I Sette Re di Roma.

by / sabato, 25 maggio 2019 / Published in Il blog, Miti e Leggende, Senza categoria

I sette re di Roma, ma forse furono otto o più, vedremo poi il perché, in realtà si fa riferimento al periodo regio della città eterna, quello cioè precedente alla Repubblica. La tradizione riporta sette monarchi, tra leggenda e realtà, che avrebbero governato Roma per duecento quarantaquattro anni, dalla sua nascita, che tradizionalmente e fissata il 753 a.C. all’avvento della repubblica nel 509 a.C., quindi una media di trentacinque anni ciascuno. Una monarchia che governò fino a quando, un’insurrezione portò alla nascita della Libera Res Publica, una repubblica ben diversa da quello che oggi intendiamo, si tratta pur sempre di una forma di governo riferita a un periodo storico molto lontano, ancora non si può certo parlare di democrazia. La tradizione riporta la durata del regno di ogni singolo re e precisamente: Romolo dal 753 a.C. al 716 a.C.; Numa Pompilio dal 715 a.C. al 673 a.C.; Tullo Ostilio dal 673 a.C. al 641 a.C.; Anco Marzio dal 640 a.C. 616 a.C.; Tarquinio Prisco dal 616 a.C. al 578 a.C.; Servio Tullio da 578 a.C. al 535 a.C.; Tarquinio il Superbo dal 535 a.C. al 509 a.C.; ma, poi sono esistiti veramente? Tutti gli studiosi concordano che la prima forma di governo di Roma fu la monarchia, che durò perlomeno due secoli, anche se non è possibile determinare con esattezza la lunghezza di questo periodo. Molti storici credono che, non dimentichiamoci che, in quel periodo l’aspettativa di vita fosse molto bassa, i re furono ben più di sette, ma a noi sono giunti i nomi di quelli rimasti impressi nella storia della città, in definitiva ogni re rappresenta un periodo del regno in cui si sono succeduti più di un sovrano. La tradizione vuole che ogni re abbia compiuto una ben precisa riforma, un altro motivo che avvalora il fatto che, ogni re tramandato in realtà rappresenta un periodo in cui regnarono più sovrani. Romolo il fondatore della città, fissò anche le istituzioni civili, Numa Pompilio si dedicò ai fondamenti religiosi, all’epoca fondamentali per la vita di una città, altresì fondamentali furono gli organismi militari riformati da Servio Tullio. Inoltre gli storici tendono a dividere in due periodi la monarchia romana, il primo caratterizzato dai primi quattro re, di origine Latina o Sabina, in cui sia il senato sia le assemblee popolari avevano in ruolo fondamentale nella guida della città. Il secondo periodo sarebbe quello legato agli ultimi tre re, di origine Etrusca, con caratteristiche molto più dittatoriali ed egocentriche. Una certezza c’è ed è quella che quello romano fu un periodo di monarchia non ereditaria, infatti, alla morte di un re, il figlio non ereditava il trono, ma, il successore era eletto dal Senato e dal popolo. È difficile capire quali fossero le prerogative di questi re, gli storici non hanno espresso certezze in materia, alcuni gli attribuiscono funzioni paragonabili a quelle che saranno, poi, quelle dei successivi consoli d’età repubblicana. Mentre altri hanno ipotizzato che il potere supremo fosse del popolo e che il re fosse solo il capo esecutivo, infine c’è chi crede che il sovrano avesse il potere assoluto, e che al Senato e al popolo era attribuito solo un ruolo secondario di controllo. Nessuna certezza… tanti dubbi, le insegne dei re sembrano certe ed erano: dodici fasci littori con asce; la sella curule, ossia sella curulis, era un sedile pieghevole a forma di “X” ornato d’avorio; la toga e le scarpe rosse; il diadema bianco sul capo. Probabilmente il re aveva funzioni legate alla sacralità, poiché rappresentava Roma e i suoi cittadini al cospetto degli Dei, se ciò corrispondesse a verità come conseguenza scaturirebbe il controllo sul calendario. Alla fine del periodo monarchico queste funzioni, comunque, furono assunte nella figura del Rex Sacrorum. Roma probabilmente si sviluppò partendo da un piccolo villaggio sul colle Palatino e inglobando altri sette villaggi che dovrebbero essere conosciuti con i seguenti nomi: Velia, Germalo, Oppio, Celio, Cispio, Fagutale e Subura, anche se non possiamo essere certi che il tutto sia avvenuto per una “Naturale” aggregazione o se furono, man mano, conquistati da quello che era il nucleo centrale. Fatto sta che Roma, per gli oltre i duecento anni del periodo monarchico crebbe continuamente inglobando le culture e le popolazioni vicine, infatti, la città ebbe re di origine Latina, Sabina ed Etrusca. Ecco che spunta l’ottavo re, dopo il famoso ratto delle Sabine, (Vedi articolo dedicato), Romolo regnò, anche se per breve tempo insieme a Tito Tazio, re Sabino, storia, o leggenda? Non potremmo mai saperlo per certo. Dal punto di vista archeologico esistono prove dell’esistenza dei re di Roma, anche se come detto sopra probabilmente non furono soltanto sette. Queste prove non contrastano con ciò che è stato detto sopra, ma neppure lo provano senza alcun dubbio. Le prove archeologiche più importanti sono: il ritrovamento, all’interno del Foro Romano, del famoso cippo che è stato chiamato Lapis Niger, su di esso si può vedere, per due volte, un riferimento all’esistenza di un re sovrano della città. Anche dagli scavi sul Palatino sono riemerse le dimore dei primi re e poi ci sono ritrovamenti di alcuni monumenti riferibili a tale periodo insieme con alcuni edifici pubblici e sacri. Sembra, quindi, che i sette re di Roma siano veramente esistiti forse non proprio quelli che la tradizione ci ha tramandato e probabilmente furono più di sette, forse, forse, forse… tanti forse e poche certezze, comunque la storia di Roma in qualche modo è iniziata tra verità storiche e leggende. Probabilmente l’ipotesi che si avvicina più alla verità è quella, sopra espressa, che lega a ognuno dei sette re un periodo in cui a regnare si successero più sovrani, di cui non c’è giunto in nome. I sette re sarebbero quelli che in qualche modo segnarono un periodo, gli altri regnarono tra un’epoca e quella successiva. Ora vediamo di analizzare chi furono questi sette re, cerchiamo di vedere la loro storia e il loro mito, anche perché intorno a tutti come minimo aleggia un alone di leggenda, sempre se i nomi corrispondono a persone reali.

Romolo.

La tradizione lo tramanda come il mitico fondatore della città, fu Romolo, fu colui che gli impose il nome, che ne fu il primo re, la leggenda lo vuole figlio del Dio Marte e di Rea Silvia, figlia di Numitore, re di Alba Longa, (Vedi l’articolo: La leggenda di Romolo e Remo). Sempre la leggenda narra che Romolo, nel 21 aprile 753 a.C., tracciò il confine sacro della città, ossia il Pomerio e che uccise suo fratello colpevole di aver superato il confine armato. Una città senza cittadini non avrebbe avuto senso. E allora Romolo invitò criminali, schiavi fuggiti, esiliati e altri reietti a unirsi a lui promettendogli diritto d’asilo e immunità. Anche così la città appena fondata non avrebbe avuto futuro, mancavano le donne, quindi ideò quello che fu conosciuto come il ratto delle Sabine, (Vedi articolo dedicato). Questo portò, prima a una guerra e poi a un’alleanza con i Sabini, i quali erano stanziati sul colle Quirinale ed erano governati dal re Tito Tazio, in quale regnò su Roma insieme con Romolo, anche se per breve tempo. La tradizione attribuisce a Romolo la prima divisione sociale della popolazione, la quale fu divisa in tre tribù in base all’etnia, si ebbero: quella dei Ramnes o Ramini, la gente di Romolo; quella dei Tities o Tizi, il popolo di Tito Tazio e quella dei Luceres o Luceri, in cui erano riunite persone di origine Etrusca. Inoltre Romolo fondò la Curia, cioè il Senato formato inizialmente da cento Patres, nominati dal re in cui non rientravano i Luceri, i loro discendenti avrebbero costituito l’élite nobiliare. Inoltre istituì anche i Comizi Curiati, ai quali spettava il compito di ratificare, tra le altre cose, le leggi, divise l’esercito in milites, cioè i fanti, e in celeres, ossia i cavalieri. Infine condusse alcune campagne belliche che lo portarono alla conquista di Fidene e Veio. C’è da aggiungere che ogni tribù era, a sua volta, divisa in curie le quali in caso di necessità dovevano fornire fanti e cavalieri. Fece bonificare l’area del Campidoglio e iniziò la costruzione del Foro, ossia quello spazio su cui si affacciava la Curia, i templi delle divinità maggiori, i mercati e le botteghe degli artigiani, in poche parole il centro politico, religioso ed economico della Città Eterna. Il mito alla fine ci narra che Romolo, dopo quaranta anni di regno, fu rapito in cielo durante un’eclissi mentre infuriava una tempesta, quindi, rispettando i suoi desideri, fu divinizzato nella figura di Quirino, Dio sabino che era venerato sul Quirinale. Quale è però la realtà? Purtroppo non esiste un preciso riferimento storico di questo personaggio, anche se vi è la prova dell’esistenza di un popolo chiamato Gens Romulia, quindi forse “Romolo” fu il capo di questa “Tribù” e che governò per primo sulla città che lui stesso fondò, la quale, per questo, prese il suo nome. Torno a ripetere leggenda o verità Roma in qualche modo da qui è nata per poi arrivare alla conquista, di quasi tutto il mondo all’epoca conosciuto. Romolo mito o verità? Se è vero che ogni leggenda a un fondo di verità…

Numa Pompilio.

La tradizione lo presenta come successore di Romolo e quindi come secondo re della città, Numa Pompilio non salì al trono immediatamente dopo la scomparsa di Romolo, ma i Senatori governarono la città, per un breve periodo, alternandosi ogni dieci giorni. Forse volevano sostituire la monarchia con un’oligarchia, quando, però crebbe il malcontento popolare, causato dalla non efficienza di questo tipo di governo, i Senatori furono costretti a eleggere il nuovo re, era passato un anno dalla morte di Romolo. La tradizione ci narra, anche la scelta del successore di Romolo non fu per nulla semplice, i senatori Romani proponevano Proculo mentre quelli Sabini Velesio. A questo punto i Senatori decisero che quelli Romani avrebbero proposto un nome scelto fra i Sabini e lo stesso, avrebbero fatto quelli Sabini scegliendo un romano. I Romani proposero Numa Pompilio, appartenente alla Gens Pompilia, conosciuto a Roma come uomo pacifico, onesto ed esperto conoscitore di leggi divine, infatti, portava, l’appellativo di Pius. I Sabini accettarono la proposta, ma Numa Pompilio fu restio ad assumere l’incarico, ma dopo che gli auspici degli Dei gli si dimostrarono favorevoli, accettò e fu acclamato re dal popolo romano. Un re Sabino, quindi, che regnò per quarantatré anni, perlomeno cosi tramanda la tradizione, pervenuta sino a noi grazie soprattutto a Tito Livio e a Plutarco, che ne scrisse anche una biografia. La leggenda narra che il progetto di riforma politica e religiosa di Roma attuato da Numa Pompilio non fu farina del proprio sacco, ma gli furono dettate dalla Ninfa Egeria che incontrava nel bosco delle Camene, situato nelle prossimità del Celio. Il re era vedovo e durante queste passeggiate la ninfa s’innamorò di lui tanto da sposarlo, i Romani, nel frattempo avevano accettato il volere divino. La tradizione ci tramanda che il regno di Numa Pompilio fu pacifico, il re non intraprese nessuna campagna bellica, molte furono le riforme e cambiamenti istituzionali che il sovrano portò a termine, le prime furono quelle religiose, i culti cittadini erano amministrati da otto ordini religiosi: i Curiati, i Flamini, i Celeres, le Vestali, gli Auguri, i Salii, i Feziali e i Pontefici. Queste riforme religiose furono raccolte nei Commentarii Numae, testi che, sembra, andarono perduti quando Roma fu invasa e saccheggiata dai Galli. Fuse in maniera equilibrata i culti e le tradizioni dei Romani con quelli dei Sabini residenti a Roma, ridusse il potere delle tribù costituendo le associazioni dei mestieri. Affiancò al sacerdote del culto di Giove, quello dedicato a Marte e quello dedicato al Dio Quirino, dopodiché li riunì in un collegio sacerdotale a cui diede regole ben precise e che passo alla storia come “Collegio dei Flamini”. Siamo solo all’inizio delle sue riforme e innovazioni, diede vita al collegio sacerdotale dei Pontefici, al cui vertice c’era il Pontefice Massimo, il primo fu proprio Numa Pompilio. Il Pontefice Massimo doveva vigilare sulla moralità pubblica, su tutte le regole di carattere sacro e sul collegio delle Vergini Vestali, altra istituzione voluta da sovrano, queste dovevano custodire, all’interno di un tempio, il fuoco sacro della città, la leggenda vuole che le prime quattro furono: Gegania, Verenia, Canuleia e Tarpeia. Fondò il collegio dei guardiani della pace, i Feziali, questi erano magistrati e sacerdoti preposti a risolvere le dispute e i conflitti con le popolazioni confinanti, ma se non riuscivano nell’intento, dovevano proporre la guerra. Formò il collegio dei Salii, questi erano sacerdoti preposti a separare il tempo di guerra da quello di pace, funzione importantissima per l’antica Roma, infatti, segnava, per gli abitanti, il passaggio dallo stato da cives, ossia da cittadini amministrati dalle cariche civili a milites, cioè a soldati soggetti alle leggi militari. Ovviamente per questi passaggi valeva anche il viceversa ed erano applicati a tutti gli uomini in grado di battersi. La tradizione prosegue con l’attribuzione a Numa Pompilio la differenziazione tra proprietà pubblica, indivisibile e quella privata, definendone i confini che furono sacralizzati, dedicati a Jupiter Terminalis e festeggiati nei Terminalia. Fece edificare il tempio di Vesta nel Foro, e la Regia dietro di esso, lungo la via sacra fu eretto il tempio di Giano, le porte del quale restavano chiuse in tempo di pace. Incluse nella città di Roma il colle Quirinale, permise agli schiavi di partecipare, assieme ai loro padroni, ai Saturnalia, cioè alle feste in onore di Saturno, vietò la venerazione d’immagini divine a forma umana o animale perché ritenute sacrileghe. E non finisce qui, scrive Tito Livio nella sua opera Ab Urbe condita: “Atque omnium primum ad cursus lunae in duodecim menses discribit annum; quem quia tricenos dies singulis mensibus luna non explet desuntque sex dies solido anno qui solstitiali circumagitur orbe, intercalariis mensibus interponendis ita dispensavit, ut vicesimo anno ad metam eandem solis unde orsi essent, plenis omnium annorum spatiis dies congruerent. Idem nefastos dies fastosque fecit quia aliquando nihil cum populo agi utile futurum erat”. Ovvero: “E divise l’anno in dodici mesi seguendo prima di tutto il ciclo della Luna; e poiché la Luna non lo completa con i singoli mesi di trenta giorni, ma avanzano sei giorni per un anno intero che completi il ciclo dei solstizi, stabilì di interporre mesi intercalari in modo che nel giro di diciannove anni i giorni, tornando alla stessa posizione del sole dal quale erano partiti, collimassero in pieno con gli anni. Distinse poi i giorni in fasti e nefasti, perché in certi giorni non si dovessero prendere decisioni pubbliche”. Ebbene si a Numa Pompilio fu attribuita anche la riforma del calendario, portando la sua divisione da dieci a dodici mesi, infatti, aggiunse Gennaio, in onore di Giano Bifronte, e Febbraio che furono posti alla fine dell’anno, dopo Dicembre, esso iniziava con il mese di Marzo dedicato a Marte. Fino allora l’anno seguiva il ciclo lunare, i giorni dell’anno passarono da trecento quattro a trecento cinquantacinque, nel calendario vi erano anche le indicazioni dei giorni fasti e nefasti, durante questi ultimi non si doveva prendere alcuna decisione pubblica. Anche nel caso della riforma del calendario fu evidenziato il carattere sacrale di questo cambiamento, infatti, la leggenda vuole che fosse sempre la Ninfa Egeria a consigliare il re. Poiché l’anno basato su trecentocinquanta cinque giorni non era allineato con il ciclo lunare e solare erano effettuate delle compensazioni che erano decise da collegio dei pontefici, quindi ogni tanto era aggiunto un mese, il Mercedonio. La leggenda racconta che durante il regno di Numa Pompilio dal cielo cadde lo scudo di Marte con impresso sopra il destino della città, a quel punto il sovrano ne fece fare undici copie per la venerazione. La tradizione aggiunge che il re morì all’età di ottantatré anni, per malattia, veneranda età, per quell’epoca, poiché l’aspettativa di vita non superava i trent’anni, e fu inumato, non cremato, insieme ai suoi libri sul Gianicolo. Come per Romolo non vi è certezza della reale esistenza di questo personaggio, per alcuni si tratta di una figura simbolica.

Tullo Ostilio.

La tradizione tramanda che Il successore di Numa Pompilio fu Tullio Ostilio, d’indole ben diversa dal suo predecessore, apparteneva alla Gens Hostilia, che faceva parte delle cento Gentes originarie, perlomeno così cita Tito Livio. A un re pacifico e altamente religioso ne successe uno per così dire guerriero, fu eletto dal senato sia perché era di origine Latina sia per suo nonno, Osto Ostilio, il quale combatté con Romolo contro i Sabini. Salito al trono, Tullo Ostilio suddivise le terre che appartennero a Romolo tra i cittadini più poveri, e permise, a chi non aveva un’abitazione di costruirsi una casa sul colle Celio. A lui sono attribuite alme tre vittoriose guerre, contro Alba Longa, distante dodici miglia romane da Roma, va ricordato che un miglio romano corrispondeva a mille passi e cioè a circa un chilometro e quattrocento ottanta metri circa. Conquistò Fidene, distante da Roma diciotto miglia e Veio lontana dalla città solo sei miglia, di fatto era l’espansione di Roma che iniziava, al difuori delle proprie mura. Il fatto storico è la distruzione di Alba Longa, e la leggenda narra che i rapporti fra i Romani e gli abitanti di questa città, si erano guastati per l’insorgere di continue controversie, i rispettivi re si attribuivano colpe reciproche e poiché gli eserciti si equivalevano. Si decise di non continuare la guerra e di risolvere le controverse con un duello fra tre fratelli gemelli rappresentanti i Romani, contro altrettanti esponenti degli Albani, si tratta del mitico duello tra Orazi, per i Romani e i Curiazi, per gli albani. Così come il mito riporta, il duello prese una brutta piega per i Romani, poiché in un primo scontro due dei fratelli Orazi furono uccisi, a quel punto il superstite, in grave inferiorità numerica fece finta di scappare e iniziò a correre, i fratelli Curiazi lo inseguirono, lui girandosi al momento opportuno, riuscì a vincere il duello eliminando gli avversari uno a uno nell’ordine in cui lo raggiungevano. Con questo stratagemma Roma aveva vinto e Alba Longa fu assoggettata, quando, poi, Tullio Ostilio entrò in guerra contro Fidene, Fidenae, gli Albani rifiutarono di collaborare con i romani e gli si schierarono contro, a quel punto il re decise la distruzione della città divenuta nemica. Tullio Ostilio ordinò di annientare Alba Longa, s’impossessò di tutti i suoi tesori e deportò gli abitanti superstiti sul Celio. Il re degli Albani, Mezio Fufezio, fu fatto morire atrocemente, fu legato mani e piedi a quattro quadrighe con cavalli, che, poi partite in direzioni opposte smembrarono il corpo del malcapitato. Alba Longa non fu mai ricostruita nonostante che fosse stata fondamentale per la nascita di Roma, non dimentichiamoci che i famosi gemelli erano figli di Rea Silvia… almeno secondo la leggenda. Tullio Ostilio istituì tutto ciò che riguardava la disciplina militare e l’arte della guerra, fece edificare la Curia Hostilia, il luogo in cui si riunivano i senatori, prima di allora si ritrovavano all’aperto, in quell’area del Foro che in seguito fu utilizzata per i Comizi. Il mito ci narra che dopo trentadue anni di regno passati tra una guerra e l’altra, il re trascurò di omaggiare gli Dei, i quali indignati gettarono una terribile pestilenza sui Romani, che colpì anche il sovrano. Tullio Ostilio a quel punto invocò Giove per la guarigione, il padre degli dei per tutta risposta scagliò un fulmine che arse il re e la sua casa. Dionigi d’Alicarnasso narra una storia diversa, sarebbe stato Anco Marzio, aiutato da alcuni sicari a uccidere il re, per poi raccontare la storia del fulmine.

Anco Marzio.

Morto Tullio Ostilio i cittadini romani dovettero eleggere un nuovo sovrano, visto il precedente, decisero di porre sul trono un re che sarebbe dovuto tornare l’osservanza della religione, si doveva placare l’ira degli Dei. Fu eletto, quindi, Anco Marzio, di stirpe sabina e marito di una figlia di Numa Pompilio, fu l’ultimo re di quest’origine, apparteneva all’antica Gens Marcia. Anche questo sovrano intraprese campagne bellicose, continuò a espandere Roma verso sud, a spese dei Latini, seguitando la guerra già intrapresa dal suo predecessore, conquistò Politorium e deportò i suoi cittadini a Roma. Dopo una lunga guerra riconquistò Medulli, che fu in precedenza colonia romana, ma che, poi, passò nuovamente ai Latini. Sottomise gli abitanti di Tellenae e Ficana, conquistò e saccheggiò nuovamente Fidene, continuò la guerra contro Veio, si scontrò, uscendone vincitore, con i Volsci e respinse dei saccheggiatori Sabini. Ad Anco Marzio è attribuita l’espansione verso il mare, fondò Ostia, alla foce del Tevere, e iniziò importanti scambi commerciali via mare. Anche lui, quindi, fu un guerriero ma, ristabilì le cerimonie religiose istituite da Numa Pompilio, fu Anco Marzio a fissare i riti che dovevano essere seguiti dai Feciali, affinché una guerra mossa contro il nemico riscontrasse il favore degli Dei, in poche parole ristabilì una relazione profonda tra il potere monarchico, la religione e la nascente sacralità romana. Un re che non si limitò alle guerre ma che porto avanti anche una politica urbanistica, fece espandere la città sull’Aventino, che racchiuse all’interno delle mura cittadine e lo popolò con gli abitanti latini deportati a Roma. Inglobò, a Roma il Gianicolo fortificandolo, continuò a espandere la città sul Celio, fece realizzare varie opere, la costruzione della via Ostiense, dove organizzò le saline e costruì una prigione. Dotò Roma del suo primo scalo portuale fluviale sul Tevere, il Porto Tiberino e fece costruire il primo ponte anche se di legno, il Ponte Sublicio. Durante il suo regno le barche cominciarono a risalire il Tevere per portare il sale alle zone interne e lo discendevano con carichi di legno, in questo modo erano aumentati e facilitati gli scambi commerciali con gli Etruschi, si erano, così, stabiliti rapporti d’affari stabili con queste popolazioni. Fece distribuire gratuitamente il sale ai cittadini, cosa molto importante e gradita, considerando che era l’unico prodotto usato per conservare i cibi, a lui si deve la fondazione della plebe. Morì dopo ventiquattro anni di regno di morte naturale.

Tarquinio Prisco.

Premessa, con la salita al trono di Tarquinio Prisco iniziarono centosei anni d’influenza Etrusca, in quel periodo all’apogeo della loro potenza, su Roma che terminò con la cacciata dell’ultimo re di origine Etrusco e l’istaurazione della Repubblica. Lucio Tarquinio Prisco di nascita Etrusca, vide la luce a Tarquinia, ma era di origine Greca, la tradizione riporta che fu adottato dal precedente re Anco Marzio. Era figlio di Demarato, che fuggi da Corinto e si stabilì a Tarquinia, una delle principali città etrusche. Il nostro futuro re portava il nome etrusco di Lucumone ma, per le sue origini, nonostante fosse ricco, non era ben visto dai suoi concittadini e gli erano precluse le cariche pubbliche. Stanco di quest’andamento delle cose decise, su consiglio della ricchissima moglie Tanaquilla, di lasciare Tarquinia per trasferirsi a Roma e cambiò il suo nome in Lucio Tarquinio, in seguito detto Prisco. La leggenda dice che giunto nella città eterna, a bordo di un carro, si fermò sul Gianicolo dove un’aquila gli portò via il copricapo per poi farlo ricadere sulla sua testa, dopo aver fatto un giro in aria. La moglie, che sapeva interpretare i segni divini, vide in quell’episodio la futura grandezza del consorte, fatto sta che questo personaggio si fece notare fin da subito sia per la generosità sia per le proprie qualità. La cosa non sfuggi ad Anco Marzio che dapprima gli offrì la propria amicizia, facendolo entrare tra i suoi consiglieri, in seguito lo adottò e gli affidò la protezione dei figli naturali. Alla morte di Anco Marzio, riuscì a farsi eleggere re dal popolo romano, appena salito al trono dovette difendere Roma in una guerra sferrata dai Sabini, la vinse dopo dei cruenti e sanguinosi combattimenti avvenuti anche all’interno della città, questa vittoria, però, aggiunse territori ai possedimenti di Roma. Dopo questa vittoria, il quinto re romano intraprese una campagna contro popolazioni Latine, distrusse Apiolae, conquistò Collatia, che diventò colonia romana governata dal nipote Egerio, annetté Crustumerium e Nomentum. Entrò in guerra contro una coalizione di Latini ed Etruschi di Chiusi, Arezzo, Volterra, Roselle e Vetulonia, riuscì a vincere anche questa guerra, dopo due feroci battaglie, questa volta, Tarquinio Prisco fu abbastanza generoso infatti i Latini ottennero la pace dopo aver pagato i danni e restituito ciò che avevano depredato. Le guerre, affrontate da questo re, non terminarono qui, gli scontri continuarono, questa volta contro una coalizione di Etruschi e Sabini, fino a che i romani riuscirono a sconfiggerli, con uno stratagemma, i due campi nemici, furono attestati presso Fidene. Ciò comportò una tregua con i Sabini, mentre gli Etruschi erano intenzionati a continuare la guerra. Per ben sette anni andarono avanti gli scontri tra Roma e gli Etruschi di Veio e di Caere fino a un’epica battaglia presso la città sabina di Eretum, che i Romani riuscirono a vincere, ciò comportò la resa totale degli Etruschi e a Tarquinio Prisco furono consegnati i segni del potere delle città vinte. Tarquinio Prisco non fu solo un guerriero, infatti, potenziò la cavalleria dell’esercito aumentandone le centurie, riformò lo stato e grazie ai tesori conquistati in guerra, fece erigere molti monumenti. Come accennato, Tarquinio Prisco, riformò anche lo stato, aumentando il numero dei membri dell’assemblea Centuriata e aumentò il numero dei Senatori, introdusse usanze tipicamente Etrusche, quali i riti sacrificali, la divinizzazione del sovrano, la musica nelle manifestazioni pubbliche, poi ancora le trombe, lo scettro, gli anelli, la trabea, la sella curale, la toga pretesta, le faleree, una sorta di disco decorativo in metallo, i fasci littori, e le asce, tutti oggetti che servivano a ribadire l’autorità del comando. Fu il primo re che celebrò, si presentò al popolo su una quadriga dorata, vestito con una toga ricamata d’oro e una tunica con sopra disegnate foglie di palma. Grazie alle vittorie ottenute contro i popoli confinanti, rifornì le casse dello stato di molto oro, quindi diede il via a varie opere architettoniche, fece costruire nuove mura cittadine. Fece edificare il Circo Massimo (Vedi articolo dedicato), che ovviamente fu modificato nel trascorrere degli anni, dotò, così, la città di un luogo fisso dedicato alle corse dei cavalli. Istituì i Ludi Romani, i giochi pubblici, a seguito di disastrose alluvioni, diede il via ai lavori per la costruzione della Cloaca Massima, (Vedi articolo dedicato). Sotto il suo regno iniziarono i lavori per l’edificazione del tempio di Giove Capitolino sul colle Campidoglio, fece costruire il Tempio di Vesta, la casa delle Vestali e il Foro Boario, dove si svolgeva l’attività commerciale della città. Morì, dopo aver regnato per trentotto anni, assassinato in una congiura ordita dai figli di Anco Marzio, ma non ottennero gran che, infatti, la moglie, Tanaquilla, fece in modo che il popolo romano accettasse come re suo genero Servio Tullio, come successore del marito.

Servio Tullio.

… alla morte di Tarquinio Prisco, grazie agli sforzi della regina, Servio fu posto sul trono al posto del re, come se fosse una misura non definitiva, ma conservò il regno conquistato con l’inganno con tanta abilità, che sembrava lo avesse ottenuto in modo legittimo”. Così scriveva il poeta latino Publio Annio Floro. Procediamo, però con ordine, i figli di Anco Marzio complottarono contro Tarquinio Prisco facendolo uccidere, in questo modo speravano di poter salire su trono che fu del padre. Fecero però i conti senza l’oste che in questo caso si chiamava Tanaquil, la moglie di Tarquinio Prisco, la quale non dichiarò subito al popolo la morte del re, ma finse che fosse ferito e in attesa della sua guarigione, il regno, fu affidato temporaneamente al genero Servio Tullio. Qualche giorno dopo fu diffusa, dalla stessa Tanaquil, la notizia della morte di Tarquinio Prisco, a quel punto, però il potere che era nelle mani di Servio Tullio si era già consolidato e accettato da tutti, anche perché fu fatto intendere che si trattava di una semplice reggenza, ma la carica da temporanea divenne definitiva. Servio Tullio nacque da una madre di nobili origini, ma che divenne prigioniera di guerra, quindi schiava, fu servitrice nella casa di Tarquinio Prisco. La leggenda racconta che la madre fosse Ocresia, una nobile di Corniculum, l’attuale Montecelio, fatta appunto prigioniera, e di un non ben identificato Tullio, della stessa città della donna. La leggenda continua narrando che a Servio Tullio, quando era ancora nella culla, gli brillò una fiamma sulla testa, presagio che non passò inosservato agli occhi di Tanaquil, la quale, sapendo interpretare quel segno, vide in lui un futuro grandioso. Da quel momento Servio Tullio fu allevato come un principe ereditario, prese in sposa Tarquinia, una delle figlie di Tarquinio Prisco, fu comandante di cavalleria e si distinse nelle battaglie da lui affrontate. Una volta re, Servio Tullio si ritrovò a dover soffocare le rivolte di Veio, Cere e Tarquinia, gli abitanti di queste città non avevano nessuna intenzione di accettarlo come successore di Tarquinio Prisco, di conseguenza si rifiutavano di rispettare i trattati di pace sottoscritti col precedente sovrano. Modificò profondamente lo stato sociale Romano, prima di questo sovrano, le istituzioni rispecchiavano quelle di Romolo, cioè un insieme di piccoli villaggi con tante ambizioni e la suddivisione, della città, in trenta Curie. I cittadini che abitavano nelle nuove zone della città non potevano partecipare alle decisioni politiche, in definitiva la città di Roma era controllata unicamente dalle famiglie originarie. Servio Tullio introdusse il principio del censo, cioè non tenne più conto dell’origine delle genti, divise Roma in quattro regioni urbane, Suburana, Palatina, Esquilina e Collina ognuna occupata da una tribù e ventidue regiones del territorio circostante, abitate dalle etnie rustiche, le quali erano associate con il territorio extraurbano, il Censo determinava i diritti e i doveri di tutti. Fu il primo re a eseguire un censimento generale, divise così i cittadini per patrimonio, dignità, età, mestieri e funzioni, diamo un po’ di numeri, sembra che da questo censimento risultò che nei territori d’influenza romana vivesse qualcosa come ottocentomila persone, di cui almeno centomila nella città. Abolì la schiavitù a causa dei debiti, distribuì ai ceti poveri le terre conquistate in guerra, fece un’importate riforma dell’esercito aprendolo alla plebe. Servio Tullio, come detto, divise la cittadinanza in un certo numero di classi, ognuna di queste forniva un determinato numero di centurie di fanti e cavalieri, le classi più ricche ne fornivano novantotto, quelle dei cittadini comuni novanta, quella dei più poveri ne forniva solo cinque. Dopo la riforma l’esercito romano, che fino allora era di tremila trecento unità, passava a oltre ventimila soldati, quindi un esercito molto potente. Le Centurie erano anche unità politiche che andarono a sostituire, di fatto, le Curie, i cosiddetti Comizi Centuriati, I Comizi Curiati e i Comizi tributi esistevano ancora, ma si dovevano occupare di questioni minori. Ovviamente i patrizi, che in questo modo vedevano minacciati i propri privilegi, non erano certo contenti, di questo re, mentre tra il popolo crebbe molto il consenso per questo sovrano. Servio Tullio si occupò anche di opere urbanistiche, ampliò il pomerio, ossia il confine sacro, annettendo al suo interno i colli Quirinale, Viminale ed Esquilino. Sembra che lui si devono le grandi mura di tufo che cinsero Roma, dette appunto serviane, anche se l’inizio della loro costruzione si deve a Tarquinio Prisco, comunque Servio Tullio fece scavare un ampio fossato intorno ad esse. Fece costruire, insieme agli alleati Latini, sull’Aventino, il tempio di Diana, mentre nel Foro Boario fece edificare il tempio di Mater Matuta e quello della Dea Fortuna. Una curiosità, Servio Tullio, su una faccia delle monete di bronzo mise l’immagine di un capo di bestiame in rapporto al loro diverso valore, pecus, da cui, in seguito derivò il termine pecunia. Il suo regno durò quarantaquattro anni, Servio Tullio morì di morte violenta, infatti, fu ucciso da Lucio Tarquinio, che diverrà Tarquinio il Superbo, aiutato dalla sua seconda moglie, Tullia Minore, che poi era la figlia del re, una figlia che fu complice nell’assassinio del padre. La leggenda così tramanda il fatto: Lucio Tarquinio, gettò giù dalle scale della Curia Servio Tullio, dopo averlo provocato, questi riuscì a rialzarsi e tentò di fuggire dal foro, ma la figlia lo travolse con un carro trainato da cavalli e gli passò sopra più volte uccidendolo.

Tarquinio il Superbo.

Lucio Tarquinio, passato alla storia come Tarquinio il Superbo, era figlio di Tarquinio Prisco e fratello di Arunte Tarquinio, sposò prima Tullia Maggiore, la figlia maggiore di Servio Tullio, poi sposò la sorella di questa, Tullia Minore, da cui ebbe tre figli: Tito, Arrunte e Sesto. “Huic orationi Seruius cum intervenisset trepido nuntio excitatus, extemplo a uestibulo curiae magna voce “Quid hoc” inquit, “Tarquini, rei est? qua tu audacia me uiuo vocare ausus es patres aut in sede considere mea?”…” “Servio, avvertito da un trafelato messo, sopraggiunse durante il discorso, e improvvisamente dal vestibolo della Curia gridò a gran voce: “Che vuol dire cotesto, o Tarquinio? E con quale audacia osasti, me vivo, adunare i Padri e sederti sul mio seggio?”…” Così narra Tito Livio, ma cosa Accadde? La tradizione narra, che Lucio Tarquinio un bel giorno entrò in Senato rivendicò il regno e si sedette sul trono. Servio Tullio, venuto a conoscenza del fatto, corse nella Curia, ovviamente nacque immediatamente una discussione molto accesa, con scontri tra fazioni opposte. A un certo punto Lucio Tarquinio, spintone dopo spintone trascinò il re in carica fuori dalla Curia, e riuscì a buttarlo giù dalla scalinata. Servio Tullio, benché ferito tentò di allontanarsi, ma fu finito dalla figlia Tullia Minore, la quale, col proprio carro, passò più volte sul corpo del padre. Lucio Tarquinio, quindi, assunse il potere con la forza, senza essere eletto dal senato o dal popolo, il suo temperamento, fu subito chiaro, negò la sepoltura di Servio Tullio e da quel momento divenne, per tutti, Tarquinio il Superbo. Durante il suo regno riuscì a mantenere il controllo sulla città unicamente con la forza e forse con un esercito personale o una guardia armata. In poco tempo riuscì a smantellare lo stato sociale romano che fu realizzo Servio Tullio, impose un regime non solo totalitario ma anche piuttosto violento, fu talmente odiato che per la prima volta, nella storia della monarchia romana, ebbe contro patrizi e plebei. “Lui stesso dopo aver infierito contro i senatori con le stragi, contro la plebe con le verghe, contro tutti con la superbia, che per la gente onesta è peggio della crudeltà, e dopo che fu soddisfatto della ferocia esercitata in patria, si rivolse ai nemici… “. Così scriveva Floro. In tutte le antiche fonti si legge la crudeltà di questo che più che re fu tiranno, ma quasi tutte riconoscono la sua abilità sui campi di battaglia. Scrive Livio: “Tarquinio fu un re ingiusto coi suoi sudditi, ma abbastanza un buon generale quando si trattò di combattere. Anzi, in campo militare avrebbe raggiunto il livello di quanti lo avevano preceduto sul trono, se la sua degenerazione in tutto il resto non avesse offuscato anche questo merito. Fu lui a iniziare coi Volsci una guerra destinata a durare due secoli, e tolse loro con la forza Suessa Pomezia. Ne vendette il bottino e coi quaranta talenti d’argento ricavati concepì la costruzione di un tempio di Giove le cui dimensioni sarebbero state degne del re degli Dei e degli uomini, nonché della potenza romana e della sua stessa posizione maestosa. Il denaro proveniente dalla presa di Suessa fu messo da parte per la costruzione del tempio”. Sotto il suo regno, quindi cominciò la secolare guerra contro i Volsci, oltre a Suessa Pometia, occupata dai Volsci, conquistò altre importanti città, Ardea abitata dai Rutuli; Ocricoli, di origine Sabina; Gabii, popolata dai Latini, entrarono a far parte dei domini romani. Stipulò la pace con gli Etruschi, fece completare, o forse fece erigere il tempio di Giove Ottimo Massimo sul Campidoglio, ma fu anche colui che fece distruggere diversi santuari e altari sabini. Inoltre Tarquinio il Superbo iniziò la fondazione di alcune colonie, su tutte spiccavano quelle di Signa e Circei, facendo di Roma un importante centro commerciale. Infine, sotto il suo regno, furono terminati i lavori per la costruzione della Cloaca Massima. La leggenda, poi, racconta che durante l’assedio della città di Ardea, il figlio, di Tarquinio il Superbo, Sesto Tarquinio, violentò la moglie di Lucio Tarquinio Collatino. La nobile, nonché onesta, donna per l’affronto si uccise, dopo aver raccontato l’accaduto al marito. A quel punto Il marito Collatino, il padre Tricipitino e l’amico, da sempre, Bruto, si recarono a Roma. Giunto in città Lucio Giunio Bruto parlò alla folla radunata nel Foro, il suo discorso fu talmente eloquente che convinse i Romani a ribellarsi e a rovesciare la monarchia, il re e i suoi figli furono messi al bando, i loro beni sequestrati. Dopo venticinque anni terminava il regno fatto di omicidi, violenze e terrore di Tarquinio Il Superbo, ma finiva anche la monarchia, che fu abolita e sostituita dalla Res Publica, iniziava il periodo della Roma Repubblicana… Questa, però è un’altra storia. I primi consoli, della neonata repubblica furono proprio Lucio Giunio Bruto e Lucio Tarquinio Collatino, Tarquinio il Superbo non si arrese e tentò, con i suoi alleati Etruschi, per ben quattro volte, di riconquistare, senza riuscirvi, la città di Roma. Così nasceva, secondo la leggenda, la Repubblica dei consoli. Tarquinio il Superbo morì nel 495 a.C., mentre si trovava, in esilio, a Cuma città campana non troppo distante da Napoli, scrive Tito Livio: “…Fu un anno memorabile per l’annuncio della morte di Tarquinio. Questi si spense a Cuma, alla corte del tiranno Aristodemo che lo aveva accolto dopo la disfatta delle forze latine. La notizia entusiasmò tanto il senato quanto la plebe”.

Questo periodo della Roma monarchica, resta molto oscuro, le molte leggende, le tradizioni popolari si mischiano con la storia e non è per nulla semplice separare la realtà storica dal mito, anzi oserei dire che è impossibile. Sembra, come detto sopra che esistano prove che confermino l’esistenza di un periodo monarchico, ma nulla dà la certezza della sua durata né se i re fossero davvero sette, anzi vista la presenza di Tito Tazio, che regnò insieme con Romolo, sicuramente non furono solo sette. Oltretutto, viste le aspettative dell’epoca, una media di trentacinque anni di regno ciascuno sembra poco probabile, senza contare che, nella ricostruzione classica, facendo, qualche conto, Tarquinio il Superbo, se era veramente figlio di Tarquinio, Prisco morì ultracentenario. La realtà ci dice che le fonti, che ci parlano di questo periodo, sono posteriori di vari secoli, infatti, la storiografia romana nasce con Quinto Fabio Pittore e Lucio Cincio Alimento, siamo in pieno periodo delle Guerre Puniche, non prima, quindi del 250 a.C., a questo si deve aggiungere che molte opere andarono distrutte durante i vari incendi e devastazioni che, nei secoli, subì la Città Eterna. E, come se ciò non bastasse, bisogna tener conto che molte notizie, che oggi abbiamo, sono frutto di tradizioni popolari tramandate in via orale e a noi è giunto il fatto che la Roma monarchica fu governata da sette re, con tutte le loro vicissitudini. Va infine ricordato che la durata di questo periodo e basata sull’anno della fondazione di Roma, per convenzione fissata al 753 a.C. e da quello della cacciata dell’ultimo re, nel 509 a.C., data anch’essa fissata per convenzione. Quanto di questo qui raccontato sia una realtà storica e quanto frutto della fantasia, probabilmente non sarà mai possibile stabilirlo, non avendo a disposizione una macchina del tempo… Forse però e meglio così.

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