I Bottini di Siena, la rete sotterranea degli acquedotti antichi della città.

by / sabato, 07 dicembre 2019 / Published in Archeologia1, Il blog, L'Italia che non ti aspetti, Viaggiando .....

La città di Siena presenta molte fontane medioevali o storiche, ma com’erano e sono alimentate? Dall’acqua che scorre nei Bottini, una serie di gallerie che si diramano, sotto la città, per quasi venticinque chilometri, furono realizzate tra il XIII secolo e il XV secolo. Si tratta, quindi, di una rete idrica concepita e costruita nel Medioevo ma ancora attiva, le gallerie, per la maggior parte scavate nell’arenaria, roccia tipica di questi luoghi, presentano anche delle pareti in muratura. Oggi le sulle pareti e sulle volte si possono vedere caratteristiche concrezioni di calcare nonché stalattiti e stalagmiti. Il nome Bottini sembra derivare dalle volte a botte delle gallerie, il termine “Buctinus” è documentato per la prima volta nel 1226 e, guarda caso, si riferisce al fatto che le gallerie avevano una volta a botte, va eccezione solo il Bottino cosiddetto di Fontanella che probabilmente ha origini Etrusche e che presenta una volta a capanna. Scriveva lo storico e politico Italiano Fabio Bargagli Petrucci, nato a Siena il 29 gennaio 1875 e deceduto a Roma il 1939, nella sua opera Le fonti di Siena e i loro acquedotti: “A Siena si dissero, e si dicono sempre, bottini, gli acquedotti sotterranei, scavati nell’arenaria, in parte anche murati, quasi tutti praticabili, che dopo aver raccolto le infiltrazioni delle acque piovane e delle vene, nelle colline circostanti, alimentano, con queste acque, le fontane pubbliche e moltissimi pozzi privati…”. Siena è una città collinare e di conseguenza a sempre sofferto della mancanza di corsi d’acqua importanti, nel XIII secolo il problema dell’approvvigionamento idrico, divenne pressante. La popolazione aumentava e crescevano le manifatture che avevano bisogno di una quantità d’acqua superiore a quella che gli abitanti avevano a disposizione. Per eliminare il problema si progettano, appunto, questi condotti sotterranei che vanno a captare l’acqua che s’infiltra nel terreno. Il sistema dei “Bottini”, quindi, non va a prendere l’acqua alle fonti, ma cattura quella che scende nel sottosuolo attraverso le infiltrazioni nel terreno e nella roccia, in gran parte arenaria. Sembra che prima ci fosse un acquedotto Romano ma che nel XIII secolo era già completamente perso. L’acqua piovana che s’infiltrava nel terreno cadeva dalle volte a botte delle gallerie e si raccoglieva in un piccolo canale alla base e al centro dei cunicoli, alcuni percorribili ancor oggi. I “Gorelli”, questi piccoli canali che correvano nelle gallerie di captazione riuscivano ad alimentare le fonti storiche e pozzi di privati cittadini, che ovviamente pagavano per l’approvvigionamento idrico. Questo sistema ha alimentato la città di Siena fino al 1914, quando fu costruito l’acquedotto che rifornì la città prendendo l’acqua dalla sorgente del Vivo, sul Monte Amiata. L’acquedotto fu completato quattro anni dopo, finalmente tutti i cittadini ebbero l’acqua all’interno delle abitazioni.

Quale fu la tecnica costruttiva applicata alla costruzione dei bottini? Le gallerie furono costruite tra lo strato geologico di arenarie, sabbie plioceniche porose e permeabili, e quello di argilla turchina compatta e impermeabile. Avveniva, quindi un fenomeno semplicissimo: l’acqua piovana filtrava attraverso lo strato permeabile, depurandosi, andandosi a raccogliersi in quello impermeabile nel quale era scavato il gorello. Il gorello, un canale largo circa quindici centimetri e profondo venti centimetri, foderato con docci di terracotta, nel quale, l’acqua convogliata scorreva per forza di gravità grazie a una pendenza di un metro di dislivello per ogni chilometro. La bassa pendenza permetteva all’acqua di muoversi abbastanza lentamente per lasciare sul fondo del gorello altre eventuali impurità e il calcare, quindi, questi, avevano bisogno di una manutenzione periodica. La realizzazione delle gallerie era piuttosto lenta, poiché poteva lavorare un solo uomo per volta, gli strumenti che erano usati erano molto semplici e a volte rudimentali, in definitiva picconi a due o una punta e pale, succhielli e scalpelli. Il deposito di calcare che andava a depositarsi nel gorello era tolto con una sorta di uncino. Per determinare la pendenza era usato uno strumento molto antico, l’archipendolo, come detto la pendenza era dell’uno per mille, ma poteva capitare di dover coprire un dislivello maggiore, allora che fare? Il metodo era semplice erano costruite delle curve a serpentina. Queste permettevano di rallentare lo scorrere dell’acqua aumentandone il percorso, in questo modo la pendenza rimaneva inalterata. Gli attrezzi e i viveri erano forniti dal comune, le gallerie erano illuminate da lanterne o candele. Inizialmente era scavato solo un abbozzo della galleria che poi era ampliata, rifinita e rinforzata con archi e transetti, quando necessitava, la volta era ricoperta di mattoni per impedire cedimenti del fragile strato di arenaria. Naturalmente i laterizi erano disposti in maniera che l’acqua potesse ugualmente filtrare e cadere nel gorello sottostante. Di conseguenza vi erano varie categorie di lavoratori che partecipavano alla realizzazione dell’opera, oltre alle persone che scavavano, vi erano carpentieri, addetti al trasporto, questi portavano all’interno i materiali che occorrevano alla costruzione e all’esterno quelli di scarto. Vi erano poi coloro che, per risparmiare tempo, portavano il cibo nelle gallerie. I lavoratori che partecipavano alla realizzazione delle gallerie appartenevano, come detto, a varie categorie, si partiva dai manuali per giungere ai maestri, agli operai specializzati e ai minatori, con paghe ovviamente, molto diverse tra di loro. Nel compenso era sempre compreso un pasto che spesso era a base di pane, di vino, di frutta e a volte di carne. I rami principali dei bottini sono due quello più antico il Bottino maestro di Fontebranda, molto profondo e che termina con la Fonte di Fontebranda, fu costruito partendo dalla fontana terminale e man mano lo scavo risalì, tenendo ben presente la pendenza e avendo cura di restare sempre tra i due strati geologici. L’altro, più moderno, è quello maestro di Fonte Gaia, più lungo del precedente questo va ad alimentare, ancor oggi, la Fonte del Campo, la maestosa fontana sita in piazza del Campo e anche altre fontane poste a livelli minori. Quest’ultimo fu costruito partendo sia dalla Fonte Gaia sia da Santa Petronilla, convergendo poi al centro, vennero però realizzati anche altri bracci, si capisce che questa tecnica costruttiva era più veloce della precedente ma poteva portare a degli errori per il ricongiungimento delle gallerie. Infatti, alcuni tratti di gallerie sono più larghi o presentano volte più alte del “Normale”. Di tanto in tanto si aprivano dei pozzi sbucando all’aperto, questi erano chiamati occhi o smiragli, servivano per areare le gallerie, permettere il trasporto in superficie dei materiali di risulta e appunto per controllare la direzione. A volte il vino, probabilmente non troppo genuino, abbinato alla bassa illuminazione delle gallerie creava delle visioni, da cui nacquero vari miti su animali fantasiosi i quali, con loro fiato, avvelenavano i lavoratori, forse, in realtà, si trattava di sacche di gas, o leggende su dei piccoli gnomi che portavano allegria.

Tu li vedrai tra quella gente vana

che spera in Talamone, e perderagli

più di speranza ch’a trovar la Diana;

ma più vi perderanno li ammiragli”. (Dante, Divina Commedia, Purgatorio, XIII, 151-154). Questi versi del Sommo Poeta richiamano un’altra leggenda, quella che narra di un fiume che scorrerebbe sotto la città di Siena. Infatti, un mito medioevale narra di un fiume sotterraneo che scorrerebbe sotto Siena, il suo defluire si sentirebbe in due punti della città. Il fiume in questione sarebbe la Diana, tra il XIII secolo e il XIV secolo furono fatte molte ricerche per rintracciare questo mitico fiume che non fu mai trovato. Dante derise i Senesi con quei versi, appena citati, ma i quei cittadini pur non trovando il fiume agognato, costruirono un’efficiente rete idrica, il sistema dei bottini, tutt’oggi funzionante, anche se l’acqua per le case dei cittadini proviene da un moderno acquedotto. Come detto l’acqua dei bottini confluiva e in fontane pubbliche nelle quali tutti i cittadini potevano attingere il prezioso liquido gratuitamente, tuttavia le cose cambiarono nel XIX secolo. Infatti, in questo secolo le persone ricche che avevano le abitazioni nei pressi dei Bottini cominciarono a chiedere di potersi allacciare direttamente al sistema idrico per portare acqua nei pozzi scavati nei giardini delle proprie abitazioni. Di conseguenza, in questo periodo, i Bottini cominciarono a subire trasformazioni con l’apertura di canali secondari che portavano acqua nei pozzi delle ricche famiglie, il comune escogitò un particolare stratagemma per quantificare l’acqua che era distribuita ai privati. Il gorello secondario era chiuso da una lastra con un piccolo foro: il “Dado” che faceva passare circa quattrocento litri di acqua nelle ventiquattro ore. Di conseguenza secondo di quanto pagavano i privati potevano usufruire di mezzo, o uno, o due e cosi via di dadi d’acqua. Se si fa una passeggiata nei Bottini, per alcuni sono organizzate visite guidate aperte a tutti, non solo si può vedere l’acqua scorrere nel gorello, ma anche delle targhe, che indicavano il nome dell’utente, l’ubicazione esatta della sua abitazione, una piccola pianta di quel ramo di Bottino e la quantità di dadi che poteva ricevere. Inoltre, e possibile vedere, sulle pareti di alcune gallerie, delle piantine che furono poste per orientarsi, la prima risale al 1768. In alcuni punti si trovano delle statuette in terracotta della Madonna murate nelle pareti e numerose sono le croci incise, anche con la punta dei picconi, segni, questi, di devozione e di richiesta di protezione. Gli altri abitanti continuavano a prendere l’acqua alle fontane pubbliche è ciò continuò fino alla costruzione dell’acquedotto moderno nel 1914.

Tante sono le fonti o fontana sparse nella città: il Bottino di Fonte Gaia, nel 1343 portò l’acqua nel centro della città, che giunse nella grande fontana di Piazza del Campo, la quale, in seguito, fu rifatta tra 1412 e il 1419 da Jacopo della Quercia, quella che si vede oggi è una riproduzione eseguita tra 1858 e il 1869, dallo scultore Tito Sarrocchi, ciò che resta dell’opera di Iacopo della Quercia è esposta nel Museo Archeologico. Il bottino di Fonte Gaia alimenta anche la vicina e piccola fontana del Casato, costruita tra il 1352 e il 1360. Il cosiddetto “Bottino Maestro” di Fonte Gaia alimentava la Fonte Becci, sicuramente una delle più antiche, è citata in alcuni scritti del 1100, alcuni pensano che sia di origine romana. Fonte d’Ovile posta fuori della porta omonima fu ultimata nel 1262, forse sopra una preesistente del 1226. Passando la porta si può vedere la Fonte Nuova d’Ovile, è del XIV secolo ed è, artisticamente parlando, un vero e proprio capolavoro architettonico. Sembra che prese parte al progetto anche Duccio di Buoninsegna, in origine presentava un’unica grande vasca, la quale, nel XIX secolo, fu divisa per far posto a un lavatoio. La Fonte di Fontanella è molto antica, sicuramente è antecedente alla metà del XIII secolo, è collegata a un suo bottino, il quale non è unito alla rete cittadina e presenta una volta a capanna, in conformità a ciò alcuni la fanno risalire agli Etruschi. Esterna alle mura cittadine, molto antica e degna di nota è la Fonte della Pescaia, era ben protetta, si possono vedere alcuni resti di merlature, queste sparirono, nel XIX secolo, inglobati in una costruzione. Questa fontana presenta una particolarità, infatti, su una lapide, posta sulla facciata si legge una data: 1247, probabilmente relativa a un restauro della stessa. Già presente in testi del 1226 la Fonte Follonica, ricca di acqua, aveva bisogno di continua manutenzione, quando questa cessò, la fontana cominciò a sprofondare nel terreno, ma non è andata perduta, è stata, infatti, restaurata in tempi moderni. Essendo presente in documenti del 1081, Fontebranda è forse la più antica anche se più volte rimaneggiata e restaurata. Sorgeva nel punto più alto della città ma fu presto abbandonata e abbattuta per la scarsa portata d’acqua. Già nel 1193 gli scritti documentano di una nuova Fontebranda, che fu completata, con le volte, nel 1246. In seguito fu fortificata con merlature e ampliata, fu persino presidiata da militari. L’acqua in eccesso andava ad alimentare mulini, concerie e tintorie. Anche questa fontana è alimentata da un bottino indipendente dalla rete idrica, il quale è secondo, dopo Fonte Gaia, per lunghezza. Venne citata da Dante nel canto XXX dell’Inferno e dal Boccaccio. Vi è poi una serie di Fonti minori, sarebbe un lavoro mostruoso elencarle tutte, risulterebbe, alla fine, un’opera per addetti ai lavori, quello che qui si vuole esprimere è il concetto di “Bottino”, come si sviluppò e come portò l’acqua ai Senesi fino all’inizio del XX secolo. L’arguzia di un popolo che nel Medioevo, non avendo corsi d’acqua a disposizione né sorgenti, “Inventò” di raccolta d’acqua che si forma per stillicidio. L’idea geniale fu quella di scavare gallerie tra i due diversi strati presenti nel sottosuolo senese e quindi di raccogliere l’acqua che, dalla volta permeabile della galleria, cadeva sulla roccia impermeabile, la quale, grazie alla pendenza data, scorreva nel gorello, ulteriormente isolato da cocci di terracotta, per giungere alle Fonti. Siena una città da visitare, per le sue spendite opere architettoniche e artistiche, senza tralasciare di percorrere qualche tratto sotterraneo, che racconta la storia della città.

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