Gli Horti Sallustiani.

by / mercoledì, 08 marzo 2017 / Published in Archeologia1, Il blog

Per prima cosa è d’uopo capire che cosa intendessero i Romani col termine “Horti”, al singolare “Hortus” cioè “Giardino”, i nostri progenitori usavano questo termine per indicare le abitazioni corredate da un vasto giardino, costruite all’interno della cerchia urbana, ma in spazi con le caratteristiche delle aree suburbane. Lo scopo era di avere a disposizione un’abitazione isolata e tranquilla, dove immergersi nel piacere e nell’ozio, senza allontanarsi dalla città né da eventuali intessi economici o politici. Il primo ad avere questa idea, ne nacque poi una vera e propria moda, fu Licius Licinio Lucullo, un generale romano ricchissimo, eccentrico e raffinato, il quale si fece edificare una lussuosa abitazione sul Pincio, all’interno della Città Eterna. Il senatore Gaio Sallustio Crispo, nel I secolo a.C., ne seguì l’esempio, e si fece costruire un’abitazione, con ampio giardino, nella valle tra i colli Pincio e Quirinale. Tanto per non farsi mancare nulla, i suoi Horti furono i più grandi e i più ricchi del mondo romano, sembra che, nel III secolo, questa dimora occupasse un decimo dell’intera città di Roma e avvolgesse di verde il centro abitato. Gli horti furono dei complessi abitativi usati da potenti e ricchi nobili romani, la cui parte più rappresentativa era certamente la vegetazione, agli alberi e agli arbusti veniva, spesso, data una forma geometrica o di animale. Si trattava di una vera e propria arte, che i latini chiamavano “Ars topiaria”, nascosti nel verde venivano spesso costruiti padiglioni, porticati per passeggiare al riparo dal sole, fontane, terme, tempietti e statue, che di frequente erano repliche di originali greche, i Romani erano affascinati dall’arte scultorea greca. Il ricco, nobile, politico e scrittore latino fece costruire i suoi orti, come si è detto, nella valle tra il Pincio e il Quirinale che si apriva a ovest in direzione del Campo Marzio su un terreno che appartenne a Giulio Cesare, a cui Sallustio era molto legato. Fu proprio su consiglio di Cesare, che Sallustio tornò a Roma nel 44 a.C., nello stesso anno in cui fu ucciso il dittatore, abbandonò la scena politica e decise di investire tutti i suoi averi per edificazione di una delle più sfarzose dimore della città. Il suo ritiro dalla funzione pubblica fu conseguente a un’accusa di concussione, Sallustio divenne ricco quando fu nominato governatore della provincia dell’Africa Nova e decise, servendosi dei poteri ottenuti, di sequestrare tutte le ricchezze dell’ultimo re Numida e di farsi pagare tangenti su tutti gli appalti dei lavori pubblici, certi “Vizi” moderni giungono da molto lontano. Comunque, per mettere tutto a tacere, si ritirò a vita privata, si dedicò all’”Otium” e scrisse le prime monografie storiche del mondo latino, divenendo così uno dei maggiori storici romani. Dopo la sua morte, avvenuta nel 36 a.C., la proprietà passò a suo nipote Quinto e poi ad Augusto. L’imperatore non si limitò a soggiornarvi, infatti, fece più volte, ampliare e abbellire i giardini e la proprietà entrò a far parte del demanio imperiale. Gli horti Sallustiani furono dimora temporanea di vari imperatori, alternativamente alla sede ufficiale che era sul colle Paladino, Nerone e Vespasiano vi soggiornarono più volte mentre Nerva vi morì. Adriano e Aureliano fecero eseguire modifiche significative in questo complesso, anche se non è comprovato, sembra che Aureliano fece costruire un portico con giardino e maneggio dove amava andava a cavalcare. Il complesso rimase in auge fino al 410 d.C. anno in cui avvenne, per mano Alarico e dei suoi Visigoti, il sacco di Roma, gli horti subirono danni molto profondi e rilevanti e non furono più restaurati. Il complesso era molto vasto e composto di più nuclei, uno dei principali si trovava in fondo alla valle che divideva il Quirinale dal Pincio, era retto da grandi muraglioni con arcate e contrafforti che andavano ad addossarsi alle mura serviane, dove oggi si snoda via Sallustiana. Alcuni resti, che qualcuno ha paragonato al Canopo di Villa Adriana, sono stati ritrovati a circa quattordici metri di profondità al centro di piazza Sallustio. La parte più importante degli horti era una grande sala circolare di circa undici metri di diametro per tredici di altezza, presentava una copertura molto insolita pur essendo a cupola. Questa cupola, un altro esempio è visibile nel Serapeo di villa Adriana, era formata da spicchi piani alternati ad altri concavi, si tratta di una forma costruttiva rarissima, pur ammettendo che alcune costruzioni siano andate perdute nel tempo, oggi questi citati sono gli uni due esempi noti. L’edificio aveva una serie nicchie su ambo i lati, due erano però aperte per consentire in passaggio agli ambienti laterali. Dopo poco tempo dalla costruzione alcune nicchie, a parte quelle che erano utilizzate come passaggio, furono chiuse e rivestite con lastre di marmo così come tutta la parte bassa delle pareti e il pavimento, mentre la parte alta delle pareti e tutta la cupola presentavano delle raffinate decorazioni di stucco. Il marmo che ricopriva il pavimento era tagliato a formelle di diversi colori, un esempio di opus sectile. La grande sala circolare prendeva luce da due grandi finestre. L’accesso alla sala rotonda non era diretto, infatti, subito dopo la grande porta d’ingresso vi era un vestibolo di forma rettangolare con una volta a botte, dal quale si passa nella grande aula circolare. L’architettura di questo edificio era abbastanza complessa, infatti, attraverso la sala rotonda si passava in un secondo vestibolo e da qui nella stanza più interna della costruzione, quest’ultima era una sala rettangolare con una nicchia sulla parete di fondo, presentava una copertura con due volte a botte sovrapposte. Sul lato nord dell’aula rotonda vi è un’ampia sala con volta a crociera, dalla quale ha inizio una scala che permetteva di raggiungere i piani superiori dell’edificio, vi sono inoltre altri ambienti. A sud di questo edificio vi è una particolare costruzione a pianta semicircolare, cosa non comune, a più piani e divisa in tre zone con dei tramezzi. Questo edificio ricorda molto le insule, abitazioni a carattere popolare e intensivo, sul fronte, al pianterreno si aprono tre porte, che danno l’accesso ai tre settori, e tre file di finestre in corrispondenza dei piani superiori. Il prospetto di questo edificio era coperto da uno strato d’intonaco bugnato, nel primo ambiente a sinistra si può vedere un bel mosaico pavimentale con disegni geometrici, le pareti erano decorate con affreschi. Questo locale era diviso, in altezza, da un soppalco con travature di legno. Il locale centrale, il più grande dei tre, presenta anch’esso un mosaico pavimentale con tessere bianche e nere che danno vita disegni geometrici, alle pareti troviamo degli affreschi con parti ancora ben visibili. Nel terzo ambiente è presente una scala che permetteva l’accesso ai piani superiori. Da questo lato dell’edificio le costruzioni superano il livello della piazza, presentano una struttura di mattoni e tufelli in opera mista, ma ne rimangono solo pochi resti, inglobati negli edifici moderni. Come si diceva, gli Horti Sallustiani erano molto più vasti di quello che è oggi possibile vedere negli scavi, per altro molto importanti e significativi, di piazza Sallustio, all’angolo fra via San Nicola da Tolentino e via Bissolati, all’interno del collegio Germanico, vi è una cisterna costruita su due piani. Il primo, alto poco meno di due metri fa da sostruzione al secondo, il quale presenta quattro navate comunicanti tra di loro e parallele, per una dimensione totale di oltre trentotto metri di lunghezza per oltre tre metri di larghezza. Questa cisterna dovrebbe far parte delle modifiche apportate da Adriano, nel garage dell’ambasciata Americana vi sono i resti di un criptoportico decorato da affreschi, che probabilmente i comuni mortali non potranno mai vedere, un muro a nicchie si può vedere lungo via Locullo. Tra via Lucania e via Piave c’era un edificio termale, il ninfeo rinvenuto sotto la Caserma dei Corazzieri, presso la chiesa di Santa Susanna, forse faceva parte del complesso, inoltre erano parte dell’impianto, il tempio di Venere Erycina e il Circo di Sallustio. Numerosissime e meravigliose erano le sculture e le opere d’arte che adornavano gli edifici del complesso, nonostante i numerosissimi capolavori trafugati nel corso dei secoli, alcuni sono in collezioni pubbliche e private, sia statunitensi sia danesi, sono stati rinvenuti importati e grandi prodotti artistici. Dagli Horti Sallustiani provengono l’obelisco detto Sallustiano che oggi è visibile davanti a Trinità dei Monti e il suo basamento di granito che oggi è all’interno del giardino dell’Aracoeli. Sempre da questo luogo provengono le statue del Galata Morente, oggi si può ammirare ai musei Capitolini, e del Galata Suicida conservata nel museo Nazionale Romano, due gruppi scultorei copie romane di originali bronzei del III secolo a.C., poi ancora la Niobidee, infine l’acrolito di Venere e il famoso Trono Ludovisi, questi, originali greci del V secolo a.C., si trovavano nel Tempio di Venere Erycina e oggi si possono ammirare nel museo Nazionale Romano. Ovviamente questi esempi rappresentano i recuperi più noti, ma tantissime sono le opere ritrovate negli Horti di Sallustio e che sono sparse in tanti musei, purtroppo tante anche nascoste in qualche villa privata. Dopo l’abbandono, in seguito all’invasione gotica del 410 d.C. l’area fu occupata solo da orti, vigneti e qualche tugurio costruito a ridosso o all’interno dei ruderi romani. Agli inizi del 1600 quasi tutta l’area entrò a far parte delle proprietà dei Barberini, la loro villa fu edificata su resti romani, usati come fondamenta, e lungo un tratto delle mura serviane. La villa fu acquisita, nel 1657, dal conte Giulio Mandosi e in seguito fu ereditata dalla famiglia Castelli, tutta la proprietà fu comprata, nel 1870, da un antiquario ed editore di origine svizzera, tale Giuseppe Spithoever, il quale fece costruire, sopra le sostruzioni romane che correvano lungo le pareti della collina, un casino di aspetto rinascimentale con una facciata a doppio loggiato e due torri laterali che s’innalzavano per tre piani. Il casino fu costruito in sostituzione della vecchia villa Barberini, ma anche questo edificio non ebbe sorte migliore, infatti, fu abbattuto nel 1910 per far posto alla chiesa intitolata a San Camillo. Con l’avvento dei re sabaudi e con il divenire di Roma capitale d’Italia, aumentarono sempre di più gli interessi edilizi della zona tanto che, nel 1881, Giuseppe Spithoever diede il via dei massicci lavori per la livellazione dei propri terreni e alla costruzione di alcune strade, questo per trovarsi pronto all’imminente lottizzazione. Fu così che l’olografia della zona, mantenuta quasi immutata per secoli, fu completamente sconvolta, fu completamente cancellato il tracciato delle mura serviane e quasi tutto fu interrato. Questi lavori, da alcuni definiti “Preparatori”, terminarono nel 1883 e la proprietà fu venduta, la cosa grave fu che questo incipit diede il via alla lottizzazione di tutta la zona compresa la bellissima villa Ludovisi che fu completamente distrutta. Villa Ludovisi fu costruita a partire del 1622, nella parte meridionale del Pincio per volontà del cardinale Ludovico Ludovisi. Era una villa con un meraviglioso parco che conteneva giardini, viali alberati e vari edifici, alcuni famosi artisti lavorarono per decorarla tra cui il Guercino. Alla fine intorno a piazza Sallustio, in breve tempo, nacque un intero quartiere composto sia da villini di lusso sia da grandi palazzi destinati ad abitazioni e a uffici. Molto difficili furono le trattative per il mantenimento e la conservazione del complesso monumentale, le diatribe andarono avanti per un’ottantina di anni fino al 1969, anno in cui il monumento fu dichiarato di notevole interesse archeologico, anche se, solo nel 1998 si diede il via a un valido progetto di restauro. Oggi quello che possiamo vedere è solo una piccola parte del complesso voluto da Sallustio, un insieme sicuramente articolato in più fabbricati, lussuoso, ricco, decorato e affrescato, abbellito da sculture mosaici e stucchi, contenente chissà quante altre meraviglie. Solo con la fantasia si può immaginare ciò che era possibile, nei tempi antichi, vedere dai livelli più alti del complesso, lo sguardo di Sallustio e dei suoi invitati poteva spaziare fino al Campo Marzio.

 Vai all’album Fotografico 

(149)

Tagged under:
TOP