I lupanari: Un aspetto dei costumi dell’antica Roma.

by / sabato, 30 marzo 2019 / Published in Gli Svaghi nel mondo Antico, Il blog

La tradizione popolare riporta come mestiere più antico del mondo quello della prostituta, anche tra gli antichi Romani la prostituzione era diffusa e anche molto tollerata. Partiamo, però, per così dire, dall’inizio dei tempi, ancor prima della nascita di Roma, esisteva tra vari popoli una forma di prostituzione sacra la quale era svolta all’interno dei templi, quindi una sorta di struttura sacerdotale apposita. I popoli Italici veneravano la Dea Lupa, una divinità primigenia che in qualche modo era associata alla Grande Madre e alla fertilità, e guarda caso, le sacerdotesse dedicate a questo culto erano definite lupe. Non si sa bene cosa avvenisse all’interno di questi templi dedicati a questi riti, ma probabilmente veniva esplicata una cerimonia di fertilità che simboleggiava l’unione dell’umanità con la divinità, comunque si trattava di una prostituzione sacra, proprio perché, attuata all’interno di quelle strutture che erano dedicate alle Dee associate all’amore o alla fertilità, come Afrodite, Astarte e altre. Che estrazione sociale avevano queste sacerdotesse? Erano sia giovani di buona famiglia sia schiave, le quali si univano ai visitatori del tempio o ai fedeli che si recavano in pellegrinaggio in questi edifici sacri. Questa situazione, però finì col decadere e questi antichi culti, che inizialmente erano praticati in tutto il bacino del mediterraneo, andarono scomparendo, ma non il termine lupa che da un certo punto in poi passò dalle sacerdotesse alle prostitute, per così dire, comuni. Da qui è facile intuire che il luogo destinato a tale commercio fu definito “Lupanare”, un’altra curiosità, spesso i templi erano posti nei “Trivii”, cioè agli incroci, da ciò deriva il termine “Triviale”, oggi usato come sinonimo di volgarità. Come si presentavano questi locali che oggi definiremmo “Case chiuse” e dove erano posti? La stragrande maggioranza di essi erano locali angusti, con lo spazio sfruttato al massimo, all’interno c’era un letto in muratura rialzato, sul quale era poggiato una sorta di materasso corto, ma molto resistente, l’igiene di tutto l’ambiente lasciava molto a desiderare, oltre allo sporco le pareti erano annerite dal fumo delle lanterne. A volte si trattava semplicemente di una camera posta sul retro di una locanda, le “Cellae”, però erano adornate da pitture murali erotiche, o meglio oggi si direbbe che si trattava di dipinti pubblicitari, poiché, spesso, raffiguravano le “Specialità” della donna che “Lavorava” in quella stanza. Tali dipinti murali erano spesso posti all’ingresso e sulle porte dei lupanari. Alle stanze si accedeva direttamente dalla strada, quando erano poste al pian terreno o tramite una scala esterna se si trovavano all’interno di un’insula. Comunemente sulla porta era segnalato il nome della prostituta e il prezzo che chiedeva per la prestazione sessuale, l’organizzazione era perfetta c’era persino un cartello che indicava che la dispensatrice di piacere era occupata e quindi si doveva attendere il proprio turno. I lupanari a volte erano gestiti da un padrone il quale aveva un certo numero di schiave che utilizzava come prostitute, in questo caso si prendeva direttamente i soldi sborsati dall’occasionale cliente. In altri casi nel postribolo lavoravano donne libere, allora il reddito per il proprietario scaturiva dall’affitto delle stanze. Il lupanare era ben segnalato all’esterno e in maniera molto esplicita, due esempi su tutti: la scritta Hic habitat felicitas, ossia qui abita la felicità, testo accompagnato dal disegno di un pene; le tre grazie con una donna più anziana con la scritta ad sorores IIII, cioè dalle quattro sorelle, ma tante altre “Insegne” sono giunte sino a noi. E poiché oggi non ci siamo inventati nulla, molte prostitute, si facevano pubblicità per la strada vantando le proprie qualità o si mostravano nude, al massimo coperte da un velo trasparente, da una finestra, attirando così l’attenzione dei passanti. I lupanari spesso erano posti lungo le stradine secondarie, nella Città Eterna il numero più alto dei postriboli era nella Suburra, uno dei quartieri più popolari, ma erano ospitati anche all’interno di edifici frequentati da molte persone, come il Circo Massimo e lo Stadio di Domiziano. I nobili, più in generale le persone più abbienti, le prostitute le ricevevano in casa propria, ma vi erano anche lupanari per ricchi, come quello presente sul Palatino, che era di proprietà di Caligola, forse era una sorta di dépendance per lui o solo una fonte di guadagno per l’imperatore. Certo è che in quei locali il mestiere era esercitato da donne di classe e da fanciulli liberi, sembra, ma qui entriamo nei racconti popolari, che chi andava, nel foro, a pubblicizzare le prestazioni che si potevano avere in quel lupanare, fosse stipendiato dall’imperatore stesso. A proposito di racconti popolari c’è ne sono svariati, alcuni raccontati da storici latini. Racconta Giovenale, che proprio vicino al palazzo imperiale, la moglie dell’imperatore Claudio, la celeberrima Messalina, avesse la sua cella riservata dove si prostituiva a basso prezzo, travestita e con il nome di Lycisca, ovviamente non per i soldi ma solo per il piacere e, stando ai racconti, tornava nel suo palazzo reale solo quando era esausta, ma sembrerebbe che non fosse mai soddisfatta. In definitiva i Romani, non solo tolleravano la prostituzione, sia quella delle donne sia quella dei giovani fanciulli, ma la consideravano un fatto normale e naturale, però le prostitute dovevano essere riconoscibili indossando una particolare veste, dovevano rinunciare alle fasce sui capelli che erano ad appannaggio soltanto delle matrone “Oneste” e al nome della famiglia. La prostituzione fu un fenomeno in espansione, nella cultura romana tanto che Caligola, per portare soldi allo stato, introdusse una tassa su chi praticava quella che era considerata una vera e propria professione. Mentre Domiziano per ingraziarsi il popolo, o perlomeno la parte maschile, durante i festeggiamenti per la vittoria riportata sui Germani, fece distribuire gettoni per un certo numero d’ingressi gratuiti nei lupanari. I romani quindi appezzavano molto l’amore a pagamento, anche se qualche patrizio frequentava i postriboli camuffato per non farsi riconoscere, Catone il censore si congratulò con un giovane quando lo vide uscire da un lupanare, questo perché in modo così tranquillo aveva soddisfatto i suoi istinti maschili. Nel momento di maggior espansione del fenomeno, così riportano alcuni storici, a Roma vi erano circa trentaduemila prostitute tra schiave donne libere e giovinetti, in special modo donne che non avevano più nessun sostentamento perché ripudiate dai mariti o vedove. Senza contare le nobili che lo facevano per puro divertimento. Prima abbiamo parlato di Messalina, ma che dire di Giulia Soemia, madre di Elagabalo, sempre secondo i racconti popolari, che fu perversa fino a tal punto da scegliere i membri della corte in base alla lunghezza del loro pene. Riassumendo si può affermare che nella cultura romana la prostituzione era molto diffusa e ampiamente tollerata, gli esempi fin qui fatti sono molto eloquenti, inoltre si può aggiungere che il 23 Aprile e il 25 Ottobre si festeggiavano le prostitute con tanto di corteo sacro, delle stesse, al tempio di Venere Ericina. A Pompei e a Ostia Antica dipinti murali di prestazioni sessuali sono ancora visibili in quelli che furono i postriboli, ma anche in alcune stanze da letto di normali famiglie. Infine non dimentichiamo che nella mitologia romana Romolo e Remo furono allattati da una “Lupa”, con un’ambiguità anche nella leggenda stessa, infatti, Acca Laurentia, la moglie del pastore che li aveva trovati era forse lei una lupa e quindi una prostituta? Abbiamo accennato a Pompei, in questa città, poiché il Vesuvio la distrusse quando era ancora abitata e prosperante, rimangono varie tracce di notevole importanza storica, evidenti frasi e dipinti riferibili ai postriboli. Dai reperti e dagli scavi effettuati a Pompei, si evince che Victor e Africanus gestivano un lupanare molto redditizio, ricordiamoci che qui la storia si fermò nel 79 d.C., ma questo era solo uno dei circa venticinque che si potevano trovare, solitamente posti negli incroci con le strade secondarie della città e si deve tener presente che alcune osterie avevano una stanza dedicata a questo mestiere. A quanto pare i Pompeiani tendevano a ostentare la loro virilità, come si può vedere dai graffiti lasciati nei lupanari, durante l’attesa del proprio turno, eccone alcuni esempi:

Hic ego puellas multas futui. “Qui ho fottuto molte fanciulle”.

Hic ego, cum veni, futui, deinde redei domum. “Qui io, dopo il mio arrivo, ho fottuto; dopo me ne sono ritornato a casa”.

Fututa sum hic. “Qui sono stata fottuta”.

Myrtis, bene felas. “Myrtis, tu succhi bene”.

Hinc ego nun futui formosam puellam laudatam a multis, sed lutus intus erat. “Qui ho appena fottuto una formosa fanciulla lodata da molti, ma dentro era fangosa”.

Sono testimonianze storiche, anche se, espresse in modo volgare. Infine c’è da dire che come per entrare al circo si usavano dei gettoni, anche per l’ingresso ai lupanari si usavano delle apposite “Tessere”. Questi gettoni con scene erotiche, furono chiamate Spintriae, un termine derivante dalla lingua greca che significa scintilla di passione o di libidine, in realtà i Romani usavano la parola Spintria per indicare giovani omosessuali unicamente passivi. La storia ci dice che, probabilmente, fu Petronio il primo a usare questo termine, seguito, poi, da Svetonio. Quest’ultimo se ne servi per indicare i giovani che Tiberio portava, per dei festini erotici, nella sua villa di Capri. Torniamo al gettone denominato Spintriae, tra gli storici non vi è un accordo su quale fosse l’uso di questa tessera, ma al contrario sono state formulate alcune ipotesi: la più accreditata e quella che la vede legata ai lupanari, anche perché Tiberio, vietò l’uso, nelle latrine e nei postriboli, di monete e di anelli recanti l’effige imperiale. Considerando, poi, che questi luoghi erano frequentati dalle più svariate persone, anche da chi parlava lingue diverse, si può intuire la necessità acquistare un gettone, il quale, mostrava chiaramente quale fosse il servizio richiesto. Le Spintriae riportano, sul retro, numeri da uno a sedici, mentre sul lato opposto ci sono scene erotiche, ciò voleva forse essere indicativo del prezzo per una determinata prestazione? Vista la rarità dell’oggetto e la pochissima documentazione tramandata dagli storici latini, questa domanda non ha una risposta certa. C’è persino chi ha ipotizzato che fossero dei gettoni usati per un gioco di società, che coinvolgeva sia uomini sia donne di rango elevato. Un’ultima curiosità alcuni storici sono convinti che a Pompei, anche nelle terme, si praticasse la prostituzione, questa convinzione, di alcuni, deriverebbe dai ritrovamenti avvenuti in uno spogliatoio che, a quanto pare, era comune per gli uomini e per le donne. In questo spogliatoio sono tornati alla luce sedici piccoli affreschi otto dei quali perfettamente conservati, degli altri rimangono solo delle tracce. Inutile dire che quelli ancora perfettamente conservati raffigurano scene erotiche con varie posizioni e prestazioni. La ricostruzione di questi storici non si limita al solo fatto di dire che la prostituzione aveva mercato anche nelle terme di Pompei, ma continua, fino ad affermare che quegli affreschi erano una sorta di listino per le prestazioni, che si potevano ottenere in una stanza, posta al piano superiore delle terme stesse. Tra queste scene se ne può vedere una che è l’unica dell’epoca romana che è giunta sino ai nostri giorni, essa raffigura un incontro sessuale tra due donne. Le cose, in quelle terme, funzionavano proprio così? Con certezza non lo sapremo mai, resta però la realtà degli affreschi ritrovati.

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