si legge: “Chi con ciglia inarcate et labbra strette non ha per questo loco manco, ammira le famose del mondo moli sette”. In poche parole vuol dire al visitatore che le opere presenti nel parco possono essere paragonabili alle sette meraviglie del mondo antico. La seconda iscrizione recita: “Tu ch’entri qua pon mente parte a parte et dimmi poi se tante meraviglie sien fatte per inganno o pur per arte”. Questa scritta è più enigmatica, chiede al visitatore se le opere presenti e che presto vedrà sono frutto dell’arte o dell’inganno. Nascoste nelle vicinanze delle sfingi, ci sono le raffigurazioni di divinità del bosco.

Il Proteo o Glauco.

Non molto distante dalle sfingi, un po’ spostato dal percorso principale, sorge un grande mostro, che fu identificato come Proteo oppure Glauco. Si tratta di un’enorme maschera antropomorfa scolpita con la bocca spalancata, la scultura fu posta a diretto contatto con il crinale della collina, dando l’impressione, al visitatore, di vedere un mostro che sta emergendo dal terreno e del quale si percepisce solo la testa. Sopra la statua vi è un grande globo terrestre di pietra, con i simboli araldici degli Orsini, a sua volta sormontato da un piccolo castello. Questo mascherone raffigura forse, come alcuni pensano, Proteo, una divinità marina, figlio di Oceano e Teti, capace di mutare forma a suo piacimento. Oppure rappresenta, come altri credono, Glauco il pescatore divenuto uno degli Dei marini, dopo aver mangiato un’erba magica. Qualcuno vede, nell’insieme globo e castello, la simbologia del desiderio degli Orsini di poter gestire le cose della Terra grazie al controllo del sapere. Sulla sinistra di questa scultura, nascosta dalla vegetazione, vi e una piccola cascata.

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Il Mausoleo.

Questo monumento non attira l’occhio del visitatore, è rovesciato e parzialmente distrutto, sembra un semplice masso, ma fu scolpito per riprodurre il frontone di una tomba etrusca trovata a Sovana, una località a poca distanza dal parco. Nella decorazione si distingue una Ninfa marina.

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Ercole e Caco o Lotta tra giganti.

È sicuramente la statua più grande del parco, raffigura la lotta tra due personaggi identificati come Ercole e Caco. Il combattimento tra i due giganti dovrebbe rappresentare l’eterna lotta tra il bene e il male, qui Ercole è raffigurato mentre tiene Caco per i piedi a testa in giù, ma… c’è sempre un ma. Alcuni studiosi affermano che il gruppo raffigura un episodio dell’Orlando Furioso: l’eroe, ormai impazzito per la passione per Angelica, squarta, tenendolo a testa in giù, un pastore che incontra sulla sua strada ostacolandogli il passo. Sotto vi è un’iscrizione: “Se Rodi altier già del suo colosso pur di quest il mio bosco ancho si gloria e per più non poter fo quanto posso”. La scritta rappresenta un parallelismo tra questa gigantesca statua e quelle famosissime dell’isola di Rodi.

Il Gruppo della Tartaruga e dell’Orca.

Proseguendo il cammino s’incontra un gruppo scultoreo formato da una grande tartaruga, sopra il suo carapace vi è la statua di una Nike, conosciuta anche come la Vittoria Alata. Vicino una grande orca, o una balena, sorge dal terreno, chi guarda ha l’impressione che i due animali si fissano negli occhi in maniera reciproca. Classicamente la tartaruga è un simbolo di longevità e stabilità, il gruppo rappresenta l’unione tra la terra e il cielo. Un passaggio di purificazione, in cui la donna alata raffigura la fase finale della trasformazione. C’è chi ha visto nella donna alata Giulia Farnese, e nel gruppo scultoreo la raffigurazione dei pericoli della vita a cui ci si sottrae solo con la prudenza.

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La Fontana di Pegaso.

Si tratta di una grande fontana con al centro la statua di Pegaso, il cavallo alato. Gli esperti scrivono che il cavallo raffigura, umanizzando l’animale, l’istintiva impetuosità e la passionalità che possono essere dominate unicamente dalla volontà spirituale che risiede nell’uomo, qui simboleggiata dalle ali dell’animale. La cosa non mi è del tutto chiara, ma andiamo avanti… vicino a questa fontana vi è una scultura molto particolare, la cosiddetta: “Albero Statua”. Si tratta di un tronco di larice scolpito su un masso.

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Il Ninfeo.

Si tratta di un ambiente che imita i ninfei Greci o Romani, presenta come decorazione gli altorilievi delle tre Grazie e di tre Ninfe. Nella parte bassa del ninfeo appare una scritta giunta a noi, purtroppo, incompleta e sinceramente non si capisce il significato dell’iscrizione, comunque ciò che resta recita: “L’antro la fonte il li….. Et d’ogni oscuro pensier gl…. m… com…

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Venere.

Si tratta di una grande statua della Dea Venere posta su un’altrettanta ampia conchiglia. Sulla Dea si vede un vestito tipico delle matrone romane, ma le fattezze della donna sono classiche della Tuscia. Alcuni studiosi non credono che si tratti di Venere ma di Iside. Accanto a questa statua vi è un altorilievo di un mascherone. Nelle vicinanze è possibile vedere una fontana che presenta decorazioni con figure di delfini.

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Il Teatro.

Basta fare pochi passi dal ninfeo ed eccoci al teatro, realizzato su una base classica, in realtà riproduce solo l’esedra del palcoscenico. Davanti a quest’opera vi è una linea di obelischi con sopra le teste dei vari Dei che prima erano all’ingresso del parco. Anche qui troviamo un’iscrizione, purtroppo non completa: “per simil vanità mi son ac… parmi corto”. Sono state date varie interpretazioni, ma forse il termine vanità fa semplicemente riferimento al fatto che nelle sette nicchie, presenti sulla parete di fondo, furono posti altrettanti specchi. Nei dintorni del teatro furono posti due interessanti cippi, scoperti solo nel 1962, su cui compare un’iscrizione: ”Sol per sfogare il core“. Alcuni studiosi hanno ipotizzato che qui fosse scritta la data dell’inizio dei lavori e la motivazione per cui fu intrapresa tale opera, cioè per la morte di Giulia Farnese, moglie del committente. La realtà, però, ci dice che nel 1552 i lavori erano già iniziati e che Giulia Farnese era ancora viva e vegeta, quindi il significato di questi cippi va cercato in un campo diverso. È probabile, ma non certo, che si tratta di due cippi votivi messi lì alla vigilia della partenza del principe Orsini per la guerra delle Fiandre. In questo caso, i cippi avrebbero un significato di speranza per un rapido ritorno a casa e soprattutto l’auspicio di rientrare sano e salvo.

La Casa Pendente.

Si tratta di una delle maggiori e interessanti attrattive di tutto il parco, è un piccolo edificio di due piani costruito volutamente su un masso inclinato, di conseguenza pendente. L’accesso è dato da un ponticello che collega il piano superiore con l’esterno, ma la particolarità di questa costruzione non si limita solo al fatto della sua pendenza. Infatti, una volta all’interno si resta disorientati, questo perché il pavimento non segue l’andamento dell’edificio stesso, ma pende nel senso opposto. In altre parole il pavimento non forma un angolo di novanta gradi con le pareti, la prospettiva è ingannata e si ha la sensazione di un’imminente perdita dell’equilibrio. Sembrerebbe che questo edificio fu fatto costruire da Giulia Farnese durante la prigionia del marito, che si era recato a combattere nella guerra delle Fiandre. E visto che all’interno del parco fu assegnato un simbolismo a ogni opera, gli studiosi hanno ipotizzato che l’inclinazione della casa rappresenti il rischio della caduta in disgrazia della famiglia a causa della prigionia del principe… Sempre gli esperti sono convinti che l’antico ingresso del parco fosse proprio difronte questo edificio.

La Panca Etrusca.

Si tratta di una panca posta in una nicchia, che riproduce, quasi fedelmente, la forma di un triclinio Romano o Etrusco, sulla quale era, ed è possibile sedersi. Prima di sedersi però è opportuno dare uno sguardo all’interessante e alquanto enigmatica iscrizione: “Voi che pel mondo gite errando, vaghi di veder meraviglie alte e stupende, venite qua dove son facce orrende elefanti, leoni, orsi, orchi e draghi”. Sembra quasi esprimere il significato che il principe Orsini volesse dare a tutto il parco.

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Vaso Cantaro.

Si tratta di un grande vaso decorato con una testa di Gorgone, sul suo significato simbolico gli studiosi hanno pareri discordi, c’è chi crede che rappresenti semplicemente, anche se estremizzata, una tipica iconografia manierista, altri hanno trovato una spiegazione più complessa. Il vaso è messo in relazione con quello che Bacco portò con sé quando scese nell’Ade. Abbastanza vicino a quest’opera, tra i cespugli, si può vedere la scultura di un ariete seduto.

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L’Orco.

Siamo giunti al mostro per antonomasia, la figura più celebre del parco, l’immagine a cui il bosco sacro è associato. Si tratta di un’enorme faccia di pietra scolpita con la bocca aperta, talmente spalancata, che ci si può entrare comodamente, salendo alcuni gradini. E, sorpresa, sorpresa, all’interno troviamo una camera scavata nel tufo, in cui furono poste delle panche e un tavolino, le caratteristiche di quest’opera non terminano qui. A causa della conformazione della struttura scavata nel tufo, in quest’ambiente le voci sono amplificate e distorte, creando, così, un particolare effetto sinistro e spaventoso. Sulla bocca dell’orco vi è una scritta: “Ogni Pensiero vola”. A detta di molti studiosi questa non dovrebbe essere la scritta originale, anche perché su un disegno del 1598 realizzato dal pittore Giovanni Guerra, appare una scritta diversa: Lasciate ogni pensiero voi ch’entrate”. In questo caso è evidente il riferimento all’inferno di Dante Alighieri.

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Il Drago Alato.

Si tratta in realtà di una viverna una creatura leggendaria che è raffigurata come un rettile alato con due zampe, simile a un drago della mitologia occidentale, dal quale differisce per la parte posteriore che è somigliante a un serpente con una coda a uncino. In questa scultura è raffigurato mentre combatte contro tre animali che sembrerebbero essere un cane, un leone e un lupo, ormai non riconoscibili esattamente.

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L’Elefante.

Davanti a questa scultura, per altro maestosa, si ha l’impressione di essere difronte a una scena della guerra punica, della famosa impresa di Annibale. L’animale è raffigurato in assetto di battaglia, con una grande torretta sulla schiena, mentre con la proboscide trattiene un soldato romano, anzi sembra che l’intenzione dell’animale sia di stritolare il malcapitato.

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Cerere.

Cerere la Dea romana dell’agricoltura e delle messi, la leggenda la vuole figlia di Saturno e di Rea, madre di Proserpina. A questa Dea fu dato il merito d’avere insegnato agli uomini i metodi di coltivazione della terra. La scultura raffigura la Dea come una donna mastodontica che ha con sé, sul capo, un canestro colmo di spighe, mentre nelle mani regge una cornucopia e una fiaccola. Vicino a lei compaiono alcune figure boschive.

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Nettuno o Plutone?

Prima di giungere alla fontana del Nettuno, si transita davanti a due file di vasi di pietra, il piazzale dei vasi. Questi grandi vasi presentavano delle iscrizioni oggi quasi del tutto scomparse, su due di questi si legge qualcosa anche se parzialmente. Su uno è scritto: “Fonte non fu tra… a guardia sia delle più strane belve”. Si riferisce forse al drago, all’elefante e all’orco? Nell’altro si legge: “Notte et giorno noi siam qui vigili et pronte a guardar d’ogni ingiuria questa fonte”. Ed eccoci giunti davanti alla grandiosa statua dei Nettuno, il Dio dei mari. In questa scultura è raffigurato sdraiato su un letto d’acqua, la fontana non è più in funzione. Alcuni studiosi hanno ipotizzato che non si tratta di Nettuno ma di Plutone, Dio degli Inferi, questa deduzione deriverebbe dalla vicinanza dell’orco, la sua bocca simboleggerebbe ingresso dell’Ade e da quella di Cerbero custode dell’inferno. A breve distanza da questa fontana troviamo: la scultura di un delfino; la grande statua di una Ninfa che dorme poggiata sul suo braccio, o donna dormiente; l’altorilievo di Giove Ammone; dei sedili con torretta.

L’Echidna, la Furia e i Leoni.

Proseguendo il percorso ci si trova davanti a tre statue che sembrano minacciare e impedire il passaggio al visitatore. L’Echidna: figura della mitologia greca, figlia di Ceto e Forco, è qui rappresentata da una grande statua con corpo di donna e due code di serpente al posto delle gambe. Dovrebbe simboleggiare la vendetta femminile. I leoni: sono due statue di leoni, la leggenda li vuole figli di Echidna, qui son raffigurati accucciati e affiancati. La furia: si tratta di una grande statua di una donna con la coda e le ali di drago qui raffigurata seduta, con le gambe aperte e rivolta verso l’echidna. Proseguendo s’incontrano le statue di due orsi e il cosiddetto piazzale delle Pigne, il nome deriva dalla presenza di sculture a forma di grandi pigne.

Proserpina.

Figura mitologica figlia di Demetra, Cerere per i Romani, divenne sposa di Ade, Plutone, sempre per i Romani. Qui è raffigurata come una donna con le braccia aperte, la caratteristica di questa scultura e che il vestito forma una panca abbastanza ampia, dove ci si può sedere, mentre gli arti superiori hanno funzione di schienale. Nelle vicinanze vi è la statua di Cerbero, il mostruoso cane infernale a tre teste che fu posto a guardia degli inferi.

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Il Tempio.

Quasi isolato ecco che appare, in un prato, un piccolo Tempio costruito circa venti anni dopo il resto del parco. Fu edificato per onorare la moglie del principe Orsini, la principessa Giulia Farnese, si tratta di un tempietto che s’ispira a forme architettoniche di varie epoche. Il frontone, il colonnato e il vestibolo sono di epoca classica, mentre la cupola è di stile rinascimentale. Nell’interno vi è un piccolo ambiente circolare che dovrebbe contenere le spoglie mortali dei coniugi Severi Bettini e forse quelle di Giulia Farnese.

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Prima di uscire una sosta alla cosiddetta rotonda, si tratta di una fontana circolare, dove, in basso sul muro vi è un’iscrizione: “Cedan et memphi e ogni altra meraviglia ch ebbe gia l mondo in pregio al sacro boscho che sol se stesso et null altro somiglia”. Da sopra la rotonda ci si può affacciare sul giardino sottostante. Un breve viaggio in un mondo surreale, una passeggiata tra leggenda e arte, un percorso storia e fantasia… “Voi che pel mondo gite errando, vaghi di veder meraviglie alte e stupende, venite qua dove son facce orrende elefanti, leoni, orsi, orchi e draghi”… Scriveva Bruno Zevi queste belle parole: “A Bomarzo la finzione scenica è travolgente; l’osservatore non può contemplare perché vi è immerso, in un ingranaggio di sensazioni, … capace di confondere le idee, di sopraffare emotivamente, di coinvolgere in un mondo onirico, assurdo, ludico ed edonistico…”. (Bruno Zevi, Barocco Illuminismo, Roma, 1995).

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