I Vestini e la Necropoli di Fossa.

by / mercoledì, 14 settembre 2016 / Published in Archeologia1, Il blog, L'Italia che non ti aspetti, Viaggiando .....

I Vestini erano un popolo italico di lingua osco umbra, il territorio si estendeva tra l’attuale città de L’Aquila, la valle dell’Aterno, sino a arrivare a toccare il Mar Adriatico all’altezza di Penne, l’identità di questa popolazione risale al primo millennio a.C., i loro insediamenti erano fortificati e posti su alture, erano abili nella lavorazione dei metalli, basavano la propria economia sulla pastorizia, sull’agricoltura e sul commercio. Seppellivano i morti in tumuli che all’esterno presentavano una serie di menhir, una loro caratteristica era di inumare i piccoli corpi dei neonati deceduti tra due coppi contrapposti. Durante le guerre Sannitiche combatterono contro Roma, così ci racconta Livio, e furono sconfitti una prima volta nel 325 a.C., fecero un patto di alleanza con i Romani nel 302 a.C., accettando un ruolo palesemente subordinato alla città eterna, riuscendo però a mantenere una certa opportunità di autonomia. Alleandosi, in seguito, con i popoli italici nella guerra Sociale, subirono una seconda sconfitta nell’89 a.C. per mano di Pompeo Strabone. Questo accelerò il processo di romanizzazione di questo popolo che fu inquadrato nelle strutture, sia amministrative sia politiche di Roma. La romanizzazione si completò rapidamente come dimostra la rapida scomparsa della loro lingua a favore del latino, il dialetto vestino è documentato da appena due iscrizioni. I Vestini coniarono monete proprie, del tipo aes grave, cioè monete di bronzo pesante, contrassegnate con le tre lettere VES. Il nome di questa popolazione deriva, come molti studiosi affermano, da una divinità; qui vi sono due scuole di pensiero, c’è chi è convinto che la divinità in questione sia Vesta, dea del focolare e della casa, venerata dalle popolazioni italiche e in seguito dai Romani, e chi invece crede che sia Vestico Dio Umbro della libagione. Altri studiosi sono convinti che il nome derivi da due parole della lingua celtica, Ves che ha il significato di fiume o, più generalmente, acqua e da Tin che equivale a paese, quindi la parola “Vestini” equivarrebbe a “Paese delle acque”. Le città più importanti erano Cutina e Cingilia, ora nel territorio di Civitella Casanova; Aufinum, l’attuale Ofena; Aveia, oggi Fossa; Peltuinum, la moderna Prata d’Ansidonia; Pitinum, oggi Acqualagna; infine Prifernum, l’odierna Forno di Assergi. In età tarda, durante la dominazione Romana, Plinio il Vecchio elenca i Vestini tra le popolazioni della Regio IV Samnium.

La Necropoli di Fossa.

La necropoli è situata in un’area alluvionale sulla sponda est del fiume Aterno, le prime tumulazioni in questa zona dovrebbero risalire tra il IX e l’VIII secolo a.C., quando i Vestini fondarono un villaggio fortificato sul monte Cerro, ne fu continuato l’utilizzo in epoca romana, con lo sviluppo di Aveia, fino I secolo a.C. circa. La scoperta avvenne, come spesso accade, in maniera del tutto casuale pochi anni or sono e precisamente nel 1992 quando iniziarono gli scavi per la costruzione di un capannone industriale, l’area non era sottoposta a vincolo archeologico ed era destinata a zona industriale. La superfice sottoposta a campagna di scavo, da parte della soprintendenza, è di circa tremilacinquecento metri quadrati, in cui sono state ritrovate circa cinquecentocinquanta tombe di natura diversa: tumuli, fosse semplici, fosse con cassone ligneo, tombe a camera, tombe a incinerazione e sepolture di neonati in coppi di laterizio, distribuite tra la prima Età del Ferro e l’Età Romana. Come si accennava prima, questa zona era molto alluvionale e grazie agli interri provocati, i primi cominciarono già nella prima Età del Ferro, dalle esondazioni del fiume Aterno i monumenti funebri rimasero in pratica sigillati. Dopo l’abbandono della necropoli nulla intaccò ne degradò quell’area, per questo motivo, quel giorno dell’estate del 1992 cominciarono a tornare alla luce quelle tombe e quei menhir in perfetto ed eccezionale stato di conservazione, ritrovamenti che rendendo tutta la zona un ineguagliabile, fenomenale e meraviglioso sito archeologico. Gli archeologi hanno diviso in tre fasi il periodo di frequentazione di questa necropoli, questo in base alle tipologie sepolcrali e ai corredi presenti nell’interno delle tombe che rappresentano in maniera distintiva una determinata fase di utilizzo della necropoli.

  • Prima fase: L’Età del Ferro. Questa fase è compresa tra il IX e VIII secolo a.C., è caratterizzata sia dalla sepoltura in “Tombe a Tumuli” sia da quella semplice in fosse lunghe e strette, quest’ultime sono denominate tombe a “Fossa Terragna”. I tumuli furono realizzati agglomerando grossi quantitativi di terra e sassi, a volte ricoperti da pezzi di pietra più o meno grandi. Il diametro dei tumuli varia tra gli otto e i quindici metri con un’eccezione, una tomba è più grande di tutte le altre, presenta un diametro di diciotto metri. Tutti i tumuli hanno all’interno una fossa stretta e lunga in cui era deposto il defunto e il suo corredo funebre, sempre un corpo per tomba. Solitamente nella parte della fossa in cui era deposta la salma, era disposto di un letto di pietre e a volte il defunto stesso era coperto da pietrame, in concreto era una prima protezione per la sepoltura. I corredi funebri sono rituali e ricorrenti, ai piedi del defunto erano posti dei vasi a volte uno, messo in un angolo, era di grandi dimensioni e a sua volte nel suo interno trovava spazio una tazza. Di solito il vasellame era di terracotta ma, a volte, nelle tombe più ricche, erano messi anche vasi di bronzo, questi ultimi erano differenziati a secondo il sesso del defunto. Nelle tombe maschili erano messi una sorta di contenitori usati per il consumo e la cottura della carne, i lebeti; mentre in quelle femminili era facile vedere delle tazzine con manico in lamina sottile. Il vasellame è sempre presente ma la sua diffusione maggiore è nell’VIII secolo e si trattava di oggetti di provenienza, molto probabilmente, Etrusca e Picena. Altri oggetti differenziavano le tombe maschili da quelle femminili, nelle prime erano messi rasoi di forma rettangolare o a semiluna e armi di solito spade corte in ferro con foderi di bronzo; nelle seconde gioielli in materiali vari, collane di bronzo e pasta vitrea, fibule di bronzo e decori in osso, cinturoni con placche di bronzo. I tumuli erano circondati da lastre di pietra conficcate orizzontalmente nel terreno, a formare un recinto, a queste pietre è stato assegnato il nome di “Crepidine”. Nelle sepolture monumentali, appartenenti esclusivamente agli uomini, erano posti dei “Menhir”, in un numero variabile, dall’ingresso del tumulo verso l’esterno, in ordine decrescente e quello più vicino alla tomba era inclinato verso il sepolcro stesso. Varie e fantasiose sono le interpretazioni che sono state date a questa particolare prassi, si sono ipotizzate funzioni astronomiche e di calendario oppure si è supposto un’allegoria della vita dai primi anni, i menhir più piccoli, alla maturità, quelli più grandi e infine la morte, quello inclinato verso la tomba. Certo è che non esiste nessuna prova che possa dare maggior peso a un’ipotesi rispetto a un’altra, quindi restano, se pur affascinanti, soltanto ipotesi.

  • Seconda fase: L’Età Orientalizzante e Arcaica. Questa fase è compresa tra l’VIII e il VI secolo a.C., durante questo periodo si mantiene l’uso dei tumuli, però le loro dimensioni diminuiscono, le tombe hanno sempre un diametro di circa quattro metri. Si usano sempre le crepidine, ma sparisce ogni traccia di menhir e insieme ai tumuli cominciano ad apparire anche semplici tombe a fossa, sembra che siano stati trovati tracce di sarcofagi ricavati semplicemente da tronchi d’albero scavati. I corredi ancora una volta segnano la differenza delle tombe maschili da quelle femminili e mostrano soprattutto le variazioni culturali e di costume col trascorrere del tempo. Nelle tombe maschili, com’è facile immaginare vi sarà sempre la presenza di armi, spesso un pugnale corto con manico, due lance, una mazza ferrata, un coltello con lama semiluna e viene introdotta la spada a lama lunga con elsa a croce. In un’unica tomba, tra quelle scavate, sono stati ritrovati dei dischi, un’arcaica armatura per proteggere il busto del guerriero. In quelle femminili continua la consuetudine di deporre cinturoni con placche di bronzo, pendagli, bracciali, anelli, in definitiva vari tipi gioielli. Un discorso a parte meritano le ceramiche che pur sempre presenti nelle sepolture, subiscono notevoli cambiamenti, infatti, insieme alle lavorazioni dell’artigianato locale sono sempre più presenti opere d’importazione. Nei sepolcri delle persone più facoltose e importanti della società sono stati ritrovati dei bellissimi e raffinatissimi vasi di bucchero Etrusco, tutto il VII a.C. secolo sarà caratterizzato da queste ceramiche. In seguito arrivarono, dal versante tirrenico, oltre il bucchero, altri tipi di ceramica, di colore chiara dipinta con motivi zoomorfi e vegetali, si tratta di vasellame prodotto dagli Etruschi a imitazione di quello di tradizione Corinzia. Nel VI secolo a.C. si perde completamente la tradizione delle sepolture in tumulo e le inumazioni avvenivano con l’uso della tomba a fossa semplice. C’è da tener presente che gli arredi funebri possono essere ricchissimi, ma anche poverissimi o del tutto inesistenti, in questa fase inizia la tradizione, che resterà presente fino alla frequentazione della necropoli, di inumare i neonati tra due coppi di terracotta che poi erano adagiati in piccole fosse ricoperte di terra, il loro corredo funebre era formato da un solo elemento o del tutto mancante.

  • Terza fase: L’Età Ellenistica. Questa fase è compresa tra il IV e il I secolo a.C., ed è caratterizzata da un’ampia diversificazione delle sepolture, compaiono “Tombe a Camera”; “Tombe a Cassone litico”, erano costruite usando lastre di pietra per le pareti; “Tombe a Cassone ligneo”, ormai del tutto perdute, rimangono solo gli elementi di ferro ad esempio gli angoli che andavano a rinforzare quelli lignei; “Tombe Monumentali con segnacolo”; “Tombe Ipogee a Camera”, destinate a più defunti, con pianta quadrangolare e con un corridoio, il “Dromos”, l’ingresso era chiuso con una o due lastre in pietra verticali da qui si accedeva per inumare una nuova salma. Continuano a essere presenti sepolture a fossa semplice e i coppi per l’inumazione dei neonati. Ovviamente anche i corredi funebri subiscono notevoli cambiamenti e semplificazioni, non sono più presenti le armi nelle tombe maschili, in alcune sepolture sono stati rivenuti oggetti di una raffinatezza unica, come dei letti funebri, in legno e cuoio, decorati con placche di osso raffiguranti, volti di Dei ed Eroi, nonché elementi zoomorfi e antropomorfi. Le ceramiche sono ormai quasi tutte d’importazione e si diffondono maggiormente, così come nel resto della penisola italica, quelle a vernice nera. Sono stati ritrovati anche oggetti ludici come dadi da gioco e i pendagli in pasta vitrea sono spesso di provenienza Punica. Nel I secolo a.C. si diffonde sempre di più l’uso dell’incinerazione dei cadaveri, le ceneri sono collocate all’interno di una “Olla”, comunemente coperta da una pietra appiattita, in rare occasioni la pietra è sostituita da un coperchio in ceramica, questo contenitore era poi deposto all’interno della tomba, la tradizione del corredo funebre viene del tutto abbandonata avvicinandosi sempre di più a quello che era il costume Romano.

Anche se può sembrare strano, lo studio della “Città dei Morti” ha permesso di comprendere alcuni aspetti sociali della popolazione vestina che viveva a Fossa prima nei villaggi fortificati di Monte Cerro e in seguito nella città romana di Aveia. In definitiva è descritta la vita di un popolo di montagna dedito alla pastorizia che ha saputo, col trascorrere del tempo, nel bene e nel male, confrontarsi con le culture delle popolazioni preromane e romane. La parte scavata, raramente visitabile, è solo una piccola parte dell’effettiva necropoli, lo si evince semplicemente dalle fotografie aeree che mostrano un’area molto vasta ancora interrata e inerente alla necropoli stessa, per ora vi sono progetti di restauro e mantenimento, nonché l’apertura di un museo che dovrebbe sfruttare lo scheletro di quel capannone la cui costruzione ha portato alla luce questo sito unico in Italia. Se poi si continuerà a scavare potranno tornare visibili molte altre meraviglie e forse ulteriori grandi sorprese.

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