Gli Acquedotti Romani (Seconda Parte)

by / lunedì, 06 Giugno 2016 / Published in Archeologia1, Il blog

Gli undici acquedotti della città eterna

Si può affermare, senza alcuna probabilità essere smentiti, che la Roma dei nostri padri era attraversata da una rete di condotte idriche assai complessa, nelle città vi era poi un altro sistema molto articolato, che i nostri antenati seppero costruire con grande abilità, quello fognario. Roma ebbe a disposizione una quantità d’acqua potabile come nessuna città ebbe mai nel mondo antico e probabilmente in ogni epoca, compresa quella attuale, Roma fu ricordata con il titolo di “ Regina aquarum” ossia “Regina delle acque”.

  • Aqua Appia, o acquedotto Appio fu il primo a essere costruito per l’approvvigionamento idrico di Roma, fu progettato e iniziato dal censore Caio Plauzio Venox che utilizzò una sorgente nei pressi di una strada posta tra il VII e VII miglio della via Prenestina, l’esatta ubicazione è sconosciuta, probabilmente si è prosciugata con trascorrere del tempo. Fu terminato dal censore Appio Claudio Cieco, nel 312 a.C., il quale, al discapito di chi lo aveva progettato, si attribuì sia il merito sia il nome dell’opera. L’acquedotto costruito quasi completamente sotterraneo a una profondità di quindici metri ed era poco più lungo di undici miglia, pari a circa sedici chilometri e mezzo; la portata giornaliera era di ottocento quarantuno quinarie che corrispondono a circa trentaquattro mila metri cubi. Entrava in Roma nella località detta “Ad spem veterem”, presso Porta Maggiore per poi dirigersi verso il Celio, l’Aventino e terminava nel foro Boario nei pressi della Porta Trigemina. Quinto Marcio Re lo restaurò nel 144 a.C., poi Agrippa nel 33 a.C. e infine, su volontà di Augusto, fu potenziata la portata giornaliera fino raggiungere circa settanta seimila metri cubi, venne, infatti, captata nuova acqua da ulteriori sorgenti nei pressi del VI miglio ovviamente sempre della via Prenestina. Del suo percorso fino all’Urbe nono si sa molto, probabilmente seguiva il tracciato della via Prenestina ma in sostanza nulla è rimasto. Entrava in città, come si è già accennato, nei pressi di Porta Maggiore e con un percorso sotterraneo attraversava interamente il colle Celio e nei pressi dell’attuale piazza di Porta Capena usciva all’aperto. In questo modo, utilizzando le arcate della Porta Capena, superava l’avvallamento che lo separava dall’Aventino, colle che era attraversato con un tratto di nuovo sotterraneo e sfociava nei pressi della Porta Trigemina, all’incirca nell’area dove oggi è la chiesa di Santa Maria in Cosmedin. Da qui il castellum aquae provvedeva a suddividere l’acqua per l’erogazione alle utenze pubbliche e per le esigenze portuali, di tutto questa struttura rimangono solo poche tracce ma, furono sufficienti per capire i criteri costruttivi. Sembra, però non garantissero, così per lo meno affermano gli storici, una perfetta tenuta stagna, comunque era un impianto costruito con una serie di blocchi in tufo forati interconnessi tra di loro e adagiati in una galleria a sezione quadrata con una copertura a volta e tre lati in muratura.

  • Anio Vetus, o Aniene Vecchio, fu il secondo a essere costruito per l’approvvigionamento idrico di Roma, fu costruito tra 272 a.C. e il 269 a.C., col bottino di guerra della vittoria romana su Taranto e Pirro, dai censori Manio Curio Dentato e Flavio Flacco, nominati “Duumviri aquae perducendae”, per l’occasione, dal senato. In realtà fu Flacco che si occupò dell’impresa poiché Dentato morì appena cinque giorni dopo aver ricevuto l’incarico. Il nome di “vetus” gli fu attribuito in seguito, dopo che fu realizzato “Anio Novus”, il suo percorso in origine era quasi tutto sotterraneo, anche se in epoche successive, per abbreviarne il percorso, furono costruiti alcuni ponti. Le sorgenti di quest’acquedotto, che captava l’acqua dall’Aniene, erano al XXIX miglio della via Valeria, nella località di San Cosimato, nei pressi della confluenza del torrente Fiumicino nell’Aniene, tra gli attuali comuni di Vicovaro e Mandela, regione conquistata ai Sabini qualche anno prima proprio da Dentato. La lunghezza originale era di quaranta tre miglia, circa sessanta tre chilometri e si può dire che il suo percorso era interamente sotterraneo poiché solo all’ingresso della città usciva in superfice. Entrava a Roma, come il precedente, nei pressi di Porta Maggiore e terminava presso la Porta Esquilina. La sua portata giornaliera era di circa quattromila quattrocento quinarie, pari a circa centottanta tremila metri cubi, però non era molto funzionale, la portata diminuiva drasticamente nei periodi di siccità e in quelli di violente piogge e piene l’acqua s’intorbidiva, per questi motivi in epoca imperiale fu usata quasi esclusivamente per irrigazioni dei terreni delle ville e dei giardini. Quest’acquedotto fu restaurato tre volte, nel 144 a.C. da Quinto Marcio Re, con l’aggiunta di acqua tramite un condotto secondario del Marcio; nel 33 a.C. da Agrippa; tra 11 a.C. e il 4 a.C. su volontà di Augusto, fu in questo periodo che fu costruita una diramazione sotterranea che fu denominata “Specus Octavianus”, questa partiva dall’attuale zona del Pigneto e seguendo via Casilina arrivava nella zona dove in seguito furono costruite le Terme di Caracalla. Con Adriano il percorso dell’acquedotto cambiò fisionomia poiché fece costruire, nei pressi di San Vittorino, un ponte, chiamato oggi “Ponte della Mola”, per attraversare una vallata in questo modo la sua lunghezza diminuì di circa un chilometro e mezzo. Nel percorso urbano da Porta Maggiore, anche questo tratto era sotterraneo, girava intorno al colle Esquilino, superava la zona dell’attuale stazione Termini e terminava nei pressi della Porta Esquilina, qui un castellum aquae provvedeva a suddividere l’acqua alle utenze pubbliche, la sua portata originaria ben presto diminuì a causa di dispersioni, della costruzione di diramazioni secondarie e forse, anche, per qualche captazione abusiva, a detta di alcuni studiosi scese a circa cinquantaseimila metri cubi giornalieri.

  • Aqua Marcia, o acqua Marcia fu il Terzo a essere costruito per l’approvvigionamento idrico di Roma, fu costruito nel 144 a.C. dal pretore Quinto Marcio Re, lo stesso che fece restaurare i primi due acquedotti. Per la sua realizzazione sembra che il senato romano mise a disposizione del pretore un’ingente somma che qualcuno ha riportato essere di circa centottanta milioni di sesterzi, affermazione forse veritiera o forse no, di sicuro i costi per la costruzione degli acquedotti erano altissimi. Attingeva l’acqua direttamente dalle sorgenti dell’Aniene, nei pressi dell’attuale comune di Marano Equo, fonti che, in quell’epoca, oltre ad essere abbondanti erano anche di qualità eccellente e di grande purezza. Era considerata la migliore acqua che giungeva a Roma tanto che Plinio il Vecchio scrisse: ”Clarissima aquarum omnium… A dono a diis Urbe, cioè “ Tutta acqua brillante… Un dono fatto all’urbe dagli dei”. La lunghezza dell’acquedotto era di circa sessantadue miglia paria quasi novanta chilometri il suo percorso era sia sotterraneo sia su circa undici chilometri su arcate, le prime che è possibile definire monumentali, un tratto in arcate di circa nove chilometri fiancheggiava la via Latina ed entrava nell’urbe sempre nei pressi di Porta Maggiore. Passava sopra la via Tiburtina tramite un arco, che in seguito fu trasformato in Porta Tiburtina e inglobato nelle mura Aureliane, superava Porta Viminale e terminava in prossimità della Porta Collina, nelle vicinanze dell’attuale via XX Settembre, qui fu costruito il “castellum aquae” principale per distribuzione dell’acqua nella città, il ramo principale approvvigionava il Quirinale e il Campidoglio mente un ramo secondario, il “Rivus Herculaneus” riforniva sia il Celio sia L’Aventino. La portata giornaliera era di quattromila settecento quinarie pari a circa centonovantaquattro mila metri cubi, una tale abbondanza di Acqua fu utilizzata anche per rinforzare l’Anio vetus per centosessanta due quinarie e il successivo Aqua Tepula per novantadue quinarie infine, novantacinque quinarie furono utilizzate, lungo il percorso, su rami secondari. Quest’acquedotto subì alcuni restauri, uno in particolare lo portò, quasi, a raddoppiare la sua portata, fu infatti ricostruito in gran parte tra l’11 a.C. e il 4 a.C. quando, per volere di Augusto fu aggiunta una nuova sorgente, la cosiddetta “Aqua Augusta”. Facendo un salto temporale si giunge al 213 d.C., durante il regno di Caracalla fu realizzata una diramazione, che traversava la via Appia sull’arco di Druso, denominata “Aqua Antoniniana”, questo ramo andava ad alimentare le nuove terme, un altro ramo secondario alimentava, invece, le Terme di Diocleziano. L’acqua tanto era abbondate e di elevata qualità che papa Pio IX, nel 1870, fece ripristinare l’acquedotto.

  • Aqua Tepula, o acqua Tiepida fu il quarto acquedotto e l’ultimo costruito in epoca repubblicana, fu edificato nel 125 a.C. dai censori Caio Servilio Cepione e Lucio Cassio Longino le sorgenti erano situate nella zona vulcanica dei Colli Albani, dette della “Pantanella” e dell’”Acqua Preziosa”, al X miglio della via Latina. La lunghezza era di dodici miglia pari a diciotto chilometri, una curiosità, Il nome derivava dalla temperatura dell’acqua che era di circa diciassette gradi quindi tiepida. Il suo percorso subì variazioni nel tempo, inizialmente completamente sotterraneo, utilizzava anche la struttura dell’Acquedotto Marcio, fu in seguito fatto passare anche sulle arcate di quest’ultimo, alla fine, per ben nove chilometri e mezzo, quindi per più di metà della sua lunghezza, usava le stesse strutture dell’acqua Marcia. La qualità dell’acqua era scadente e la sua portata era di sole centonovanta quinarie pari a poco meno di ottomila metri cubi. Nel 33 a.C., subì una ristrutturazione e un’importante modifica da parte di Agrippa, il quale attraverso un ramo secondario del Marcio fece aggiungere novantadue quinarie alla sua portata dell’acquedotto e fece confluire il condotto, per cercare di raffreddare l’acqua in quello appena costruito dell’Aqua Iulia, dal quale tornava a separarsi nei pressi dell’attuale località Capannelle, qui vi era posta una piscina limaria. Il suo percorso continuava insieme all’Aqua Iulia, in un condotto distinto sopra gli archi dell’Aqua Marcia fino a giungere in città sempre nei pressi di Porta Maggiore, da qui seguiva lo stesso percorso dell’acqua Marcia vino a giungere al “castellum aquae” principale di distribuzione, nelle vicinanze dell’attuale via XX Settembre. Dopo la ristrutturazione, la qualità dell’acqua non migliorò di molto e la sua portata giornaliera salì, considerando anche quella apportata dall’Anio novus che fu costruito in seguito, a quattrocentoquaranta cinque quinarie pari a poco più di diciottomila metri cubi, rimase comunque uno degli acquedotti con la portata più bassa.

  • Aqua Iulia, o Acqua Iulia fu il quinto acquedotto della città di Roma, costruito nel 33 a.C., fu il primo a essere edificato dopo il termine del periodo repubblicano, fu voluto da Marco Vipsanio Agrippa, il quale fu contemporaneamente amico leale, collaboratore, generale e genero di Ottaviano, colui che poi divenne, di fatto il primo imperatore assumendo il nome di Augusto e che apparteneva alla famiglia della gens Iulia, alla cui l’acquedotto fu dedicato. Le sorgenti erano nel territorio del Tuscolo al XII miglio della via Latina, nel comune dell’attuale Grottaferrata a poca distanza dalle fonti dell’Aqua Tepula, il suo percorso era poco meno di dodici miglia e mezzo pari a ventidue chilometri e mezzo di cui undici, circa la metà, in superfice. La sua portata giornaliera era di circa milleduecento quinarie pari a cinquantamila metri cubi. Da un certo punto in poi i due condotti, del Tepula e dello Iulia viaggiavano insieme in sotterranea fino a giungere alla piscina limaria che si trovava in zona Capannelle, da qui i condotti tornavano a diversificarsi di nuovo proseguendo in superfice e utilizzavano, per più di nove chilometri, gli archi del Marcio opportunamente rinforzati, ancora oggi, si possono vedere tutti e tre i condotti in alcuni punti della struttura. Manco a dirlo, entrava in città ni pressi nella località “Ad spem veterem”, nei pressi di Porta Maggiore da qui proseguiva, come il precedente, verso “castellum aquae” principale di distribuzione, nelle vicinanze dell’attuale via XX Settembre. Quest’acquedotto, insieme al Tepula, avendo ben diciassette punti di distribuzione, riuscivano ad approvvigionare di acqua i Fori e i colli Viminale, Quirinale, Celio, Esquilino, Campidoglio, Palatino e Aventino. Anche quest’acquedotto fu più volte restaurato il primo avvenne con Augusto poi con Caracalla e Alessandro Severo il quale fece costruire un ramo per alimentare una fontana monumentale, la “Nymphaeum Alexandri” oggi conosciuta come “I Trofei di Mario”, i resti sono visibili nei giardini di piazza Vittorio. Papa Callisto II utilizzò, nel 1122 quest’acqua, per l’irrigazione dei campi e per far funzionare dei mulini, attraverso un canale che fece costruire appositamente e che va sotto il nome di “Marrana Mariana”, ancor oggi questo canale porta acqua nella città, anche se poi si disperde inutilizzata.

  • Aqua Virgo, o Acqua Vergine fu il sesto della città di Roma, costruito nel 19 a.C., fu il secondo a essere edificato dopo il termine del periodo repubblicano, fu costruito, come il precedente, da Marco Vipsanio Agrippa principalmente per alimentare l’impianti termali del Campo Marzio, che poi presero il nome proprio da lui. Le sorgenti erano nell’agro Luculliano, località che oggi e denominata Salone, all’VIII miglio della via collatina non troppo distante dall’Aniene. Si deve subito dire che non si tratta di una semplice sorgente ma di un sistema piuttosto complesso e ampio, tutt’oggi esistente, ispezionabile e funzionante. Tale sistema era formato da una serie di vene e polle acquifere che venivano convogliate, attraverso condotti sotterranei, in un bacino regolato da una diga che alimentava il canale principale, il quale attingeva acqua, durante il cammino anche da alcuni bacini secondari. Il suo percorso, in pratica tutto sotterraneo, era poco più di quattordici miglia, pari a circa venti chilometri e mezzo e la sua portata giornaliera era di circa duemila cinquecento quinarie che corrispondono a circa cento quattromila metri cubi. Solo l’ultimo tratto, meno di due chilometri, era all’aperto e nella zona del Campo Marzio su arcuazioni. Una sua caratteristica è oggi molto interessante, infatti, quest’acquedotto, ovviamente più volte restaurato, è ancor oggi in funzione, non a scopi potabili, alimenta le fontane dei rioni, Colonna, Trevi e Campo Marzio. Tanto per fare dei nomi le sue acque le vediamo zampillare dalla fontana di Trevi, e dalla Barcaccia di piazza di Spagna, poi ancora la fontana dei Quattro Fiumi di piazza Navona e la piccola fontana di vicolo della Spada, ve ne sono sicuramente altre che non ricordo. Il percorso di quest’acquedotto è piuttosto ampio, entrava a Roma costeggiando via Collatina fino nei pressi della zona che oggi va sotto il nome di Portonaccio, da qui raggiungeva prima via Nomentana e poi via Salaria e infine il Pincio, ma non prima di aver attraversato le attuali villa Ada, villa Borghese e il quartiere Parioli. Un così ampio giro serviva per approvvigionare di acqua tutta la zona nord di Roma, sino allora prive del prezioso liquido. Nei pressi del Pincio iniziava il tratto urbano e le distribuzioni, dopo la piscina limaria, l’acquedotto proseguiva su arcuazioni, alcune sono ancora visibili, verso la zona di fontana di Trevi, una parte di questo tratto è ancora visibile nell’area archeologica del Vicus Caprarius altrimenti detto: “La Città dell’Acqua”, in vicolo del Puttarello. Dopodiché scavalcando via Lata, l’attuale via del Corso, attraverso un arco, giungeva nell’ultimo castellum aquae, nei pressi di via del Seminario e terminava vicino al Pantheon alle terme di Agrippa, da qui un ramo secondario proseguiva verso Trastevere. Quest’acquedotto aveva una distribuzione molto ampia, secondo Frontino duecento quinarie erano riservate per il suburbio, millequattrocento cinquanta erano riservate alle opere pubbliche, cinquecento dieci erano di competenza del palazzo imperiale e le restanti trecentoquaranta erano a disposizione di concessioni private, la diffusione era affidata, oltre al castellum aquae a ben diciotto centri minori, i castella. Come gli altri acquedotti subì vari interventi di restauro e manutenzione, poiché è ancora in uso gli ultimi restauri e modifiche al percorso risalgono sia al 1840 sia al 1936, quest’ultimo intervento portò l’acqua sotto il Pincio fino alla fontana del Nicchione che risulta essere la mostra terminale. Curiosa è la leggenda che attribuisce il nome all’acquedotto, sembra che fu una fanciulla a indicare la sorgente a dei soldati romani da cui “Virgo”, cioè “Vergine”, ma probabilmente, più semplicemente il nome deriva dalla purezza dell’acqua e dalla sua leggerezza, poiché era quasi priva di calcare, quest’ultimo particolare ha permesso la conservazione di quest’opera per venti secoli.

  • Aqua Alsietina, o acqua Augusta fu il settimo acquedotto della città di Roma, fu costruito nel 2 a.C. per volere di Augusto, doveva servire unicamente per alimentare il lago artificiale che l’imperatore fece costruire nella zona di Trastevere, per la naumachia, in altre parole gli spettacoli di combattimenti navali. Gli storici sono propensi a credere che lo scopo fosse questo fin dalla progettazione dell’acquedotto stesso, poiché l’acqua non era potabile e quando non serviva per gli spettacoli di naumachia era impiegata esclusivamente per scopi agricoli. Sembrerebbe però plausibile, che l’acqua fosse anche utilizzata per il movimento delle pale dei mulini di Trastevere, data la notevole differenza di quota che l’acquedotto presentava, l’acqua scendeva dal Gianicolo. Infine era usata per l’irrigazione dei “Giardini di Cesare”, un parco pubblico voluto dallo stesso Cesare, nulla di nuovo sotto il sole. La sorgente, se così si può chiamare, era il “Lacus Alsietinus“, oggi conosciuto come il lago di Martignano, un piccolo bacino lacustre non molto distante dal più ampio lago di Bracciano. L’acquedotto era lungo poco più di ventidue miglia, pari a circa trenta tre chilometri, la sua portata giornaliera era di trecento novantadue quinarie pari a poco più di sedicimila metri cubi, la più bassa degli undici acquedotti. Il Frontino ci ricorda che duecentocinquanta quattro quinarie erano riservate all’uso dell’imperatore e le restanti centotrentotto erano concesse ai privati per i loro usi personali. Di quest’opera non è rimasto molto, il suo percorso era quasi del tutto sotterraneo, solo cinquecento metri erano su arcate, cominciava da un condotto da cui l’acquedotto riceveva direttamente l’acqua del lago, ne esiste ancora un tratto di circa duecento metri. Poi probabilmente doveva seguire il percorso della via Cassia e della via Trionfale, passava poi nei pressi di Osteria Nuova e Santa Maria di Galeria, per giungere, attraversando l’area che oggi ha il nome di Villa Doria Pamphilj, a Roma attraverso Porta San Pancrazio, da qui, infine, scendeva a Trastevere. Attraverso l’unico tratto urbano rinvenuto giungeva nei pressi dell’attuale piazza San Cosimato, dove si trovava il bacino artificiale per la naumachia. Considerando l’uso di quest’acqua quest’acquedotto non aveva una piscina limaria, subì, nel 109 d.C., un consistente restauro, per volere dell’imperatore Traiano, il quale fece realizzare un nuovo condotto che probabilmente non sempre seguiva quello originario. Alcuni testi ci tramandano che le naumachie, in questo luogo, si tennero fino al III secolo d.C., fino a quando un fenomeno naturale fece abbassare notevolmente le acque del Lago di Martignano, tanto che non poteva più alimentare il condotto sotterraneo. Una curiosità, nel 1612 il livello del lago, ancora una volta per cause naturali, tornò a crescere e papa Paolo V usò la struttura esistente per l’alimentazione idrica del Gianicolo, del Vaticano e di Trastevere, facendo costruire l’acquedotto, cosiddetto, dell’acqua Paola.

  • Aqua Claudia, o acqua Claudia fu l’ottavo acquedotto della città di Roma, fu iniziato da Caligola nel 38 d.C. e terminato da Claudio, da cui prese il nome, nel 52 d.C., quest’opera fu una delle più importanti, sia per le innovazioni tecniche usate sia per gli alti costi e il notevole impiego di mano d’opera. Per la sua efficienza fu subito di notevole importanza, sembra che nonostante fu terminato nel 52 d.C. entrò in funzione già dal 47 d.C., le sorgenti erano nell’alta valle dell’Aniene nelle vicinanze dei monti Simbruini, tra le località che oggi sono conosciute come Arsoli e Marano Equo, precisamente al XXXVIII miglio della via Sublacensis, abbastanza vicino alle sorgenti che originavano l’Aqua Marcia. La captazione delle acque avveniva anche da sorgenti secondarie e il livello, di queste, era regolato e tenuto sotto controllo attraverso scambi con l’acquedotto dell’acqua Marcia, era lungo quasi quarantasei miglia e mezzo, corrispondenti a quasi settanta chilometri, la sua portata giornaliera era di circa quattromila seicento quinarie che corrispondono a circa centonovant’uno mila metri cubi. Il suo percorso è molto articolato, correva per sedici chilometri in superficie di cui undici erano su arcuazioni e i restanti cinque procedevano su ponti, entrava a Roma, manco a dirlo, “Ad spem veterem”, nei pressi di porta Maggiore. Inizialmente seguiva l’andamento dell’Aniene, sul lato destro, per poi scavalcarlo, all’altezza di San Cosimato, seguendone il percorso sul lato opposto, dopo Tivoli seguiva il percorso della via Prenestina e poi quello della via Latina, all’altezza di Capannelle correva su delle arcate, ancor oggi ben conservate e visibili nel Parco degli Acquedotti, per poi giungere all’altezza di Tor Fiscale. In questa località l’acquedotto Claudio scavalcava due volte quello Marcio, ciò è ancora visibile, formando una sorta di recinto di forma quasi trapezoidale di lunghezza massima di circa trecento metri, tale recinto fu in seguito noto come “Campo Barbarico”, poiché fu proprio qui che Vitige e i suoi Ostrogoti si accamparono, dopo aver interrotto il flusso delle acque distruggendo parte delle arcate. Era il 539 d.C. e iniziava la battaglia contro Belisario che fu chiamato a difendere Roma. Infine l’acqua giungeva alla piscina limaria e da qui al castellum aquae terminale che era posto appena dopo Porta maggiore e qui si univa a quella dell’Anio Novus. Poiché questo Castellum rimase in piedi fino al 1880, si conosce in maniera approfondita la sua struttura, aveva cinque vasche da cui le acque si dirigevano verso novantadue “Castella” secondari, che permettevano la distribuzione in varie zone della città. Ovviamente anche quest’acquedotto subì restauri e modifiche, Nerone fece costruire, poco prima di Porta Maggiore, un ramo secondario che arrivava fino al Celio per alimentare direttamente la sua Domus Aurea, il cosiddetto “Arcus Neroniani”, questo stesso ramo fu poi prolungato da Domiziano fino al Palatino per approvvigionare i palazzi imperiali. Un ulteriore modifica del III secolo vede la costruzione di un ramo che partendo dal Celio raggiungeva Trastevere scavalcando il fiume Tevere su ponte Emilio, una successiva deviazione portava l’acqua a villa dei Quintili, sull’Appia, ulteriori restauri furono eseguiti durante il regno di Vespasiano e da Tito.

  • Anio Novus, o Aniene Nuovo, fu il nono acquedotto della città di Roma, come il precedente fu iniziato da Caligola nel 38 d.C. e terminato da Claudio nel 52 d.C., la sorgente era nell’alta valle dell’Aniene e captava l’acqua direttamente dal fiume, da cui il nome Anius e si aggiunse l’aggettivo Novus, per distinguerlo da quello più vecchio, di circa tre secoli, a cui fu aggiunto il termine Vetus. L’acqua era captata dal fiume a circa sei chilometri di distanza dalle sorgenti del Claudio, nei pressi di Subiaco, all’altezza del XLII miglio della via Sublacensis, ma dal lato opposto del fiume ed era incrementato dal “Rivus Herculaneus”, la sua acqua non era del tutto pura nonostante la piscina limaria che fu costruita nelle vicinanze dell’attuale comune di Agosta. La sua lunghezza era di quasi cinquantanove miglia pari a circa novantasette chilometri, la sua portata giornaliera era di oltre quattromila settecento quinarie pari a circa centonovanta seimila metri cubi. Il suo percorso era sotterraneo per settanta tre chilometri e in superficie per quattordici chilometri, per circa la metà di questo tratto superficiale si soprapponeva all’acquedotto Claudio, dal VII miglio della via Latina fino all’ingresso della città nei pressi di Porta Maggiore, poco prima dell’ingresso in città centosessanta tre quinarie venivano, con condotto costruito appositamente, cedute all’acquedotto dell’Aqua Tepula.

  • Aqua Traiana, o acquedotto Traiano fu il decimo della città di Roma, fu costruito, nel 109 d.C., per volere di Traiano, da cui il nome, le sue sorgenti erano ai piedi dei monti Sabatini, nelle vicinanze del “Lacus Sabatinus”, quello che oggi conosciamo come lago di Bracciano, la sua lunghezza era di circa trentotto miglia pari a circa cinquantasette chilometri; la sua portata giornaliera era di circa duemila ottocento quinarie, pari a circa centodiciotto mila metri cubi. La costruzione si rese necessaria per l’approvvigionamento idrico di Trastevere poiché l’Aqua Alsietina, voluta da Augusto oltre un secolo prima non era potabile, era usata solo per l’irrigazione e la naumachia che l’imperatore fece realizzare proprio nella zona di Trastevere. Non ci sono dati certi su quest’acquedotto, l’opera di Frontino non può descriverlo, infatti, mori nel 103d.C., molte notizie sono dedotte dagli studiosi, captava l’acqua intorno al lago di Bracciano attraverso vari cunicoli e portate in un condotto principale da cui partiva l’acquedotto. Dopo la captazione delle acque, quest’opera proseguiva verso l’attuale comune di Anguillara per poi seguire il percorso del fiume Arrone, quindi proseguiva sulle arcuazioni dell’acquedotto dell’Aqua Alsietina, quindi tornava a essere sotterraneo seguendo la via Clodia, la Cassia e l’Aurelia fino al castellum Aquae che fu costruito nel luogo dove in seguito fu edificata Porta San Pancrazio. Anche quest’acquedotto fu più volte restaurato, nel 1612 papa Paolo V usò parte di questa struttura, insieme a quelle dell’Aqua Alsietina, per il suo acquedotto, cosiddetto dell’acqua Paola, che servì per l’approvvigionamento idrico del Gianicolo, del Vaticano e di Trastevere.

  • Aqua Alexandrina, o Acquedotto Alessandrino fu l’undicesimo e ultimo acquedotto della città di Roma, fu costruito, nel 226 d.C., per volere di Alessandro Severo, da cui il nome, fu costruito per alimentare le restaurate terme Neroniane che assunsero il nome di terme Alessandrine. Le sorgenti erano situate nei pressi del XIV miglio della via Prenestina a circa tre chilometri dall’attuale comune di Colonna in località Pantano Borghese, il suo percorso era di circa quindici miglia, pari a ventidue chilometri e la sua portata giornaliera era di cinquecento ventuno quinarie pari a circa ventiduemila metri cubi. Il suo percorso si sviluppava in gran parte su arcuazioni, fu l’ultimo acquedotto in ordine di tempo e per la sua costruzione si usarono tutte le conoscenze derivanti dalle esperienze precedenti e dalle innovazioni tecnologiche, si realizzarono le arcate in laterizio, elemento resistente e leggero allo stesso tempo, che permise l’attuazione di un percorso più rettilineo, ancor oggi si possono vedere maestose arcuazioni che in alcuni punti raggiungono l’altezza di venticinque metri. Dall’altezza dell’attuale zona di Torpigattara il suo percorso diventava sotterraneo ed entrava a Roma, manco a dirlo, nei pressi di Porta Maggiore, con molta probabilità qui era posta la piscina limaria. Non vi sono tracce del suo percorso all’interno dell’Urbe, comunque terminava in Campo Marzio nei pressi del Pantheon, dove andava ad alimentare le “Thermae Alexandrinae”. Anche quest’acquedotto, come tutti gli altri fu più volte restaurato, le principali ristrutturazioni furono quelle dovute a Diocleziano. Le sue sorgenti furono utilizzate da papa Sisto V nel 1585 per la costruzione dell’Acquedotto Felice, per questa realizzazione furono utilizzati vari tratti di acquedotti e strutture preesistenti.

La realizzazione degli acquedotti ebbe una media di uno ogni sessanta anni circa, ma nel 52 d.C. due di essi furono costruiti contemporaneamente. La loro misurazione era espressa in “Passus”, ovvero in passi Romani, un passus corrispondeva a 1,482 metri, più praticamente erano misurati in “Milia passus”, cioè in miglia romane, un milia passus corrispondeva a 1.482 metri. La portata di ciascun acquedotto era calcolata in quinariae giornaliere, è stato calcolato che una quinaria equivaleva a 0,48 litri al secondo o 41,5 metri cubi al giorno, per esempio l’acquedotto con portata maggiore, l’Anio Novus, dava un approvvigionamento idrico, all’Urbe, di quasi 200 milioni di litri giornalieri, quantità considerevoli, non dimentichiamoci che quest’acquedotto fu costruito circa duemila anni or sono.

Tabella riepilogativa degli acquedotti di Roma antica:

Nome

Acquedotto

Riferimento

del Nome

Anno

Costruzione

Lunghezza

Portata giornaliera originale in quinarie

Portata giornaliera originale in m3

Portata giornaliera definitiva in quinarie

Portata giornaliera definitiva in m3

Litri al secondo

Posizione

Dello sbocco

Terminale

Aqua Appia Censore Appio Claudio 312 a.C. 16,5 km 841 q. 34.000 m3 1825 q. 75.737 m3 876

Circo Massimo

(sud ovest)

Rami per molti

quartieri

Anio Vetus Aniene vecchio 270 a.C. 63,5 km 4398 q. 182.517 m3 4398 q. 182.517 m3 2.111

Porta Esquilina

(sud est)

Aqua Marcia Pretore Quinto Marcio 144 a.C. 91 km 4690 q. 194.365 m3 4339 q. 180.068 m3 2.083

Colle Quirinale

(nord est)

Aqua Tepula Acqua tiepida 125 a.C. 18 km 190 q. 7.885 m3 445 q. 18.467 m3 200

Porta Collina

(nord est)

Aqua Iulia Dalla gens di Ottaviano 33 a.C. 23 km 1206 q. 50.043 m3 1651 q. 68.516 m3 792,5

Porta Viminalis

(nord est)

Rami per molti

quartieri

Aqua Virgo Acqua vergine da una leggenda 19 a.C. 20 km 2504 q. 103.916 m3 2504 q. 103.916 m3 1.202

Campo Marzio

(nord ovest)

Aqua Alsietina Lago Alsietinus 2 a.C. 33 km 392 q. 16.257 m3 392 q. 16.257 m3 188

Trastevere

(ovest)

Aqua Claudia Imperatore Claudio 38 d.C. 68 km 4607 q. 191.190 m3 4607 q. 191.190 m3 2.211

Porta Praenestina (sud est)

Rami per molti

quartieri

Anio Novus Aniene nuovo 38 d.C. 87 km 4738 q. 196.627 m3 4738 q. 196.627 m3 2.274

Condivideva lo

sbocco

Con l’Aqua

Claudia

Aqua Traiana Imperatore Traiano 109 d.C. 57 km 2848 q. 118.200 m3 2848 q. 118.000 m3 1.367

Colle Gianicolo

(ovest)

Aqua Alexandrina Imperatore Alessandro Severo 226 d.C. 22 km 521 q. 21.632 m3 521 q. 21.632 m3 250

Pantheon, Campo Marzio

(nord ovest)

Quasi tutti i “Castellum Aquae” sia principali sia secondari avevano una forma semplice, erano prismi che contenevano all’interno un certo numero di vasche di decantazione e di distribuzione, l’acqua era quindi versata all’esterno da un certo numero di bocchettoni, normalmente a forma di calice, da cui tutti potevano attingere. Qualche volta i “Castellum Aquae” avevano la forma di ninfei o di fontane riccamente decorate con statue, rilievi e mosaici ma, sempre erano sorvegliati da guardie armate per non permettere manomissioni o inquinamenti. La Roma antica era attraversata da una rete di condotte idriche piuttosto complessa, che non aveva nulla da invidiare a quella moderna, anche se non c’erano le conoscenze tecniche per far giungere l’acqua all’interno di ogni abitazione, non dimentichiamoci che dal 300 d.C. circa e fino alla decadenza dell’impero i cittadini romani avevano a disposizione, pro capite, una quantità d’acqua doppia di quella attuale.

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