Gli Acquedotti Romani (Prima Parte)

by / lunedì, 06 giugno 2016 / Published in Archeologia1, Il blog

Storia.

L’acqua in qualsiasi epoca, per gli abitanti di una città, grande o piccola che sia, è sempre stata ed è una delle risorse più importanti se non la più vitale. Nell’antica Roma, nei primi anni dello sviluppo della città, l’approvvigionamento idrico era affidato al Tevere o a dei pozzi o alle sorgenti, ma tutto questo divenne, col passare del tempo e con lo sviluppo della città insufficiente, è allora che Romani cominciarono a intraprendere la costruzione degli acquedotti. La realizzazione degli acquedotti fu sicuramente una delle imprese più grandi e impegnative della civiltà romana, ci tramanda Sesto Giulio Frontino, nel suo De aquis urbis Romae: “Nei 441 anni che seguirono la fondazione di Roma, i Romani si accontentarono di usare le acque tratte dal Tevere, dai pozzi e dalle sorgenti”, ma nel 312 a.C., non erano più sufficienti a coprire l’incremento del fabbisogno giornaliero dovuto sia all’incremento demografico sia allo sviluppo urbanistico. Sempre Sesto Giulio Frontino affermò: “Tot aquarum tam multis necessariis molibus pyramidas videlicet otiosas compares aut cetera inertia sed fama celebrata opera Graecorum”. La cui traduzione è: “Una tale quantità di strutture, che trasportano così tanta acqua, comparala, se vuoi, con le oziose Piramidi o con le altre inutili, se pur rinomate, opere dei Greci”. Dionigi di Alicarnasso sulle opere realizzate da Romani scrisse: “Mi sembra che la grandezza dell’impero romano si riveli mirabilmente in tre cose, gli acquedotti, le strade, le fognature”. Poi ancora Plinio il Vecchio Aggiunge: “Chi vorrà considerare con attenzione … la distanza da cui l’acqua viene, i condotti che sono stati costruiti, i monti che sono stati perforati, le valli che sono state superate, dovrà riconoscere che nulla in tutto il mondo è mai esistito di più meraviglioso”. E’ opportuno dire che gli acquedotti non furono solo questo, certamente furono costruiti per soddisfare le esigenze idriche della popolazione romana, ma giacché la realizzazione era particolarmente complessa e il mantenimento degli stessi esigeva una cura costante, queste opere, in qualche modo, divennero l’espressione della potenza della città di Roma. Nella città eterna furono realizzati undici acquedotti, alcuni ancor oggi ben conservati, che portarono a Roma una disponibilità idrica pro capite, così gli studiosi hanno calcolato, pari a circa il doppio di quella attuale. L’acqua era distribuita nelle case private, solo per pochi privilegiati; nelle fontane pubbliche, il loro numero superava le milletrecento; nelle fontane monumentali, una quindicina; nelle piscine, se ne contavano circa novecento; nelle terme pubbliche, undici in tutto; nei bacini che erano utilizzati per gli spettacoli come le naumachie, ve ne erano due; nei laghi artificiali, ben tre. Le conoscenze, sugli acquedotti, che sono giunte sino a noi, sono dovute sia all’alto stato di conservazione di alcuni di essi sia, come prima si accennava, all’opera del Frontino “De aquis urbis romae” che scrisse nel 97 d.C. mentre ricopriva la carica di curator aquarum, in altre parole curatore degli acquedotti. La sua opera descrive minuziosamente ogni tipo di notizia legata a ogni acquedotto, ad esempio: la portata, il percorso e persino com’era organizzato il personale addetto alla manutenzione, scrive: ”… Il ricordo delle sorgenti è connesso ancor oggi con un elemento sacro, che costituisce oggetto di culto, si crede infatti che esse possano guarire le malattie, com’è il caso della sorgente delle Camene, dell’Apollinare, e di quella di Giuturna. Ora invece affluiscono in città l’Acqua Appia, l’Aniene Antico, la Marcia, la Tepula, la Giulia, la Vergine, l’Alsietina, la Claudia, l’Aniene Nuovo”. Questo è anche l’ordine cronologico che Frontino ci fornisce, in seguito si aggiunsero l’Acqua Traiana e quella Alessandrina. Inizialmente e per quasi duecentocinquanta anni, la manutenzione degli acquedotti e la distribuzione dell’acqua furono affidate a dei privati che però dovevano rendere conto delle proprie azioni ai magistrati i quali però, avevano anche altri compiti, col trascorrere del tempo si venne a creare una palpabile disorganizzazione. Fu così che Agrippa nel 30 a.C. creò un servizio apposito che si occupò dell’approvvigionamento idrico della città e di conseguenza anche della manutenzione e del controllo di tutti gli acquedotti, tale servizio fu poi perfezionato, codificato e istituzionalizzato da Augusto. Un Inventario del IV secolo d.C. riporta che a Roma vi erano diciannove acquedotti, in realtà gli altri otto erano soltanto diramazioni o rami secondari dei primi, la città quindi aveva acqua in abbondanza, ma ciò ebbe termine nel 537 d.C. quando gli Ostrogoti, guidati da Vitige, assediarono Roma e tagliarono gli acquedotti per impedire l’approvvigionamento idrico della città. Contemporaneamente a ciò Belisario, un generale posto alla difesa della città eterna, chiuse tutti gli sbocchi cittadini degli acquedotti per impedire che gli Ostrogoti usassero quelle vie d’acqua per l’invasione della città. In seguito qualcuno fu rimesso in funzione anche se parzialmente ma dal IX secolo, per il crollo demografico, la mancanza di risorse tecniche e soprattutto la carenza dei mezzi economici, i condotti non furono più usati e nessuno si occupò più della manutenzione, i Romani tornarono ad attingere acqua dal Tevere, dai pozzi e dalle sorgenti, come quando la storia della città ebbe inizio. Gli acquedotti raccoglievano l’acqua da diverse sorgenti naturali situate a distanze più o meno ragguardevoli dalla città, si andava dai sedici chilometri e mezzo dell’Aqua Appia agli ottantasette chilometri dell’Anio Novus.

Caratteri generali e tecnici.

Ovviamente i Romani costruirono acquedotti in ogni parte dei territori annessi, le sorgenti erano scelte con criteri ben precisi riguardanti in primo luogo la purezza dell’acqua, la sua temperatura, i sali minerali disciolti in essa a cui si attribuivano proprietà curative; non era poi trascurata la posizione delle sorgenti le quali dovevano essere inaccessibili a qualsiasi forma di contaminazione, prive di muschio e di canneti. E’ da premettere che l’acqua doveva giungere a destinazione unicamente per forza di gravità di conseguenza l’acquedotto doveva mantenere una costante e calcolata pendenza, a tale scopo l’acqua doveva essere captata da sorgenti collocate in collina o comunque in posizioni più elevate rispetto alla città di destinazione, in questo modo poteva essere ridistribuita. Ogni percorso doveva essere ben pianificato secondo le caratteristiche del terreno che era presente lungo il tracciato, la pendenza dell’acquedotto doveva mantenersi intorno al due per cento, un’inclinazione più elevata avrebbe portato acqua troppo veloce e carica d’impurità, una troppo bassa, al contrario, acqua stagnante con evidenti conseguenze d’igiene e purezza. Gli ingeneri romani erano molto abili e disponevano di strumenti molto sofisticati, stiamo parlando di duemila e quattrocento anni fa, prima fra tutti la libra, la livella ad acqua del tutto paragonabile a quella attuale; usufruivano del chorobates, uno strumento per misurare la pendenza del terreno, era formato da un’assicella lunga venti piedi ovvero circa sei metri e appoggiata a due sostegni di legno, a ciascuna estremità, erano appesi due o quattro fili a piombo che indicavano, sulle linee delle traverse, la posizione orizzontale, infine al centro dell’assicella vi era un incavo, in cui andava versata dell’acqua e se il liquido la riempiva senza fuoriuscire, il dispositivo era in posizione piana; usavano la dioptra, era una sorta di tubo o di canna con un mirino a entrambe le estremità e posizionato su di un cavalletto, installata su dei goniometri poteva essere usata per misurare gli angoli, si può definire un teodolite primitivo. Normalmente un acquedotto iniziava, per quanto riguarda le sorgenti di superfice, con bacini di raccolta realizzati con dighe per trattenere l’acqua, oppure venivano scavati dei pozzi e cunicoli, per quanto concerne le sorgenti sotterranee, dopo di che le acque sostavano nelle piscinae limariae che erano vere e proprie vasche di decantazione in cui si depositavano le impurità. Dopo questi passaggi l’acqua era immessa nello specus, un canale sotterraneo che trasportava l’acqua, mantenendo una pendenza di circa 2°, spesso si trovavano piscinae limariae anche lungo il percorso per rimuovere altre eventuali impurità. I Romani preferivano dare ai propri acquedotti un percorso sotterraneo, ovviamente finché la cosa era possibile, quindi erano scavati nella roccia partendo da pozzi verticali, posti a una distanza che variava dai venticinque ai trentacinque metri l’uno dall’altro, veniva raggiunta l’altezza richiesta e quindi era scavato il canale. I pozzi, durante la costruzione del canale, servivano anche per il trasporto del materiale da e verso la superfice, per permettere la discesa degli operai; all’entrata in funzione dell’acquedotto i pozzi erano usati per l’ispezione e la manutenzione, ad esempio per la rimozione del calcare che si depositava. Spesso le pareti del condotto erano rivestite da una sorta d’intonaco impermeabile fatto di malta mescolata con piccolissimi frammenti di anfore e di mattoni sbriciolati il cosiddetto cocciopesto o opus signinum. Lungo il percorso, a volte era possibile vedere degli sfoghi laterali che, in caso di piena, permettevano il defluire delle acque senza creare danni alle pareti del condotto stesso. Ovviamente, per le caratteristiche del terreno alcune parti dell’acquedotto correvano in superficie lungo un fosso ed era coperto con lastre di pietra o con tegole di terracotta per evitare l’esposizione alla luce diretta del sole ed eventuali contaminazioni dovute al terriccio e al fogliame. In presenza di pareti scoscese, valli e avvallamenti era costruito un viadotto o un ponte, ancora oggi se ne possono vedere vari perfettamente conservati, in questo modo veniva attraversato il dislivello fino al lato opposto da dove poteva, eventualmente, ripartire il canale sotterraneo. Avvicinandosi alla città, poiché era calcolato che giungessero nel punto più alto, il mantenimento del flusso dell’acqua era garantito dalla costruzione di viadotti con una serie di archi, alcuni dei quali raggiungevano circa trenta metri di altezza, Infatti, per esempio, era con queste grandiose strutture, tuttora visibili e in ottimo stato di conservazione, che la maggior parte degli undici acquedotti della capitale entrava a Roma. Un altro sistema usato per superare i pendii era quello del cosiddetto sifone inverso, basato sul principio dei vasi comunicanti, l’acqua appena prima della pendenza da superare era raccolta in una cisterna dalla quale partiva una tubatura che portava l’acqua fin sotto la valle per forza di gravità e da qui risaliva, sempre all’interno di tubi, la parete opposta, in virtù della pressione raggiunta nella discesa, fino a un’altra cisterna da cui poi ripartiva l’acquedotto. Tale tecnica comportava, però delle grosse problematiche poiché i tubi di piombo erano difficili da saldare tra di loro, quelli di terracotta s’incastravano tra di loro con dei manicotti che non reggevano le forti pressioni che si andavano a creare, la conseguenza era che molta acqua si perdeva e oltretutto tale sistema aveva bisogno di frequente manutenzione e riparazione. Per ovviare a questi problemi gli ingegneri romani, in molti casi preferivano allungare il percorso, a volte anche notevolmente, assecondando in questo modo l’andatura del terreno. Alla fine del percorso l’acqua entrava nel castellum aquae, una costruzione che conteneva altre piscinae limariae e una vasca terminale da cui era distribuita, tramite condutture, alle utenze urbane o ad altri castellum aquae, per successive divisioni che, in questo modo, raggiungevano altre parti della città, a volte tali suddivisioni avvenivano anche prima di entrare nel centro abitato per alimentare le ville suburbane. Il castellum aquae, in alcune circostanze, presentava delle fontane monumentali o ninfei, decorati con statue, rilievi e mosaici. E’ da sottolineare che tutto questo, presupponeva un livello di progettazione elevatissimo e degli sforzi notevoli di tutti quelli che prendevano parte al progetto, oggi, nell’era dei computer, può sembrare quasi banale ma non bisogna dimenticare che ci riferiamo a opere costruite oltre duemila e quattrocento anni fa con tantissimo ingegno e maestria. L’acquedotto era segnalato da un cippo ogni duecento quaranta piedi, un piede romano era circa ventinove centimetri e sette millimetri, per evitare danni alla struttura e qualsiasi forma d’inquinamento si doveva rispettare una distanza di quindici piedi per ogni lato, se l’acquedotto era in superficie, una distanza di cinque piedi se la struttura era sotterranea o all’interno della città. Gli acquedotti erano pubblici, anche se all’inizio gestiti da privati, di proprietà del governo e a beneficio di tutti i cittadini, se danneggiati o inquinati il colpevole subiva delle pesanti pene ed era illegale anche collegarsi alle condotte pubbliche per usare l’acqua a scopi privati come rifornire ville o terreni. Era possibile da parte di privati usufruire di rami che portavano acqua all’interno delle singole proprietà, abitazioni o terreni ma, usufruivano solo del surplus dell’acqua disponibile e per ottenere ciò dovevano pagare un oneroso tributo, solo i più ricchi e nobili potevano permettersi l’acqua in casa e i tubi di piombo o in terracotta, normalmente utilizzati, comunemente portavano, in qualche parte, inciso il loro nome o il sigillo caratteristico della famiglia.

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