Giasone, gli Argonauti, l’Ago e il Vello d’Oro.

by / sabato, 27 ottobre 2018 / Published in Il blog, Miti e Leggende

Sicuramente questo mito è uno dei più grandi del mondo greco, nella sua trama vi è un intreccio di mostri, di luoghi misteriosi, di magia, di amori e di un alto numero di eroi tra i più leggendari della Grecia Antica. Una premessa in Tessaglia vi era la città di Iolco, governata da Atamante che ebbe due figli da Nefele, Elle e Frisso. Morta la prima moglie Atamante sposò Ino, un giorno nella città scoppiò una carestia e il re non sapeva cosa fare per porre termine a tale flagello, Ino, che era gelosa dei due figli che il sovrano aveva avuto dalla precedente moglie, disse che l’unico rimedio era quello di sacrificare Elle e Frisso al padre degli Dei, Zeus. Nefele, che morendo si trasformò in nuvola, dal cielo inviò sulla terra un ariete che aveva il vello d’oro e la capacità di volare, i fanciulli cavalcarono questo magico animale e cominciarono a viaggiare verso l’estremo oriente. Le cose sembravano aver raggiunto un giusto equilibrio, ma non fu così, scoppio una tremenda tempesta che scaraventò Elle in mare, mentre Frisso riuscì a tenersi aggrappato all’animale. Il punto dove Elle cadde in mare fu chiamato Ellesponto, Frisso proseguì il viaggio e raggiuse la Colchide, regione lontanissima e misteriosa per i Greci. Terminato il volo e messo i piedi sul suolo, Frisso sacrificò L’ariete a Zeus e il vello d’oro lo donò al re di Ea, che lo accolse dandogli ospitalità, un mostruoso serpente fu messo a guardia del prezioso manto, o forse e meglio dire un drago, il vello fu consacrato nel bosco del dio Ares. Giasone, nome greco Ιάσων, fu il mitico figlio di Esone, re di Iolco in Tessaglia e di Alcimede, nota anche come Polimele. Trattandosi di leggende, vi è più di una versione, secondo una, il padre fu privato del trono dal fratellastro Pelia, figlio di Poseidone e di Tiro, mentre secondo un’altra Esone aveva affidato il potere a Pelia finché Giasone raggiungesse la maggiore età. Tutti sembrano concordare che Giasone fu allevato dal centauro Chirone, figura questa ricorrente nella mitologia greca, che si prese cura della preparazione fisica del nostro eroe, gli insegnò i principi morali e religiosi, curò la sua preparazione militare. Una versione della leggenda narra che il piccolo Giasone fu affidato al centauro dallo stesso padre, un’altra racconta una storia diversa. Pelia, dopo aver usurpato il trono e per paura di ritorsioni fece uccidere tutti i discendenti del legittimo re, Alcimede, moglie di Esone, aveva appena dato alla luce un piccolo cui fu assegnato il nome di Giasone, chiamò intorno a se e al piccolo, un certo numero di donne chiedendo loro di piangere la morte del neonato. Pelia credette che il piccolo fosse nato morto, a quel punto Alcimede affidò il figlio a Chirone, per sia per farlo educare sia per proteggerlo. Pelia fortemente preoccupato di perdere il regno che aveva usurpato, si recò da un oracolo il quale lo avvertì di stare attento all’uomo che indossava un solo sandalo. Giasone nel frattempo cresceva e al compimento del ventesimo anno di età si sentì pronto per tornare in patria e rivendicare il trono paterno, scese quindi dal monte Pelio, dove abitò tanti anni con il Centauro, ma nell’attraversare le acque del fiume Anauro perse una calzatura nel fango. La leggenda vuole che Giasone perdesse il sandalo nelle acque del fiume mentre aiutava un’anziana signora ad attraversarlo, caricandosela sulle spalle, ma la vecchia non era altro che la Dea Era travestita, che lo benedì e gli diede la sua protezione, essendo Dea sapeva a cosa stava andando incontro e ciò che Pelio stava per chiedergli. Giasone giunse Iolco durante i giochi in onore di Poseidone, si presentò a Pelia con un solo sandalo e reclamò il regno che fu di suo padre. Pelia vedendolo con un solo sandalo e ricordandosi della profezia fu colto da sgomento, si spaventò e ormai nel panico chiese allo straniero che gli era difronte chi fosse e chi fosse il padre. Giasone tranquillamente rispose che Chirone era suo padre adottivo, ma in realtà era il figlio di Esone, Pelia ormai nel panico più totale chiese al giovane che cosa avrebbe fatto se un oracolo gli avesse predetto che un cittadino lo avrebbe minacciato e ucciso. Il giovane eroe, senza rendersi conto, pronunciò delle parole che in realtà furono suggerite da Era, e rispose che avrebbe mandato quel cittadino alla ricerca del Vello d’Oro, nella Colchide. All’usurpatore Pelia sembrò che quella fosse l’impresa giusta per toglierselo da torno e gli pose come condizione, per restituirgli il regno, che riportasse in Tessaglia il Vello d’Oro. Ecco, però pronta una versione diversa, secondo la quale Pelia istigò Giasone e lo persuase a partire, alla conquista del vello, facendogli credere di essere perseguitato dal fantasma di Frisso, il quale fu ucciso da Eete, che in sogno gli ordinava di riportare quel prezioso e magico manto in patria. La conclusione di questa parte della storia è, qualunque sia la versione, che Giasone accettò la sfida, pur sapendo dei rischi a cui sarebbe andato in contro, ma, certamente, non sarebbe partito da solo.

…“Ἀρχόμενος σέο Φοῖβε παλαιγενέων κλέα φωτῶν

μνήσομαι οἳ Πόντοιο κατὰ στόμα καὶ διὰ πέτρας

Κυανέας βασιλῆος ἐφημοσύνῃ Πελίαο

χρύσειον μετὰ κῶας ἐύζυγον ἤλασαν Ἀργώ”…

…“Da te sia l’inizio, Febo, a che io ricordi le gesta

degli eroi antichi che attraverso le bocche del Ponto

e le rupi Cianee, eseguendo i comandi di Pelia,

guidarono al vello d’oro Argo, la solida nave…” (Apollonio Rodio, Le Argonautiche)

Giasone chiese aiuto inviando araldi in tutte le terre greche e oltre, poi si rivolse all’oracolo di Castalia, il quale gli consigliò di partire il prima possibile con una nave, che fu fatta costruire in tutta fretta da Argo il quale fu aiutato dai consigli di Atena, fu la stessa Dea che decorò la prua dell’imbarcazione con una polena apotropaica. L’aggettivo apotropaico, dal greco αποτρωπαω, che letteralmente vuol dire “Allontanare”, è usato per oggetti che hanno la capacità di allontanare gli influssi maligni. Per rendere omaggio a chi aveva costruito la nave, la stressa fu battezzata Argo e tutti i partecipanti alla missione, di conseguenza, furono chiamati Argonauti, in greco Ἀργοναῦται. A quell’appello di Giasone risposero oltre cinquanta tra i più nobili eroi della Grecia antica, gli Argonauti s’imbarcarono e diedero vita a uno dei più noti, affascinanti e complessi viaggi leggendari raccontati dalla mitologia greca. Secondo la leggenda molti avevano doti peculiari e sicuramente speciali come: Eracle, con la sua forza inarrivabile; Argo, l’abile costruttore di navi; Tifi, l’esperto timoniere; Linceo, dotato di una vista potentissima; Orfeo, dai magici poteri musicali; Polideuce, fenomenale pugile spartano. Scrisse Pindaro nella sua opera Le Pitiche: “Era accendeva in questi semidei un suadente dolce desiderio della nave Argo perché nessuno presso la madre restasse in disparte a marcire lontano dai rischi la vita, ma trovasse con gli altri coetanei, anche a prezzo di morte, il miglior elisir del suo valore. E quando il fiore dei naviganti discese a Iolco, Giasone tutti li passa in rassegna e li elogia”. Le liste dei partecipanti al mitico viaggio sono varie, anche se le principali parlano che i partecipanti all’impresa furono: 1.Acasto, figlio di Pelia; 2.Admeto, principe di Fere; 3.Anceo il Grande di Tegea, figlio di Poseidone; 4.Anceo il piccolo, il Lelego di Samo; 5.Anfirao, il veggente argivo; 6.Argo di Tespi, costruttore della nave Argo; 7.Ascalafo di Orcomeno, figlio di Ares; 8.Asterio, figlio di Comete, un Pelopide; 9.Atalanta di Calidone, vergine cacciatrice; 10.Attore, figlio di Dione il Focese; 11.Augia, figlio di re Forbante di Elide; 12.Bute, di Atene, apicoltore; 13.Calaide, l’alato figlio di Borea; 14.Canto l’Eubeo; 15.Castore, lottatore spartano, uno dei Dioscuri; 16.Cefeo, figlio dell’Arcade Aleo; 17.Ceneo il Lapita, che un tempo fu una donna; 18.Corono il Lapita, di Girtone in Tessaglia; 19.Echione, figlio di Ermes, l’araldo degli Dei; 20.Eracle di Tirinto; 21.Ergino di Mileto; 22.Eufemo di Tenaro, il lottatore; 23.Eurialo, figlio di Mecisteo, uno degli Epigoni; 24.Euridamante il Dolopio, del lago Siniade; 25.Falero, l’arciere Ateniese; 26.Fano, il figlio cretese di Dioniso; 27.Giasone, il capo della spedizione; 28.Idas, figlio di Afareo di Messene; 29.Idmone l’Argivo, figlio di Apollo; 30.Ificle, figlio di Testio l’Etolo; 31.Ifito, fratello di re Euristeo di Micene; 32.Ila il Driope, assistente di Eracle; 33.Laerte, figlio di Acrisio l’Argivo, futuro padre di Odisseo; 34.Linceo, fratello di Idas; 35.Melampo di Pilo, figlio di Amitaone; 36.Meleagro il Calidone; 37.Mopso il Lapita; 38.Nauplio l’Argivo, figlio di Poseidone, famoso navigatore; 39.Oileo il Locrese, futuro padre di Aiace d’Oileo; 40.Orfeo, il poeta Tracio; 41.Palemone, figlio di Efesto, un Etolo; 42.Peante, figlio di Taumaco il Magnesio; 43.Peleo il Mirmidone, futuro padre di Achille; 44.Peneleo, figlio di Ippalcimo, il Beota; 45.Periclimeno di Pilo, figlio di Neleo; 46.Polluce, pugile spartano, uno dei Dioscuri; 47.Polifemo, figlio di Elato, l’Arcade; 48.Stafilo, fratello di Fano; 49.Telamone, fratello di Peleo, futuro padre di Aiace Telamonio; 50.Tifi il timoniere, di Sife in Beozia; 51.Zete, fratello di Calaide. Tanto per essere “Quasi precisi” si deve ricordare che Apollonio Rodio ne Le Argonautiche aggiunge alla spedizione questi altri mitici eroi: 1. Anfidamante; 2.Areio; 3. Clizio; 4.Erito; 5.Eulide; 6.Eurobote; 7.Fleias; 8.Laocoonte; 9.Leodoco; 10.Menezio; 11.Talao. Pseudo Apollodoro aggiunge: 1.Autolico; 2.Ialmeno; 3.Leito, figlio di Alettore; 4.Poias. Nelle Argonautiche orfiche leggiamo i nomi di: 1.Attoride 2. Eneio; 3.Erito; 4.Etalide, altro nome di Echione; 5.Euritone; 6. Laodoco; 7. Igino. Altri autori hanno aggiunto anche: 1.Agriamone, figlia di Perseone; 2.Deucalione 3.Filottete 4.Foco 5.Neleo; 6.Priaso, figlio di Ceneo; 7 Teseo. Ho scritto l’elenco dei nomi non per fare una mera lista, ma solo per cercar di rendere palese l’importanza che questo mito ebbe nella Grecia antica, molti dei reduci dall’impresa parteciparono alla cattura del cinghiale Calidonio, alcuni alla guerra dei Lapiti contro i centauri, altri, e molti dei loro figli, fra cui Achille e Ulisse, furono celebrati della guerra di Troia. Ovviamente si tratta sempre di leggende, miti, racconti etc., ma proprio ciò fa capire quanto questo mito fu sentito. Ritorniamo al racconto… Dimenticavo anche il Sommo Dante, nel Paradiso, celebra l’impresa: “Un punto solo m’è maggior letargo che venticinque secoli a la ’mpresa che fé Nettuno ammirar l’ombra d’Argo”. Inizialmente fu designato capo della spedizione Eracle, giacché semidio, ma egli vi rinunciò per dare spazio a Giasone, colui che aveva accettato la sfida lanciata dall’usurpatore Pelia e che organizzò il viaggio. Gli Argonauti si radunano a Pagase, località molto vicina a Iolco, e da lì partirono dirigendosi verso la Tracia. Poco dopo che la nave prese il largo, gli Argonauti per propiziare il viaggio e ottenere il ben volere degli Dei, sacrificarono due buoi ad Apollo. Durante la festa, però, gli Argonauti si ubriacarono e il vino li rese violenti, stavano compromettendo l’esito dell’avventura fin dall’inizio. Allora Orfeo intervenne e con la sua voce, unita al suono della sua melodiosa lira, riuscì a calmare i bollenti spiriti, così l’avventura iniziò… La prima tappa fu l’isola di Lemno, situata al largo della costa occidentale dell’Asia Minore. Vi giunsero solo dopo qualche giorno di navigazione prevalentemente lungo la costa, l’isola era abitata da sole donne, le quali erano guerriere molto abili, ma ciò non impedì ad Afrodite di istigarle a uccidere i propri mariti. Il mito racconta come si svolsero i fatti, le donne dell’isola cominciarono a trascurare la venerazione di Afrodite, questa, indignata, decise di punirle e pensò che la peggiore pena che potesse infliggere loro fosse quella di renderle fetide e puzzolenti. A quel punto tutti gli uomini dell’isola ripudiarono le proprie consorti e si buttarono tra le braccia di concubine che giunsero dalla tracia, che era la terraferma difronte l’isola. Le donne, grazie alla “Spintarella”, di Afrodite s’infuriarono e cariche di rabbia uccisero tutti gli uomini mentre dormivano. Si salvò solo re Toante, la figlia Ipsipile, lo fece fuggire su una piccola imbarcazione, mentre le donne, per qualche tempo, vissero senza compagnia maschile, guidate dalla nuova acclamata regina Ipsipile. Quando le abitanti dell’isola videro l’Argo credettero che fosse una nave nemica e decisero di attaccarla, Giasone mandò Echione a parlamentare, il quale si presentò alle donne con in mano un bastone, riuscì a calmarle e a conquistare la loro ospitalità. Dopo l’incomprensione iniziale, gli eroi dell’Argo furono ben accolti dalle donne dell’isola, tanto ben accolti da voler procreare una stirpe di eroi. In effetti, nacque una nova razza che fu denominata Mini, Ipsipile offrì a Giasone il trono del suo regno, ovviamente Giasone rifiutò, lo scopo del suo viaggio era la conquista del Vello d’Oro. Ciò, però non impedì a Giasone di divenire padre di due gemelli, che in seguito la regina partorì, i due bimbi che furono chiamati Euneo e Toante. Gli argonauti indugiarono molto, sull’isola, e furono concepiti molti bambini, a un cero punto Eracle, che era a guardia della nave, stanco dell’attesa, lui e pochi altri non parteciparono ai “Festeggiamenti”, richiamò gli eroi all’ordine, in qualche modo li obbligò a riprendere il viaggio. Nel frattempo Ergino, il quale fu canzonato dalle donne per i suoi capelli bianchi, sfidò e vinse Calaide e Zete, i due velocissimi figli di Borea, poi affermò che anche ai giovani, a volte, i capelli divengono grigi prima del tempo… Il viaggio continuò alla volta della Samotracia. Arrivati in Samotracia gli Argonauti s’iniziarono al culto misterico dei Cabiri, Il santuario dei Misteri di Samotracia raggiunse il suo apice nel periodo di Filippo il Macedone e il suo culto, che si diffuse in tutto il Mediterraneo, è comprovato almeno fino al regno dell’imperatore romano Costantino… E il viaggio continuò. Gli Argonauti veleggiarono verso l’Ellesponto, passaggio per nulla facile, considerando che il re troiano Laomedonte non permetteva il libero transito alle navi greche. I nostri eroi col favore della notte e costeggiando molto lentamente la Tracia, riuscirono ad avvicinarsi al mar di Marmara e sbarcare su una penisola chiamata Arto. Qui furono ospitati da Cizico, giovanissimo re dei Dolioni il quale era figlio di Eneo, un amico, ormai morto, di Eracle. L’accoglienza fu degna degli eroi e gli Argonauti furono invitati alla festa nuziale dello stesso re, che si sarebbe celebrata di lì a poco. Durante la notte, però Giasone e compagno furono attaccati da giganti a sei braccia, che erano i figli di Gea la Dea della madre terra, ma riuscirono a vincere. L’argo ripartì verso il Bosforo, ma prima gli Argonauti consacrarono alla Dea Atena la propria ancora, in questo modo volevano rabbonirsi gli Dei. Una tremenda tempesta improvvisamente scoppiò in quei mari facendo perdere l’orientamento ai nostri eroi, i quali sbarcarono su una spiaggia buia senza rendersi conto che era la stessa da cui erano partiti. Cizico scambiò gli Argonauti per pirati e li assali insieme al suo esercito di Dolioni, nella battaglia perirono, il grande guerriero Artace e lo stesso re, Giasone e i suoi ancora una volta vinsero, ma all’alba si accorsero di quello che era accaduto. Un grande dolore colpì tutti, ma a quel punto, non rimaneva altro da fare che seppellire i morti con i riti funebri che meritavano, nel frattempo Clite, la moglie di Cizico, si uccise per il dolore. Durante i riti un alcione, un uccello marino, andò a posarsi sulla prua dell’Argo, Mopso, che sapeva interpretare i presagi, capì immediatamente che era stata Gea, adirata per l’uccisione dei giganti a sei braccia, a inviare quell’uccello come segno della sua grade collera. Gli Argonauti prima di riprendere il viaggio, eressero un simulacro della Dea per placarne l’ira… Il viaggio continuò. Durante questa parte del viaggio gli Argonauti, per tenersi in allenamento, si sfidarono in una gara, il vincitore sarebbe stato colui che avrebbe vogato più a lungo, man mano tutti i nostri eroi cedettero, resistettero unicamente Giasone, Eracle e i Dioscuri. Quando arrivarono alla foce del Chio anche i Dioscuri si fermarono, mentre Giasone svenne ed Eracle ruppe il remo, allora capirono che era tempo di una sosta ristoratrice, erano giunti in Misia e si fermarono e sbarcarono nel paese di Cio. Ila scese dalla nave alla ricerca di acqua, giunto a un ruscello si fermò per compiere il rifornimento, ma lì abitavano delle ninfe, che furono attratte dal suo bell’aspetto e s’invaghirono di lui. Attirarono il giovane nel fiume, il giovane stregato rimase prigioniero per l’eternità. Quando Eracle seppe che Ila non era tornato, andò a cercarlo insieme a Polifemo, una ricerca che non ebbe successo. Il mattino seguente Giasone si rese conto che quella era una giornata ottima per la navigazione, decise così di riprendere il viaggio senza i compagni considerati ormai perduti, alcuni degli Argonauti protestarono ma Giasone fu inflessibile… Il viaggio continuò. Approdarono nella terra dei Bebrici, qui si svolse una gara di pugilato e Polideuce sconfisse e uccise Amico, un dispotico re del luogo, figlio di Poseidone ma, in questo modo scatenarono una furia popolare. Gli Argonauti, però, ancora una volta sconfissero il nemico, che in questo caso era la folla inferocita, saccheggiarono il palazzo reale, poi, per rabbonirsi Poseidone, offrirono in sacrificio al Dio venti tori, ripresero l’avventura e incontrarono l’indovino Fineo. Questo personaggio aveva un grave problema, non poteva più nutrirsi, poiché, avendo abusato del suo potere, Zeus gli mandò le arpie a tormentarlo, queste, non appena Fineo provava a portare del cibo alla bocca, volavano su di lui e glielo toglievano. Giasone, che volle aiutare l’indovino, mandò Calaide e Zete, i figli del vento, che spiccando il volo e respinsero i due mostri alati. In un’altra versione fu Giasone stesso che uccise le Arpie. A prescindere dalla versione Giasone e gli Argonauti ricevettero, in cambio, fondamentali consigli sulla prosecuzione del viaggio, Fineo svelò loro come superare le Simplegadi, enormi scogli in perenne collisione tra di loro… Il viaggio continuò. I nostri eroi giungono nello stretto dell’Ellesponto, dove le Simplegadi, essendo prive di base, vagano sulle acque scontrandosi tra di loro e producendo gorghi vertiginosi. Ma quale fu il consiglio di Fineo? Gli Argonauti avrebbero dovuto lasciar volare una colomba, se questa passava indenne anche l’Argo avrebbe potuto continuare la navigazione, in caso contrario avrebbero dovuto aspettate il momento favorevole. Giasone liberò la colomba che, a parte la perdita di qualche piuma della coda, passò indenne a quel punto tutti i nostri eroi si misero a remare con tutte le forze disponibili, l’Argo riuscì a passare riportando unicamente un danno, di piccola entità, nella poppa. In un’altra versione, molto simile a questa, Giasone prima di lasciare libera la colomba invoca Atena la quale ordina a Poseidone di far passare l’Argo, così colomba e nave giunsero indenni dall’altra parte dello stretto, che oggi conosciamo come quello dei Dardanelli. L’imbarcazione aveva lasciato l’Europa ed era entrata in Asia, stava navigando nel Mar Nero… E il viaggio continuò. Gli Argonauti giunsero all’isola di Tinia, qui apparve loro Apollo, il quale manifestò rispetto per la loro impresa, i nostri eroi gli offrono un sacrificio. Arrivarono quindi all’isola di Mariandine, dove il re Lico, dopo aver appreso la sorte di Amico, suo eterno rivale, in segno di gratitudine offrì ai nostri eroi una guida, suo figlio Dascilo. Il giorno dopo gli Argonauti, mentre stavano salendo sulla nave e riprendere il viaggio furono assaliti da un enorme cinghiale, il quale ferì Idmone alle gambe, arrivò in aiuto Ida che uccise l’animale, ma per Idmone era troppo tardi l’emorragia portò l’eroe alla morte. Gli Argonauti non poterono far altro che piangerlo, ma i guai non finirono, Tifide, il nocchiero, si ammalò e in breve tempo morì, la guida della nave passò ad Anceo il grande, Giasone, a quel punto decise di fare una sosta rigeneratrice a Sinope, in Paflagonia, la città che portava il nome della figlia di Asopo. Secondo una delle versioni qui salirono a bordo dell’Ago tre nuovi membri Deileonte, Autolico e Flogio, tre fratelli amici di Eracle… Il viaggio continuò. Nel continuare il viaggio, gli Argonauti passano nei pressi del paese dei Tibareni, una popolazione molto particolare, la loro caratteristica era che quando le donne partorivano anche i mariti erano in preda alle doglie. Quando arrivarono nei pressi dell’isola di Dia, sacra ad Ares, il Dio della guerra, le cose si fecero poco piacevoli, uno storno di uccelli si alzò in volo da quel piccolo territorio e attaccarono l’Argo. La qualcosa era alquanto infausta considerando la particolarità di questi uccelli, essi, infatti, scagliavano le proprie piume sugli avversari. Più che di piume si trattava di vere e proprie frecce, infatti, Oileo rimase ferito alla spalla, anche qui tornarono utili i consigli dati dall’indovino Fineo, gli uccelli mal sopportavano il rumore. A quel punto metà degli argonauti si misero a remare mentre gli altri li proteggevano con gli scudi e contemporaneamente facevano un gran baccano battendo le spade sugli stessi. Gli uccelli fuggirono e i nostri eroi sbarcarono sull’isola cacciando tutti i mostri che la abitavano. Improvvisamente si scatenò un violento temporale e gli Argonauti salvarono dal nubifragio una piccola imbarcazione con quattro naufraghi, si trattava di Citissoro, Argeo, Frontide e Melanione, i figli di Frisso e di Calciope, i quali si unirono alla spedizione. Dopo toccate altre terre, gli Argonauti avvistarono le vette del Caucaso, videro l’aquila che strazia Prometeo e udirono le sue grida, giunsero così alla foce del fiume Fasi, che bagnava la Colchide regione presso l’estremità orientale del Ponto Eusino, a quel punto Giasone indisse una riunione di tutti gli eroi per decidere come recuperare il vello… Il viaggio d’andata era terminato. Giunsero in Colchide, pressappoco sull’attuale costa della Georgia del Mar Nero e sbarcarono a Ea, la città di governata da re Eeta, il custode del vello. Piccola premessa: l’oracolo aveva predetto, al re Eete, che avrebbe regnato finché avesse conservato il Vello d’Oro. Com’era costume nell’epoca di cui parliamo, il re accolse gli Argonauti con tutti gli onori che spettavano loro. Si fece un gran banchetto durante il quale Giasone conobbe la bellissima figlia di Eeta, la maga Medea, e svela al sovrano, lo scopo del suo viaggio. Ovviamente il re a quelle rivelazioni si sdegnò fortemente, ma anche se colmo di stizza, non poteva impedire a Giasone di portare avanti il suo tentativo, altrimenti avrebbe attratto, su di se la furia divina con relativo castigo. A Eeta non restò altro che fare buon viso a cattivo gioco, però impose a Giasone il superamento di tre tremende prove, solo in quel caso avrebbe ottenuto il tanto agognato Vello d’Oro. Il re era convinto che il nostro eroe sia morto nel tentativo di portare a termine le tre prove. Il nostro eroe, in un solo giorno, doveva: domare due terribili e possenti tori dagli zoccoli di bronzo e che soffiavano fiamme dalle narici, che erano le fiere bestie di proprietà di Efesto, aggiogare gli stessi per arare il duro campo di Ares, tracciare quattro solchi e seminarvi i denti di un drago, gli stessi che Cadmo aveva seminato tempo addietro a Tebe. Infine, combattere, da solo, contro i guerrieri che la terra avrebbe germinato istantaneamente alla semina dei denti. Giasone, nel sentire quali prove doveva superare rimase sgomento e rabbrividì, ma in suo aiuto intervenne Afrodite la quale chiese a suo figlio Eros, il Dio dell’amore, di far innamorare Medea del giovane eroe. Fu così che Medea, che era un’abile maga, diede a Giasone una pozione, nella quale vi era infuso il sangue di Prometeo, che lo protesse dalle fiamme dei tori, nonostante ciò soltanto con grande fatica l’eroe riuscì a domare le bestie e a soggiogatele, dopodiché le costrinse ad arare per tutto il giorno, le prime due prove erano superate. Quando calò la notte, Giasone seminò i denti del drago, da ognuno, come previsto, dalla terra germogliò un guerriero e in breve tempo si formò un esercito che marciò contro il nostro eroe, ma dalla sua parte c’era sempre Medea, la maga suggerì a Giasone di lanciare un enorme masso in mezzo ai guerrieri ciò avrebbe creato una nube di polvere e molta confusione, egli seguì i consigli della maga e lanciò il sasso. I guerrieri furono incapaci di capirne la provenienza e cominciarono a lottare tra di loro annientandosi, a Giasone non rimase altro che uccidere i pochi sopravvissuti. Il nostro eroe aveva superato le tre tremende prove, nonostante ciò il re Eete non solo si rimangiò la parola data, ma minacciò di appiccare il fuoco alla nave Argo e di uccidere tutti gli Argonauti, addusse come pretesto che le prove non l’aveva superate da solo, ma aveva ricevuto l’aiuto di Medea. Il fatto era sicuramente vero, e Medea continuò ad aiutare il suo amato, lo condusse al luogo dove il vello era nascosto e dove un enorme drago, immortale, faceva la guardia. Il mostro era figlio di Tifone, un gigante ucciso dopo aspra battaglia da Zeus, Medea, grazie ai suoi incantesimi riuscì a far addormentare il drago, Giasone approfittò del momento favorevole e staccò dai rami della quercia, su cui era appeso, il Vello d’Oro… Il Vello era conquistato. Nel frattempo Intanto, i sacerdoti di Ares avevano dato l’allarme, i Colchi scesero in battaglia contro gli Argonauti e riuscirono a ferire Ifito, Argo, Atalanta, Meleagro e Giasone stesso, entra di nuovo in gioco Medea, la quale curò tutti con i suoi filtri magici, ma per Ifito non ci fu più nulla da fare, egli morì per ferite ricevute. Inizia quindi la fuga, Eeta si lancia all’inseguimento con i Colchi, Giasone, gli Argonauti e Medea scapparono con l’Argo, portando con loro Apsirto, il fratellino della bella maga. Dovevano “Inventarsi” qualcosa per far perdere tempo agli inseguitori, e l’idea fu di uccidere Apsirto, le versioni sono diverse, alcune affermano che dell’omicidio se ne occupò Giasone, altre dicono che fu Medea in prima persona a eliminare il fratello, tutti però sono certi della complicità di tutte e due nell’efferato delitto. Lo scopo di quell’uccisione era tragicamente e orribilmente semplice, far rallentare le navi inseguitrici, quindi dopo aver commesso il delitto, il corpo del fanciullo fu fatto a pezzi e sparso in mare, così Eeta fu costretto a fermarsi per raccogliere quei miseri resti, per darne degna sepoltura e perse di vista l’Argo. Dopo la morte di Apsirto, gli Argonauti furono liberi di affrontare la rotta che li avrebbe ricondotti a casa, secondo altri autori, invece, Giasone riuscì a uccidere anche Eete…

Inizia il viaggio di ritorno. Zeus, per punire, Giasone e Medea, per aver ucciso Apsirto, scatenò una sequenza di tempeste che fecero perdere la rotta all’Argo, ma, nei miti c’è sempre un “Ma”, la polena della nave, che aveva poteri oracolari, parlò e disse che Giasone e Medea dovevano purificarsi per il delitto commesso. La nave Argo transitò nel Ponto Eusino, il Mar Nero, risalì l’Istro, ossia il Danubio, entrò nell’Adriatico, poi attraverso l’Eridano, cioè il Po e il Rodano giunge nel mare Ausonio, ossia il Tirreno, questa è solo una delle tante versioni che gli scrittori danno della rotta seguita dall’Argo per il ritorno in patria, altri scrissero che gli Argonauti invertirono la rotta e passando per l’Oceano Indiano, entrarono nel Mediterraneo dal lago dei Tritoni. Non finisce qui, qualcuno sostenne che i nostri eroi risalirono il Don per poi trasportare la nave fino alle acque di un fiume che sfocia nel Golfo di Finlandia. Che dire poi di chi narrò che, una volta risaliti il Danubio e l’Elba, raggiunsero lo Jutland e da qui arrivarono fino all’Irlanda per, poi, oltrepassare le colonne d’Ercole e, infine, giungere nel Mediterraneo. A parte le varie versioni sulla rotta seguita, l’Argo giunse nell’isola di Eea, dove dimorava la maga Circe, che poi era la zia di Medea. Giasone e Medea si recarono al cospetto di Circe la quale trovò efferato il delitto commesso ma, se pur con malavoglia li purificò usando sangue di una scrofa. La purificazione era avvenuta, gli Argonauti potevano riprendere il viaggio verso casa… Il viaggio di ritorno continuò. Apriamo una parentesi su un’interessante versione del mito che racconta di un’avventura nel deserto: una forte tempesta travolse l’Argo, la nave fu scagliata in aria e si ritrovò in pieno deserto libico, tutto era forse perduto? Ricordate, nelle leggende c’è sempre un “Ma”. La Dea Lidia apparve in sogno a Giasone, che rincuorò il nostro eroe, così sollecitato ordinò di sollevare la nave e di trasportarla a spalla attraverso il deserto in solo dodici giorni gli Argonauti e l’Argo giunsero al lago dei Tritoni. Durante questi giorni riuscirono a dissetarsi grazie alla sorgente che Eracle aveva fatto scaturire, durante una delle dodici fatiche, persero, però, due compagni, Canto che affamato, cercò di rubare qualche animale del gregge di Cafauro ma, scoperto, perse la vita ucciso dal pastore. Gli argonauti vendicarono immediatamente il compagno ucciso e procedettero alla cerimonia di sepoltura dell’eroe ucciso, durante il rito perse la vita anche Mopso che fu morso al tallone da un serpente. Così le cerimonie funebri divennero due. Giasone aveva con sé due tripodi di bronzo e, giunti al lago, il nostro eroe né offrì uno alle divinità locali, immediatamente ci fu l’apparizione di Tritone che prese il dono, a quel punto Eufemo gli chiese quale via portasse al Mediterraneo. Il Dio contento del dono ricevuto diede al nostro eroe una zolla di terra che gli avrebbe permesso a lui e ai suoi discendenti di regnare sulla Libia, così come Medea profetizzò, poi prese la nave e la trascinò sino al mare… Ancora una volta il viaggio di ritorno continuò. Gli Argonauti giunsero nei pressi delle tre isolette abitate dalle Sirene, esse attiravano i naviganti con le loro bellissime e irresistibili melodie, facendoli, poi, schiantare contro gli scogli. Tra i nostri eroi c’era Orfeo che appena udì le voci ammaliatrici, prese la lira e suonò delle melodie più belle di quelle delle sirene, vincendo il confronto permise all’Argo di proseguire. Bute, però si fece prendere dall’incantesimo delle Sirene, si tuffò in mare per raggiungerle, scampò alla morte solo grazie all’intervento di Afrodite. Proseguendo l’Argo costeggiò la Sicilia, dove i nostri eroi videro Elio pascolare il suo favoloso gregge, il desiderio d’impadronirsi di qualche capo fu forte, ma passarono oltre. Giunsero così all’isola dei Feaci e qui furono raggiunti dai Colchi inferociti. Questi ultimi si recarono subito da re Alcinoo e sua moglie Areta, pretendendo l’immediata restituzione del vello e inoltre chiesero la testa di Giasone, il re rispose che avrebbe acconsentito a una condizione, che però l’avrebbe svelato soltanto il giorno dopo. Durante la notte Areta riuscì a farsi dire dal marito quale fosse la condizione, il re le rivelò che Medea doveva essere ancora vergine. La regina, scoperta la cosa, avvisò immediatamente Medea e Giasone sposò la maga quella stessa notte nella grotta di Macride, fecero, poi, un gran banchetto con tutti gli Argonauti e il vello d’oro fu posto ai piedi dei due sposi. Il giorno seguente Alcinoo, ignaro, fece il suo proclama, ma Giasone affermò che Medea era sua sposa, a quel punto i Colchi non potendo più obbedire agli ordini di Eete, per ciò non potevano far rientro in patria e cominciarono a vagare per alcuni territori fondando delle città… Il viaggio di ritorno continuò. L’Argo superò senza danni anche Scilla, il mostro dalle sei teste, e il vortice di Cariddi, giungendo così, nell’isola di Creta. A guardia di questa isola vi era Talo una sentinella gigante di bronzo costruita da Efesto, si trattava di un automa che, quando vide la nave, cominciò a tirare sull’equipaggio grandi pietre, fu di nuovo provvidenziale l’intervento di Medea la quale riuscì a ingannare il guardiano e lo addormentò con una pozione. Il punto debole del gigante era una vena che partiva dal collo e arrivava alla caviglia, tenuta chiusa da un chiodo di bronzo, quindi, dopo averlo addormentato, la maga rimosse il chiodo facendolo morire dissanguato. In un’altra versione Medea con le sue arti magiche fece impazzire l’automa il quale rimosse da solo il chiodo, in altra, il gigante rimase incantato dagli occhi della donna e barcollando si ferì, in un’altra ancora, fu ucciso da una freccia di Peante, l’Argo poté riprendere la navigazione… E finalmente arrivarono a Iolco. Su quello che accadde dopo che gli Argonauti tornarono, ci sono versioni diverse che però differiscono di poco. Le differenze sostanziali si hanno sulla sorte di Esone, una versione narra di Medea che con le sue arti ringiovanì Esone, quindi era vivo e vegeto, un’altra racconta che dopo la partenza degli Argonauti, Pelia, non mantenne la promessa fatta a Giasone e ne sterminò la famiglia, Esone fu ucciso per primo poi l’usurpatore ammazzò il figlio del vero re, Promaco fracassandogli la testa, infine la moglie di Esone, Polimele, disperata decise di morire per propria mano. In un’ulteriore versione fu Esone, che chiese il diritto di uccidersi con le proprie mani bevve il sangue di toro e morì. In una bella serata autunnale l’Argo toccò terra da dove era partita, Pagase nelle vicinanze di Iolco, qui Giasone e gli Argonauti seppero che erano creduti periti durante l’avventuroso viaggio e seppero della strage perpetrata da Pelia. I nostri eroi si riunirono in un consiglio e decisero di uccidere il re, ma lasciarono libero di tornare a casa Acasto, non poteva uccidere il padre. Iolco era una città ben protetta e per gli Argonauti non era semplice penetrarvi per portare a termine la vendetta, per l’ennesima volta intervenne Medea. La maga prima disse agli Argonauti di aspettare un suo cenno per intervenire e poi agì, trovato un simulacro cavo della dea Artemide, chiese alle sue ancelle, fatte vestire in un modo molto particolare, di portarlo a turno verso la città, mentre lei si travestì da vecchia. Quando questo piccolo corteo giunse alle porte di Iolco, Medea chiese di farla entrare offrendo la fortuna di Artemide sulla città, i soldati posti a guardia delle porte non se la sentirono di rifiutare quell’invito e dopo essere entrate la maga e le sue ancelle misero in scena delle finte crisi religiose e ingannarono tutte le persone. Pelia non capendo cosa stava accadendo chiese alla maga, travestita da vecchia, cosa volesse Artemide da lui, la risposta fu semplice, doveva credere nella Dea e come premio alla sua devozione avrebbe avuto il dono dell’eterna giovinezza. Ovviamente il re non credette a ciò che quella vecchia aveva detto, ma, la furba Medea, prese una vecchia capra, l’uccise la fece in pezzi e la mise a bollire, poi fingendo di rivolgersi alla Dea e usando tutte le sue arti magiche, riuscì a far credere, al re, che l’animale non solo era tornato in vita, ma che era divenuto miracolosamente giovane. Tutta questa messa in scena convinse Pelia il quale accetto di buon grado di spogliarsi, sdraiarsi e farsi incantare, la furba e in qualche modo perfida maga a quel punto chiese alle tre figlie del re, Alcesti, Evadne, e Anfinome di smembrare il corpo del padre, le figlie inorridite si rifiutarono. Poi, però due di loro, Evadne e Anfinome, si lasciarono ingannare dai sortilegi della maga e tagliarono a pezzi il proprio genitore e lo gettarono nel calderone, la perfidia di Medea non terminò qui, infatti, pretese dalle due figlie che agitassero delle torce, le due ignare donne lo fecero credendo, in questo modo, di invocare la Dea, in realtà stavano facendo il segnale convenuto e gli Argonauti entrarono in città e si presero la loro vendetta. In un’altra versione Giasone presentò il vello a Pelia invitandolo a mantenere la promessa, al suo rifiuto Medea mise in atto il suo inganno, quello descritto prima. A questo punto Giasone e gli Argonauti avevano terminato la loro missione, Acasto, figlio di Pelia, salì al trono, il nostro eroe, temendo la collera del nuovo re che oltretutto fu loro compagno nell’avventura, non reclamò il trono, anzi accetto di buon grato l’esilio che il nuovo sovrano impose a lui e a Medea. La leggenda di Giasone non termina qui, lui e Medea si stabilirono a Corinto presso re Creonte, in questo luogo vissero felici per qualche tempo ed ebbero due figli Mermero e Fere, ma, ricordate lei miti c’è sempre un “Ma”, le cose non finirono bene. Giasone a un certo punto s’innamorò di Creusa conosciuta anche come Glauce, ovviamente era la figlia giovane e bella di Creonte e senza pensarci troppo, ripudiò Medea e la sposò. La maga si alterò al quanto della cosa, Giasone era venuto meno alla promessa di amore eterno che le aveva fatto e furiosa preparò la sua vendetta. Regalò alla novella sposa l’abito nunziale e un diadema che aveva abilmente e magicamente preparato, appena la malcapitata li indossò si sprigionarono delle fiamme inestinguibili, le quali arsero vivi la povera Glauce e il re suo pare che tentò di soccorrerla. Medea non si accontentò di ciò e uccise anche i due figli avuti da Giasone, per poi fuggire ad Atene su un carro trainato da draghi alati mandatole dal Dio Elio, che era suo nonno. In questa città la maga visse con Egeo finché non giunse Teseo… ma questa è un’altra storia. Giasone venne a sapere dell’accaduto quando Medea era già fuggita e per il dispiacere morì. In un’altra versione Giasone dopo questi fatti, con l’aiuto di Peleo, padre di Achille, tornò a Iolco, assalì Acasto e sconfiggendolo si approprio del trono. Non avendo, però, mantenuto la promessa di fedeltà fatta a Medea perse i favori di Era e morì infelice a bordo dell’Argo, ormai ridotto a un rottame, colpito da una parte della nave che gli crollò addosso mentre dormiva. Agli altri Argonauti cosa accadde? Le gesta di alcuni di loro e in special modo dei loro figli furono narrate nella guerra di Troia, Achille e Odisseo furono due di loro, molti altri parteciparono alla cattura del cinghiale Calidonio e alla guerra che i Lapiti affrontarono contro i Centauri. In alcuni racconti gli Argonauti s’incontrarono di nuovo tra di loro ma tranne quello che legò Atalanta e Melanione non furono mai incontri pacifici, I Dioscuri, Castore e Polluce, e gli altri due gemelli Ida e Linceo si scontrarono tra di loro e sopravvisse solo Polluce. Eracle a causa del loro comportamento durante il viaggio, cercò per lungo tempo Calai e Zete e li uccise, Anfiarao e Periclimeno lottarono tra di loro finché il secondo sconfisse il primo (Vedi la tabella riepilogativa). Chi raccontò questo mito? Sicuramente l’opera principale fu quella Apollonio Rodio, scrisse il poema epico Le Argonautiche ad Alessandria nel III a.C., ma prima e dopo di lui tanti autori narrarono di questa leggenda, nell’evolversi della letteratura greca e non solo di questa. Omero parla di Argo di Giasone, di Pelia, di Eeta, del figlio del nostro eroe e di Ipsipile di Lemno nel settimo libro e nel ventunesimo dell’Iliade, nel canto dodicesimo dell’Odissea; Esiodo, nella sua Teogonia, narra di Giasone che andò a prendere Medea su ordine dello zio Pelia e che la maga gli partorì un figlio, Medeio, che fu educato da Chirone. Pindaro narra, nella meravigliosa Pitica IV, di Arcesilao di Cirene discendete di Eufemo; ne canta Antimaco di Colofone; ne riferisce Teocrito nell’idillio XIII, il racconto del ratto d’Ila da parte delle Ninfe, e col XXII in onore dei Dioscuri; ne tratta pseudo Apollodoro. In Età Bizantina fu scritto un poemetto epico, l’Argonautica Orphica che, appunto, mette in evidenza il ruolo di Orfeo; e invece di epoca romana l’opera Gaio Valerio Flacco Balbo Setino che, nel secolo I d.C., compose un lungo poema epico di otto libri che però s’interrompe con la narrazione dell’episodio di Absirto, non c’è dato sapere se si tratta di un’opera incompiuta, o se alcuni volumi si sono persi nei meandri del tempo. Vari scrittori un mito, anche se con versioni diverse, quello di Giasone… non dimentichiamoci che Medea è anche la protagonista di una famosa e bella tragedia di Euripide.

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