Gaio Giulio Cesare, il più grande genio militare della storia romana.

by / domenica, 20 ottobre 2019 / Published in Il blog, Storie e Personaggi Romani

Non credo sia possibile trovare una persona che non abbia sentito parlare di Gaio Giulio Cesare, in latino Gaius Iulius Caesarm, la sua fama e le sue imprese sono ben scolpite nella storia. Egli nacque tra il 100 a.C. e il 102 a.C., non si è riuscita a stabilire la data esatta, venne al mondo in quella che si può definire la più, nota, la più storica e la più antica famiglia romana: la “Gens Iulia“, questa casata vantava come antenato e capostipite, Julo, forse noto più come Ascanio, figlio dell’eroe troiano Enea, che a sua volta poteva vantarsi di avere una Dea come madre, Venere. Quindi apparteneva alla famiglia, come ricorda il mito o la tradizione, da cui nacque il fondatore di Roma, Romolo, figlio di Rea Silvia e Marte. Giulio Cesare, però, nacque in una casa della Suburra, da Gaio Giulio Cesare, il figlio portava lo stesso nome e cognome del padre, e da Aurelia Cotta appartenente a una famiglia che diede i natali a vari consoli romani. Cesare nacque, quindi in una casa popolare, di un malfamato quartiere, nonostante le origini nobilissime, questo ramo della famiglia non era ricco, perlomeno non per la nobiltà Romana, né tantomeno influente nell’aristocrazia. A questo si devono aggiungere due fattori che sicuramente resero difficile la scalata al potere di Giulio Cesare, il primo derivava da fatto che sua zia Giulia aveva sposato Caio Mario, di origine plebea, il secondo era proprio legato a quest’ultimo, poiché si attirò le antipatie della nobiltà repubblicana. Comunque il padre di Cesare fu pretore nel 92 a.C., ma sembra che quello che diverrà il grande dittatore romano dovette pagare e di conseguenza contrarre grossi debiti, per procurarsi le prime cariche politiche. A questo punto un po’ di gossip ci sta bene, secondo ciò che tramanda Plinio il Vecchio, il ramo di questa famiglia portava il cognomen “Caesar” perché discendeva da un antenato che nacque con un taglio cesareo, che in latino significherebbe “Tagliare”, d’altro canto nella Storia Augustea li legge che ci potrebbero essere altre tre interpretazioni diverse. La prima farebbe derivare questo cognome da un fatto cruento, il primo di questo ramo della famiglia avrebbe ucciso un elefante, in berbero caesai, fatto avvenuto durante la prima guerra punica. La seconda interpretazione farebbe derivare il cognome dal colore celeste acceso degli occhi, che avrebbe avuto il capostipite di questo ramo della famiglia, in latino oculis caesiis. Infine la terza ipotesi interpretativa fa derivare questo cognome dalla folta capigliatura, ovviamente sempre del capostipite, in caesaries. La storia narra che, a prescindere da dove derivasse il cognome Cesare, il nostro Giulio, da giovane fu educato Marco Antonio Gnifone, un noto grammatico e letterato romano nato in Gallia. Nel frattempo, Roma non stava passando certamente un periodo tranquillo, anzi la situazione era molto disordinata e minacciosa, le province orientali erano sotto la minaccia del re del Ponto, Mitridate VI e nell’urbe si erano nate due contrapposte fazioni. Gli optimates, che erano favorevoli al potere aristocratico, i populares, che si rivolgevano direttamente all’elettorato, è in questo clima di guerra sociale che Cesare si andava formando, finché si schierò con i populares, sicuramente influenzato dallo zio che ne era il capo.

Ciò comportò la messa al bando da parte di Lucio Cornelio Silla, il quale era spalleggiato dall’aristocrazia e dal Senato. Cesare contrasse il suo primo matrimonio nell’86 a.C., lo stesso anno della morte dello zio, di fatto obbligato dal padre, la sposa era Cossutia, appartenente a una famiglia non nobile ma molto ricca. Il matrimonio durò pochissimo, infatti, un anno dopo la morte del padre, avvenuta 85 a.C., il futuro dittatore ripudiò la moglie. Come si è detto, Silla non vedeva di buon occhio il giovane Cesare e le cose andarono peggiorando quando Giulio decise di sposare Cornelia minore, figlia di Lucio Cornelio Cinna, che fu alleato di Gaio Mario nella guerra civile. Infatti, quando Silla tornò a Roma, dopo aver vinto la guerra contro Mitridate VI, nell’82 a.C., si autoproclamò dittatore perpetuo, ma prima sconfisse i seguaci di Mario nella battaglia di Porta Collina. Forte di queste vittorie eliminò tutti i suoi avversari politici e impose a Cesare di ripudiare sua moglie Cornelia, poiché non apparteneva a una famiglia patrizia. Cesare rifiutò l’imposizione, a quel punto Silla, sempre più indispettito, decise di farlo uccidere. Silla però fu costretto a un ripensamento, poiché furono molti gli appelli da parte delle Vestale e di Gaio Aurelio Cotta a favore di Giulio Cesare. Molto espressivo, a tal proposito, è ciò che Svetonio ci tramanda nella sua opera “Vite dei Cesari”. Secondo lo storico, Silla avrebbe pronunciato la seguente frase:

“Vincerent ac sibi haberent, dum modo scirent cum, quem incolumem tanto opere cuperent, quandoque optimatium partibus, quas secum simul defendissent, exitio futurum; nam Caesari multos Marios inesse!”.

Ossia: “Abbiatela pure vinta, e tenetevelo pure, un giorno vi accorgerete che colui che volete salvo a tutti i costi sarà fatale alla fazione degli Ottimati, che pure tutti insieme abbiamo difeso. In Cesare ci sono, infatti, molti Gaio Mario!” (Svetonio, Vite dei Cesari, Cesare, 1).

Cesare però non si sentiva tranquillo e abbandonò Roma recandosi in Sabina, qualche storico racconta che per ritenersi al sicuro cambiava abitazione ogni giorno. Poco dopo, partì, per l’Asia come legato del pretore Marco Minucio Termo. Il primo incarico che il pretore conferì, al giovane Cesare, che aveva appena diciotto anni, ma aveva già contratto due matrimoni, fu quello di recarsi presso Nicomede IV, re di Bitinia, per chiedergli una squadra navale. La storia ci dice che Il Giovane Cesare ottenne facilmente il suo scopo, il “Gossip” narra di una storia d’amore omosessuale tra i due, se ne parlava a Roma ed era cantata dai legionari. Torniamo, però, ai fatti, Cesare come legato del prefetto Minucio, partecipò all’assedio di Mitilene e per la prima volta prese parte a uno scontro armato. Il grande coraggio del giovane venne fuori già in questa battaglia tanto da ottenere un’ambita onorificenza, la corona civica. Cesare rimase in Cilicia anche dopo il rientro a Roma del prefetto e partecipò ad alcune operazioni militari, prese parte all’azione vittoriosa contro i pirati, sotto il comando Servilio Isaurico. A Roma il potere assoluto di Silla durò due anni, infatti, il dittatore si dimise dopo questo periodo di tempo e nell’Urbe si ristabilì il governo consolare. Giulio Cesare, però rientrò a Roma solo dopo la morte di Silla, avvenuta nel 78 a.C., cominciò così la carriera politica del futuro dittatore. Cesare rientro a Roma mentre era in corso una ribellione guidata da Marco Emilio Lepido contro gli eredi politici di Silla, benché ancora giovane Giulio, intelligentemente, non partecipò a quest’azione che fu sedata da Gneo Pompeo. Cesare si dedicò alla carriera politica, divenne esponente dei “Populares”, dimostrando una grande capacità. Contemporaneamente intraprese anche la carriera forense come pubblico accusatore. Di fatto perse due processi importanti gli imputati erano Gneo Cornelio Dolabella e Antonio Ibrida, i quali erano stati governatori in Macedonia e in Grecia, erano accusati rispettivamente di concussione e di estorsione. I due imputati, nonostante il discorso accusatorio molto convincente di Cesare, risultarono innocenti. Cesare perse entrambe le cause ma si fece notare e i suoi discorsi furono considerati ottimi, non male per un esordiente. Dopo l’esordio nel campo forense Cesare lasciò Roma per la seconda volta, nel 74 a.C., si diresse a Rodi, probabilmente per studiare e apprendere la cultura, la filosofia Greca e la retorica. Il viaggio non fu senza inconvenienti, infatti, Cesare fu rapito dai pirati e portato sull’isola di Farmacussa, oggi Farmaconisi, appartenente all’arcipelago delle Sporadi. I pirati fissarono una somma per il riscatto, Cesare né offri più del doppio di quelli richiesti, ma con la promessa che li avrebbe uccisi tutti appena tornato libero. Dopo trentotto giorni di prigionia, durante i quali scrisse molte poesie, Cesare tornò libero e si recò subito a Mileto. Appena giunto in città chiese e ottenne delle imbarcazioni da guerra con le quali tornò a Farmacussa, sconfisse facilmente i pirati e sembra che egli stesso s’incaricò dell’esecuzione dei prigionieri. Dopo quest’avventura, Cesare rimase in Asia e partecipò alla terza guerra contro Mitridate VI del Ponto, nel frattempo, nel 73 a.C., a Roma fu presa la decisione di eleggerlo membro nel collegio dei quindi pontefici al posto di suo zio Aurelio Cotta che nel frattempo era deceduto. Cesare tornò a Roma nel 72 a.C. e non solo fu eletto tribuno militare, ma risultò anche primo per il numero dei voti, iniziarono così le sue battaglie politiche a sostegno dei populares.

La plebe in lui vedeva la persona che avrebbe fatto ripristinare il potere che Silla aveva tolto ai tribuni della plebe, la qual cosa, però, avvenne solo due anni dopo, nel 70 a.C., l’anno in cui il consolato era retto da Gneo Pompeo Magno e da Marco Licinio Crasso, persone di grande prestigio per le vittorie ottenute in guerra e nella rivolta degli schiavi. La politica romana stava cambiando, sotto il consolato di Pompeo e Crasso era stata quasi del tutto smantellata la costituzione voluta da Sella, nel 69 a.C. Cesare fu eletto questore. Nello stesso anno Cesare pronuncia un discorso di elogio funebre per la zia Giulia e per la moglie Cornelia, morta giovane. Com’era costume nell’antica Roma l’elogio funebre fu pronunciato dai Rostri del Foro e il popolo apprezzò molto le parole di Cesare. La carica di questore comportò il governatorato e un comando militare in Spagna e Cesare, sempre nel 69 a.C., si recò in tale regione che era governata dal propretore Antistio Vetere, qui dimostrò di essere un ottimo soldato e un capace amministratore. La sua decisa attività giuridica fu ben vista dalle popolazioni locali specialmente la sua riforma che liberò i cittadini dagli oneri fiscali che furono imposti in precedenza da Quinto Cecilio Metello. In Spagna si fermò poco, infatti, tornò a Roma prima della fine dell’anno. Una volta in patria sposò, nel 68 a.C., Pompea che era la nipote di Silla, nel 65 a.C. fu eletto edile curule, aedilis curulis, fu riconosciuto come indiscusso capo dei Populares e cominciava a essere ben voluto da tutta la popolazione romana. L’edile curule era un magistrato al quale era assegnata una sedia pieghevole a forma d’ics che era il simbolo del potere giudiziario, i compiti di questa figura erano molteplici andavano dall’organizzazione della sorveglianza degli edifici pubblici, a quella della sicurezza delle strade. Si doveva interessare dell’igiene pubblica e soprattutto dell’organizzazione degli spettacoli popolari. Cesare, organizzò dei magnifici giochi in ricordo del padre, sembra che mise in campo trecentoventi coppie di gladiatori, il suo allestimento ludico fu talmente maestoso che suscitò grosse invidie e preoccupazioni negli Optimates, i quali promulgarono una legge che limitava il numero di gladiatori che si potevano avere alle proprie dipendenze. Alcuni fonti riportano una curiosità: Cesare espose nel Foro e sul Campidoglio le sue personali collezioni artistiche. La politica di Cesare divenne apertamente contraria a quella che fu del defunto Silla, fece riabilitare Mario e per sua volontà furono ricollocati al loro posto i cosiddetti “Trofei di Mario” dedicati a suo zio per le vittorie ottenute contro Cimbri e Teutoni. Quando Cesare fu a capo del tribunale prese un’altra importante decisione contro l’operato di Silla, decise che l’uccisione dei proscritti, nel periodo sillano erano da considerare omicidi a tutti gli effetti. Nel 63 a.C. Cesare ottenne un’altra grandissima vittoria, infatti, con l’aiuto e il finanziamento di Marco Licinio Crasso, fu eletto Pontefice Massimo, prese il posto del defunto Quinto Cecilio Metello Pio, nominato da Silla. La carica era tornata elettiva grazie a una lunga battaglia politica intrapresa da Cesare stesso. La sua elezione a Pontefice Massimo, qualcuno pensa che avvenne anche grazie alla corruzione di molti elettori, creò smarrimento tra gli Optimates, ma procurò a Cesare un infinito prestigio e un’altissima reputazione. Lasciò la sua casa nella Suburra e andò ad abitare in un edificio sulla via Sacra, nel frattempo fu anche eletto pretore e cominciò una politica che lo avrebbe avvicinato a Pompeo Magno. Nello stesso anno Marco Tullio Cicerone scoprì, anche se non ebbe le prove, una congiura che aveva come capo Lucio Sergio Catilina, un nobile decaduto, che aveva già tentato di impadronirsi del potere nel 66 a.C., tentativo che forse vedeva coinvolti anche Cesare e Crasso. Fu dopo la scoperta della seconda congiura che un amico di Catilina, Lucio Vezio, fece i nomi di alcuni congiurati, incluso quello di Cesare, ma il futuro dittatore fu scagionato dallo stesso Cicerone grande accusatore di Catilina. Cesare tenne un discorso al senato per evitare la condanna a morte dei congiurati Lentulo e Cetego, nel frattempo Catilina era fuggito. Al senato, però, parlò, come accusatore, anche Marco Porcio Catone Uticense, il quale fu più convincente agli occhi dei senatori e i due congiurati furono condannati a morte. C’è però da evidenziare che il discorso si Cesare piacque molto alla popolazione. Come accennato poco sopra, Cesare, dopo la morte di Cornelia, sposò in terze nozze Pompea, che ripudiò nel 62 a.C., per una questione di tradimento. Questi sono i fatti che furono riportati dalla cronaca dell’epoca: l’amante di Pompea, Publio Clodio Pulcro, con uno stratagemma s’insinuò in casa di Cesare mentre la padrona di casa stava preparando le celebrazioni per la festa di Bona Dea. Si travestì da ancella, ma fu scoperto così il fattaccio finì con Clodio processato e Pompea ripudiata da Cesare. Cesare come pretore della Spagna si recò in quella regione e nel 61 a.C. divenne governatore, condusse personalmente alcune campagne contro i Lusitani, riportò un bottino enorme e al suo ritorno a Roma gli fu tributato, da parte del senato il trionfo. Tuttavia, Cesare dovette rinunciare a tale onore, questo perché la durata del rituale non gli avrebbe permesso, come militare doveva restare fuori del Pomerio, di arrivare in tempo al Senato per candidarsi come console. Evidentemente fece la giusta scelta, poiché fu eletto, nel 60 a.C. console per l’anno successivo. Sempre nel 60 a.C., Cesare riuscì a stringere un’alleanza molto importante con Crasso e con Pompeo, di fatto era nato quello che passerà alla storia come il “Primo Triumvirato“, il fine era quello della conquista del potere totale. Crasso era l’uomo più ricco della città, già in passato finanziò Cesare in più di una campagna elettorale compresa quella per il consolato, inoltre era un personaggio rilevante della classe dei cavalieri. Pompeo tornò vincitore dalla guerra contro Mitridate e i suoi alleati, di fatto era il generale che poteva vantare il numero più alto di vittorie ottenute, inoltre, appoggiò politicamente la candidatura di Cesare al consolato e ne sposò la figlia Giulia. Cesare in cambio dell’appoggio di Pompeo avrebbe fatto in modo che fossero distribuite terre ai tutti i veterani dell’esercito del generale, inoltre in Senato riuscì a far ratificare tutti i provvedimenti presi da Pompeo in oriente. Mentre, come Crasso voleva, fece ridurre di un terzo le imposte che i cavalieri dovevano pagare allo stato. Inoltre durante il suo consolato Cesare fondò nuove colonie nella penisola Italica, cambiò le leggi sui reati di concussione e riuscì a far promulgare una legge in base alla quale il senato doveva compilare una relazione di ogni seduta che svolgeva. In definitiva fece approvare leggi che gli portarono l’appoggio della popolazione romana, la sua importanza politica aumentava sempre di più, stava diventando uno tra i più potenti uomini politici di Roma. Nel 58 a.C. terminò il mandato di console di Cesare, il quale riuscì a far eleggere al suo posto Gabinio e Pisone di quest’ultimo ne sposò la figlia, Calpurnia, in quarte nozze. Durante il suo consolato, sempre con l’appoggio di Crasso e Pompeo, Cesare fu nominato proconsole della Gallia Cisalpina e dell’Illirico, per cinque anni, aveva a sua disposizione tre legioni. Non finisce qui, infatti, il Senato, subito dopo, gli affidò la provincia della Narbonense, e una nuova legione. Cesare, terminato il suo mandato di console, nel 58 a.C. partì per recarsi nei territori di sua competenza, ma prima diede il compito a Publio Clodio Pulcro, suo fedele alleato, di agire in modo tale che Cicerone fosse costretto a lasciare Roma. Clodio, in maniera furbesca, fece approvare una legge ad hoc la quale andava a punire, in maniera retroattiva alcuni comportamenti di Cicerone durante la congiura di Catilina. Cicerone fu costretto a lasciare la vita politica e fu mandato in esilio. Si liberò poi di Marco Porcio Catone inviandolo come propretore a Cipro. La cosa più importante che fece, per se stesso, prima di lasciare Roma è che riuscì a far approvare una legge per la quale nessun uomo che si trovava fuori dall’Italia, a servizio della res publica, poteva subire un processo giuridico. La campagna in Gallia, o più precisamente nel nord dell’Europa di Cesare durò otto anni, dal 58 a.C. al 51 a. C., nei quali sconfisse gli Elvezi, i Belgi e gli Aquitani. Per rendere più sicuri i confini, nel 55 a.C., combatté e sconfisse le popolazioni germaniche stanziate di là del Reno, fece poi due spedizioni vittoriose in Britannia, nel 55 a.C. e nel 54 a.C., le quali fruttarono a Roma tributi annuali e ostaggi. Nel 56 a.C. Cesare s’incontrò a Lucca con Crasso e Pompeo, per riaffermare la loro alleanza e stabilire il prosieguo delle strategie politiche. Cesare ottenne il proconsolato della Gallia per ulteriori cinque anni, mentre Pompeo ebbe il governo della Spagna e Crasso quello della Siria. Non furono, però periodi semplici, infatti, nel 53 a.C. Cesare, ritornò in Gallia, per contrastare la ribellione degli Eburoni, dei Menapi e dei Treviri, la sconfitta per i ribelli fu pesantissima. A quel punto Cesare decise di riattraversare il Reno, voleva assolutamente colpire i Germani che in qualche modo appoggiarono le varie ribellioni nella Gallia. Una campagna quest’ultima che durò molto poco, probabilmente si rese conto che stava intraprendendo un’azione troppo pericolosa che avrebbe portato una sonora sconfitta. Dovette infine fronteggiare la ribellione dei Galli che dopo tanto tempo erano riusciti a superare le loro divisioni e si lanciarono contro i Romani. Cesare nella battaglia di Alesia del 52 a.C., travolse il nemico, dopo otto anni si era conclusa la campagna in Gallia e Roma aveva pieno potere su una vastissima e ricchissima provincia. L’ascesa politica di Cesare era ormai inarrestabile, inoltre questa campagna gli permise di costituire un esercito personale di fedelissimi, infine tutte le vicende furono narrate da Cesare stesso nel noto “De bello gallico“. Nel 53 a.C., Crasso partecipò nella spedizione contro i Parti, ma rimase ucciso a Carre, Pompeo rimasto solo a Roma assunse i pieni poteri… il triunvirato non esisteva più. Le grandi vittorie ottenute da Cesare se da una parte portarono gloria e grandezza per Roma, dall’altra provocarono scompiglio e timori nel Senato Romano, i dissensi divennero sempre più aspri. Il Senato favorì Pompeo pensando che potesse frenare le ambizioni del suo ex alleato, di fatto divenne, per così dire, il padrone di Roma. Cesare, però non rimase a guardare, voleva essere nominato Console per il 49 a.C., ma il Senato gli ordinò di sciogliere le sue legioni entro la fine del 50 a.C. e di tornare a Roma da privato cittadino. Cesare che non poteva accettare ciò che gli era stato ordinato, fece osteggiare il senato dai tribuni della plebe, ma questi ultimi furono costretti a fuggire, all’inizio del 49 a.C., da Roma. Fu allora che Cesare prese la decisione che avrebbe portato alla guerra civile, varcò il fiume Rubicone, che segnava il confine politico dell’Italia, con le sue legioni, armato di tutto punto. “Ecco l’uomo che dobbiamo combattere, ha tutto, gli manca solo la buona causa”, questo è ciò che affermo Cicerone, alla vigilia della guerra civile… la buona causa si era materializzata. La tradizione riporta la famosa frase che Cesare pronunciò attraversando il Rubicone: “Alea iacta est“, ossia “ il dado e tratto”. Fu questo l’atto con cui Cesare dichiarò guerra al Senato e alle istituzioni repubblicane. Divenuto, in questo modo nemico dello stato romano, si trovò difronte Pompeo che continuava ad avere la fiducia del Senato. Vari furono gli scontri tra le legioni di Cesare e gli uomini di fedeli a Pompeo e con alterne vicende, ci fu un continuo inseguimento di Cesare nei confronti di Pompeo. L’atto finale della guerra civile fu scritto a Farsalo, dove le legioni di Cesare ebbero ragione su quelle di Pompeo che fu sconfitto definitivamente. Pompeo tentò di rifugiarsi in Egitto presso il suo vassallo, il faraone Tolomeo XIII, ma, nel 48 a.C., fu ucciso. Quando Cesare raggiunse l’Egitto, il faraone gli presentò la testa del nemico mummificata. In Egitto, in quel periodo, vi era una disputa dinastica tra Tolomeo XIII e sua sorella Cleopatra VII, Cesare rimase coinvolto in quella contesa e decise di riconoscere come sovrana Cleopatra, forse lo fece per punire il faraone per l’uccisione di Pompeo, che probabilmente non voleva morto, o semplicemente perché ebbe una relazione amorosa con la regina. La cosa non piacque agli abitanti di Alessandria, all’epoca capitale dell’Egitto, tanto che la coppia fu costretta a barricarsi nel pazzo reale finché non arrivò il grosso delle truppe di Cesare.

Dal rapporto tra Cesare e Cleopatra nacque Cesarione, o meglio, Tolomeo XV. Liberato dai suoi soldati Cesare, riprese la sua guerra contro i pompeiani, sconfisse il re del Ponto Farnace II a Zela nel 47 a.C., tornò a Roma, dove alcune legioni al comando di Marco Antonio si stavano ribellando. Cesare riuscì, con abilità, a mantenere la fedeltà dei legionari, poi con loro partì per l’Africa, dove si erano riuniti, sotto il comando di Catone, i seguaci politici e militari di Pompeo, li sconfisse, nel 46 a.C., presso Tapso. Cesare tornò a Roma ben accolto dalla popolazione e in circa due mesi celebrò ben quattro trionfi, uno per ciascuna campagna approntata e vinta. Percorse la via Sacra sul carro trionfale, dietro di esso sfilarono i legionari, il bottino di guerra e i prigionieri. Ovviamente Cesare organizzò rappresentazioni teatrali, corse, giochi di atletica, lotte tra gladiatori e ricostruzioni di combattimenti terrestri e navali, senza trascurare lussuosi banchetti a cui parteciparono miriade di persone, le cronache parlano di oltre duecento mila partecipanti. Nel frattempo i sopravvissuti della battaglia di Tapso cercarono salvezza in Spagna, dove si riorganizzarono, Cesare fu costretto a partire di nuovo raggiunse i pompeiani e a Munda li sconfisse definitivamente nel 45 a.C., ma la battaglia fu sanguinosa e molto impegnativa. Ancora una volta il suo ritorno a Roma fu trionfale, aveva eliminato tutti i suoi nemici e celebrò il suo quinto trionfo per la campagna spagnola. La qual cosa del tutto anomala, prima di allora nessuno aveva celebrato un trionfo su cittadini romani e non stranieri, in parole povere nella tradizione romana non era contemplato il trionfo in guerre civili. Cesare non si limitò a questo, infatti, concesse il trionfo anche al nipote Quinto Pedio, tale cerimonia era prevista solo per i comandanti e non per i luogotenenti. Forse questo fu un grosso errore commesso da Cesare, la popolazione non gradì molto tale azione. Così come fece per il conflitto in Gallia, Cesare raccontò la guerra civile, questa volta nella sua opera letteraria “De bello civili“. Cesare era divenuto il capo assoluto dello stato, anche perché seppe non solo riordinare la cosa pubblica, ma, soprattutto, riuscì a consolidare contemporaneamente sia l’autorità centrale sia le autonomie locali, fu proclamato dittatore a tempo indeterminato, ottenne il consolato per cinque anni, a potestà tribunizia a vita, per tre anni tenne la praefectura morum e dal Senato ottenne il titolo imperator, ossia comandante supremo delle forze armate. Tutte queste cariche politiche e militari facevano di lui un sovrano assoluto, ma intelligentemente, esercitava il suo potere nell’ambito dell’ordinamento repubblicano. Ebbe l’accortezza di non attribuirsi nessun nuovo titolo, si limitò a concentrare su di se i poteri che erano divisi tra vari magistrati e nominò magister equitum Marco Antonio… In altre parole devenne un dittatore e un sovrano assoluto senza esserlo nominalmente. Non per questo gli mancarono gli onori, alcuni dei quali mai concessi prima, poteva portare in maniera permanente la porpora e l’alloro, fino allora indossati unicamente durante la cerimonia del trionfo, poteva sedersi sul trono aureo e coniare monete, tutte cose che oggi ci possono sembrare di poca importanza, ma allora rappresentavano un simbolismo davvero considerevole, autorevole e fondamentale. Alcune fonti riportano che gli fu eretta una statua nel tempio di Quirino, per venerarlo come divino. Molte furono le riforme che attuò tra 47 a.C. e il 44 a.C., promulgò una serie di leggi alcune delle quali servirono a diminuire il potere del Senato e dei Comizi. Le sue riforme non si fermarono alla politica, infatti, fece alcune leggi che andavano a favorire i liberi lavoratori agricoli, ridusse il numero di schiavi, distribuì terre ai veterani delle sue legioni, fondò nuove colonie, tra le quali Cartagine e Corinto, amnistiò i nemici e fu il primo a tentare la bonifica delle paludi Pontine. Non da meno furono le opere pubbliche a cui diede il via, fece costruire il Foro di Cesare, col bottino che portò dalla Gallia, fece edificare la “Curia Iulia“, che andò a prendere il posto della “Curia Hostilia” distrutta nel 52 a.C. da un incendio. Cesare, inoltre, diede il via ad altre due grandi opere delle quali, però, non vide la fine dei lavori: “La basilica Giulia” e il “Teatro di Marcello”. Riformò il calendario, che fino allora era impostato sulle fasi lunari, basandolo sul ciclo solare, Il settimo mese, già quintile, prese il nome di julius, luglio, così come, in seguito, l’ottavo, già sestile, fu chiamato augustus, agosto, da Augusto. Adottò il pronipote Ottaviano, colui che diverrà il primo imperatore col nome di Augusto, lo adottò e lo mandò ad Apollonia, località Greca, in cui si stava preparando una massiccia spedizione contro i Parti, per prendere in mano la situazione e rientrare a Roma, dopo la vittoria, da trionfatore, forse Cesare lo immaginava già imperatore. Giulio Cesare aveva due sorelle: Giulia maggiore, che forse fu la madre, Lucio Pinario e Quinto Pedio, ovviamente nipoti del dittatore; Giulia minore, che andò in sposa a Marco Azio Balbo, e che fu madre di Azia minore e di Azia maggiore, quest’ultima era la mamma di Ottaviano. L’ascesa di Cesare verso l’Olimpo politico Romano Stava per terminare, nel 44 a.C. nominò consoli: Marco Antonio e se stesso, mentre come prefetti volle Marco Giunio Bruto e Gaio Cassio Longino. Cassio non era contento della nomina poiché aspirava a quella di console e cominciò ad appoggiare il malcontento che veniva da una parte molto vasta della nobilitas. Non si limitò a questo, infatti, iniziò a organizzare una congiura contro Cesare, trovando molti seguaci tra i pompeiani sopravvissuti e che inizialmente giurarono fedeltà al dittatore. Il malcontento derivante dalle riforme volute da Cesare che tendevano ad accentrare il potere su una persona divenne incontenibile, la paura più grande era quella, che poi si avverò, che il dittatore passasse i pieni poteri a un successore, non dimentichiamoci che aveva adottato Ottaviano, poi era ormai concreta una deriva monarchica nella politica di Giulio Cesare. Per questo la congiura trovò anche molti adepti tra i fedeli ai vecchi ordinamenti repubblicani. Alla fine, le cronache riportano che i congiurati potevano contare su circa sessanta senatori, capeggiati da Bruto e da Cassio, ma anche da personaggi che fino a quel momento erano stati al fianco di Cesare, come: Gaio Trebonio, Decimo Giunio Bruto Albino, Lucio Minucio Basilo e Servio Sulpicio Galba. La presenza tra i congiuratiti di Marco Giunio Bruto era simbolicamente fondamentale, poiché era un discendente di Lucio Giunio Bruto che nel 509 a.C. detronizzato Tarquinio il Superbo e istituito la repubblica. E vennero le famose idi di marzo… Cesare cadde sotto ventitré pugnalale che gli furono inferte davanti alla statua di Pompeo mentre si recava alla Curia pompeiana per una seduta in Senato… era il 15 marzo del 44 a.C., la tradizione vuole che fu solo una, la ferita che lo uccise. Sempre la tradizione racconta che quando vide Bruto, Cesare disse la famosa frase: Tu quoque, Brute, fili mi!“, ossia “Anche tu, Bruto, figlio mio!” La leggenda racconta che prima della morte di Cesare ci furono vari nefasti presagi tra gli altri fu scoperta la sepoltura del fondatore di Capua, Capi, sulla lapide emerse una scritta alquanto indicativa: “Quando verranno scoperte le ossa di Capi, un discendente di Iulo verrà assassinato per mano dei suoi consanguinei, e subito sarà vendicato con grandi stragi e lutti per l’Italia”. Il giorno prima Calpurnia sognò che la casa le crollava addosso mentre teneva tra le braccia il marito ucciso, Lo stesso Cesare sognò di volare sopra le nubi e stringere la mano a Giove. Le leggende sono leggende la storia e le cronache dell’epoca documentano solo l’uccisione del grande condottiero, con Cesare morirono molte sue idee ma vari progetti e opere gli sopravvissero, in realtà i cospiratori avevano ucciso l’uomo, ma ormai Roma stava andando verso un governo imperiale e il disegno dei congiurati, di ripristinare l’ordine repubblicano, naufragò irrimediabilmente.

Dopo la morte di Cesare, Ottaviano, suo pronipote e figlio adottivo, ebbe, come le leggi romane prevedevano, tre quarti dei beni del padre. Ottaviano apprese la notizia dell’uccisione di Cesare mentre stava svolgendo una campagna contro i Daci e un’altra contro i Parti, decise comunque di rientrare subito a Roma. Era, per lui, fondamentale reclamare i suoi diritti di figlio adottivo e di conseguenza l’eredità di Cesare, il restante quarto dei beni andò a Lucio Pinario e Quinto Pedio Ottavio. Ottaviano prese il nome del defunto padre adottivo e divenne: Gaio Giulio Cesare Ottaviano. Mentre Ottaviano era ancora lontano da Roma, Marco Antonio divenuto il leader dei seguaci di Cesare fece mettere un’edicola nel foro romano dove mise in mostra la tunica insanguinata che Cesare indossava al momento della morte, inoltre fece accendere un’enorme pira in campo Marzio. Il corpo di Cesare fu cremato in modo un po’ rocambolesco nel Foro dai sui fedeli legionari e dalla folla che era lì per omaggiarlo. Dopo due anni la morte di Cesare, nel 42 a.C., gli eserciti di Ottaviano e Marco Antonio marciarono contro i cospiratori Bruto e Cassio e si scontrarono a Filippi, città della Macedonia, quando capirono che la sconfitta era ormai certa, i due congiurati si uccisero per non cadere nelle mani dei nemici. Nel frattempo anche gli antri cospiratore erano stati uccisi, così con la morte di Cassio e Bruto si era compiuta la vendetta postuma di Cesare. Una nota di colore, Il figli legittimo di Cesare, Cesarione, avuto con la regina d’Egitto Cleopatra, non ebbe nessun diritto sull’eredità del padre. Marco Antonio era divenuto il nuovo amante di Cleopatra, ma nacque una grande astiosità tra lui e Ottaviano, avversione che culminò in un’altra guerra civile e con la Morte, nel 30 a.C., sia di Antonio sia di Cleopatra, Ottaviano aveva trasformato la Repubblica Romana in un impero… Ma questa è un’altra storia. Cesare fu una figura fondamentale nella storia Romana, non dimentichiamoci che il suo cognome divenne il titolo distintivo degli imperatori romani. E… non finisce qui, Cesare fu anche un valido scrittore, tante furono le opere da lui scritte non tutte, però, sono giunte fino a noi, scrisse: il De bello Gallico opera in otto libri, l’ottavo, però fu scritto da Aulo Irzio, suo luogotenente, a completamento del resoconto della guerra in Gallia; il De bello civili, in cui Cesare racconta la guerra civile contro Pompeo, in tre libri; un epigramma in versi su Terenzio, di cui si sono conservati solo dei frammenti. Tra le opere del tutto scomparse vi sono: l’elogio funebre della zia Giulia; il De analogia, un trattato in cui si analizza la problematica della lingua e dello stile, opera in due volumi; una raccolta di detti memorabili; un poema sulla spedizione in Spagna; due brevi pubblicazioni intitolate Anticato o Anticatones, contro la memoria di Catone; diverse orazioni. Probabilmente di alcuni scritti ignoriamo anche l’esistenza, da giovane scrisse: un poemetto, Laudes Herculis; una tragedia, Oedipus; alcune poesie cosiddette leggere. Anche se le sue orazioni sono ormai perdute, Cesare fu anche un grade oratore, quindi il nostro “Divino” fu un grade protagonista politico e militare della Roma dei suoi tempi, ma lo si può annoverare anche tra i maestri di stile della prosa latina e dell’oratoria. Concluderei con due sue frasi famose: Nihil nobis metuendum est, praeter metum ipsum; Veni, vidi, vici. Le quali, possono essere tradotte rispettivamente: Non dobbiamo aver paura che della paura, così riporta Plutarco nella sua opera Vita di Cesare; Venni, vidi, vinsi, pronunciata da Cesare dopo la battaglia di Zela, del 47 a.C., nella quale sconfisse il re del Ponto, Farnace II, figlio di Mitridate VI. In realtà le frasi celebri, che le cronache dell’epoca attribuiscono a Giulio Cesare, sono tante, tutte pronunciate o scritte da lui? Non si saprà mai, il fatto concreto è che ancor oggi sono ricordate e prese come riferimento.

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