Gaio Valerio Catullo

by / lunedì, 18 Aprile 2016 / Published in Il blog, Scrittori e Poeti Antichi

Gaius Valerius Catullus nacque a Verona, Gallia Cisalpina, nell’84 a.C. e morì, appena trentenne, a Roma nel 54 a.C., fu un eccellente studioso e poeta Romano. Si deve, innanzitutto, dire che i dati biografici non sono del tutto certi, secondo San Girolamo, che si occupò di studiare molti autori latini, nacque nell’87 a.C. e morì nel 57 a.C. all’età di trent’anni per cause sconosciute. Ciò è, però, in contraddizione con quello che il poeta scrive nei suoi carmi, poiché fa accenni a fatti sicuramente accaduti nel 55 a.C., come, per esempio, l’elezione a console di Pompeo e l’invasione della Britannia da parte di Cesare, quindi molti studiosi sono propensi a fissare la data della sua morte al 54 a.C. e di conseguenza, giacché è certo che morì trentenne, quella di nascita all’84 a.C.. Figlio di una famiglia benestante si trasferì, molto giovane, a Roma per ricevere un’istruzione adeguata al proprio stato sociale, era il periodo un cui nella città eterna stavano avvenendo le trasformazioni sociali che poi portarono la fine della repubblica. Catullo giunto a Roma cominciò a frequentare l’avanguardia letteraria entrando a far parte dei “Poetae novi”, queste frequentazioni lo portarono a conoscere personaggi importanti come Quinto Ortensio Ortalo, che fu grande oratore e uomo politico; Cornelio Nepote; Asinio Pollione; Gaio Memmio; infine ebbe contatti, piuttosto astiosi, con Cesare e Cicerone. I Poetae novi o neoteroi descrissero, in diversi manifesti letterari le basi della nuova poetica, che per loro affondava le radici in quella di Callimaco di Alessandria, rifiutarono la poesia tradizionale che esaltava la gloria della patria, da qui i contrasti con Cesare e Cicerone quest’ultimo lo definì “Neoteros” dando a questo termine un significato del tutto dispregiativo. I neoteroi rifiutavano i lunghissimi poemi carichi di retorica, ricercavano la perfezione stilistica e soprattutto lo studio dei sentimenti, che reputarono essenziale per la loro poesia, preferirono i temi colti, i soggetti mitologici meno noti e gli epigrammi erotici ma con gusto letterario elegante e arguto. Catullo voleva fare della sua poesia un ludos, una poesia leggera fra amici che niente aveva a che vedere con quella che osannava gli ideali politici, e per questo non partecipò mai attivamente alla vita politica, scrive in un suo carme:

Nil nimium studeo, Caesar, tibi velle placere / nec scire utrum sis albus an ater homo”, ovvero: ”Non mi interessa affatto piacerti, Cesare, né sapere se tu sia bianco o nero”.

A Roma, con un numero ristretto di amici letterati, fondò un circolo privato, visse tra amori e galanterie, si fece prendere dal lusso e dalla libertà di costumi, fino all’incontro con la donna, che in qualche modo influenzò gran parte della sua opera letteraria e il corso della sua vita fino al termine della stessa. Apuleio identifica, ipotesi in genere accettata dagli studiosi, questa donna con Clodia, la sorella del tribuno della plebe Publio Clodio Pulcro e moglie del proconsole per il territorio cisalpino Quinto Metello Celere. Clodia era una donna, così c’è tramandato, libera, elegante e raffinata, dagli atteggiamenti disinibiti, oggi avrebbe riempito le pagine delle riviste di gossip, Cicerone in un discorso le scagliò contro parole di disprezzo e ingiurie. Sembra, così riportano le cronache dell’epoca, che la donna, di cui Catullo cantò nei suoi versi con il nome fittizio di Lesbia, fu amante di politici quali Pompeo e lo stesso Cesare, di giovani come Marco Celio Rufo e di poeti, per esempio, il nostro Catullo. Il Poeta fu travolto da quest’amore e fra i due ci fu una storia intensa ma a Clodia un solo uomo non bastava e ben presto tradimenti e gelosia furono all’ordine del giorno. Catullo provò comunque sempre una profonda passione per Lesbia che a volte esprimeva amore e altre circostanze gli suscitava una forte ira, per immaginare quanto siano stati travagliati i sentimenti di Catullo, basta leggere i seguenti brani tratti dai suoi carmi:

Vìvamus, mea Lesbia, atque amamus, rumoresque senum severiorum omnes unius aestimemus assis. Soles occidere et redìre possunt: nobis, cum semel occidit brevis lux, nox est perpetua una dormienda Da mi basia mille, deinde centum, dein mille altera, dein secunda centum, deinde usque altera mìlle, deinde centum. Dein, cum milia multa fecerimus, conturbabimus illa, ne sciamus, aut nequis malus invidere possit, cum tantum sciat esse basiorum”. In italiano dovrebbe essere: “Viviamo, mia Lesbia, e amiamo e le chiacchiere dei vecchi troppo severi consideriamole tutte soltanto moneta senza valore. I giorni possono tramontare e risorgere: noi, una volta tramontata la nostra breve vita, siamo costretti a dormire una notte eterna. Dammi mille baci, e poi cento, poi altri mille, poi ancora cento, poi mille di seguito, e poi cento. Poi, quando ne avremmo raggiunto molte migliaia, le rimescoleremo, per non sapere quanti sono, o perché nessun maligno possa gettarci il malocchio, sapendo quanti sono i baci.

In un altro brano il poeta scrive:

Miser Catulle, desinas ineptire, et quod vides perisse perditum. Ducas fulsere quondam candidi tibi soles, cum ventitabas quo puella ducebatamata nobis quantum amabitur nulla. Ibi illa multa cum iocosa fiebant, quae tu volebas nec puella nolebat, fulsere vere candidi tibi soles. Nunc iam illa non vult: tu quoque impotens noli, nec quae fugit sectare, nec miser vive, sed obstinata mente perfer, obdura. Vale puella, iam Catullus obdurat, nec te requiret nec rogabit invitam. At tu dolebis, cum rogaberis nulla. Scelesta, vae te, quae tibi manet vita? Quis nunc te adibit? Cui videberis bella? Quem nunc amabis? Cuius esse diceris? Quem basiabis? Cui labella mordebis? At tu, Catulle, destinatus obdura.” Che tradotto, in maniera letterale, dovrebbe essere: ” Misero Catullo, smetti di impazzire, e ciò che vedi esser perso consideralo perduto. Un tempo ti rifulsero candidi soli, quando vagavi dove guidava una ragazzata noi amata quanto nessuna sarà amata. Lì, quando si compivano quei tanti giochi, che tu volevi né lei non voleva, davvero ti rifulsero candidi soli. Ora lei non vuol più: tu pure impotente non volere, non inseguire chi fugge, non vivere misero, ma sopporta con mente ostinata, resisti. Addio ragazza, ormai Catullo resiste, non ti cercherà ne, restia, ti pregherà. Ma tu soffrirai, quando senza valore sarai pregata. Malvagia, guai a te, che vita ti rimane? Chi ora ti avvicinerà? A chi sembrerai carina? Chi ora amerai? Di chi dirai di essere? Chi bacerai? A chi morderai la boccuccia? Ma tu, Catullo, ostinato resisti”.

L’opera letteraria di Catullo non è certamente abbondante, almeno quella che è giunta sino a noi, si tratta di una raccolta composta da 116 carmi alla quale fu dato il nome di “Liber”. E’ molto probabile che il liber di Catullo non fu ordinato dal poeta stesso, ma da verosimilmente da Cornelio Nepote, a cui fu dedicata l’opera del poeta, sembra che Catullo non avesse concepito la sua opera come un unico corpo. Cornelio divise il liber in tre parti secondo un principio metrico, i carmi dal 1° al 60° li chiamò “Nugae” che tradotto letteralmente vuol dire “Sciocchezze”, si tratta di brevi componimenti con metrica variabile, per i cultori non si sbaglia se si dice che per lo più si tratta di versi faleci e trimetri giambici, in questi carmi è dominante l’esposizione dell’amore per Lesbia; quelli dal 61° al 68° furono definiti “Carmina docta“, in altre parole “Carmi dotti o qualificati”, sono d’impronta Alessandrina e, sempre per i cultori, si tratta di versi esametri e distici elegiaci, sono poesie caratterizzate da una lunghezza maggiore, rispetto alle precedenti “Nugae” e da una tematica a sfondo mitologico, qui sono presenti riferimenti autobiografici e al ruolo della passione nell’amore; infine quelli dal 69° al 116° sono gli epigrammi in distici elegiaci, qui il tema ricorrente è la sofferenza in amore. Catullo apprezzò molto la Saffo, poetessa Greca, (VEDI) ed è anche grazie a lui che oggi si può capire dell’opera della poetessa, o perlomeno parte di essa; il Carme cinquantuno, per esempio, sembra un’emulazione di una poesia di Saffo mentre, è possibile che i carmi sessantuno e sessantadue siano ispirati a opere ormai perse della poetessa e precisamente da due dei suoi epitalami, poesie dedicate al matrimonio. Inoltre Catullo recuperò e diffuse un tipo di metro, ormai caduto in disuso, il cosiddetto “Strofe Saffica”. Dopo la morte del fratello, Catullo, nel 57 a.C., lasciò Roma partecipando, pur controvoglia a una spedizione militare de pretore Caio Memmio in Bitinia, una regione dell’Asia Minore vicina all’odierna Turchia; qui si recò a visitare la tomba del fratello, come lui stesso riporta nel carme 101°. In questo viaggio prese contatto con l’ambiente letterario orientale, è dopo questa spedizione che forse il poeta compose la sua opera più ricercata. Tornò in Italia circa un anno dopo, ritirandosi nella villa di Sirmione, dove trascorse gli ultimi due anni della propria vita, consumato fisicamente da una malattia rimasta oscura, compromesso nella psiche dal dolore per la morte del fratello e dalla sfortunata esperienza d’amore con “Lesbia”, fitta di gioie passate ma colma di tradimenti e gelosie. Alcuni studiosi affermano che da alcuni carmi di Catullo traspare che il poeta ebbe anche un’altra relazione con un giovane che dovrebbe rispondere al nome di Giovenzio, in questi carmi ricorrono motivi che s’incontrano in quelli dedicati a Lesbia, in breve si può dire che il liber, definito in maniera scherzosa da Catullolibellus” cioè “libretto”, contiene carmi di contenuto elevato e colto, epigrammi ed elegie di argomenti vari ma, soprattutto, opere in cui il protagonista è lo sfortunato e tormentato amore per Clodia, accanto alla celebrazione dell’amicizia e della natura.

…“Ma ciò che dice una donna all’amante appassionato, scrivilo nel vento e nell’acqua rapida.”…

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