Foro di Traiano, Basilica Ulpia, Colonna di Traiano, Mercati Traianei.

by / sabato, 22 giugno 2019 / Published in Archeologia1, Il blog

Cominciamo “Quest’avventura” tra i Fori Imperiali andando a esaminare quello che fu l’ultimo, in ordine cronologico, a essere edificato, il Foro di Traiano. Ultimo a essere costruito, ma sicuramente il più esteso, il più monumentale, il più grandioso e il più ricco dei Fori dedicati a un imperatore romano. Foro di Traiano, o forum Traiano o forum Ulpium, oggi è su via dei Fori Imperiali ma all’epoca di Traiano la zona come si presentava? La Valle dei Fori era sicuramente molto diversa dall’attuale, essa era chiusa e circondata da colline, il Campidoglio era collegato attraverso una sella al Quirinale, poi vi erano le propaggini del Viminale, dell’Esquilino e lo stesso Palatino che la racchiudevano. In concreto la valle si estendeva dal Palatino al Tevere, davanti all’isola Tiberina, ossia al Velabro, quindi si può dire che, quando Traiano decise di far realizzare il suo Foro, tutto lo spazio era già occupato dal Foro Romano, dai Fori Imperiali di Cesare, di Augusto, di Nerva, e dalla grande piazza del Tempio della Pace. Non vi era spazio sufficiente per una nuova edificazione, allora che fare? Fu eliminata la sella montuosa che c’era tra Campidoglio e Quirinale, a dirlo sembra semplice, ma farlo non fu proprio così, in effetti, fu un lavoro mastodontico, lo sarebbe stato con i mezzi attuali, figuriamoci in quell’epoca, anche se sembra che i lavori di sbancamento iniziarono sotto Domiziano, probabilmente alla sua morte, che avvenne nel 96 d.C., i lavori dovevano essere in fase avanzata e già iniziate alcune opere di sostruzione dei tagli effettuati. Gli studiosi hanno discusso molto su dove fosse localizzata questa sella e soprattutto quale fosse la propria mole, ma niente di preciso si è potuto stabilire, certe sono le iscrizioni sul basamento della Colonna Traiana, essa recita: “…Ad declarandum quantae altitudinis mons et locus tantis operibus sit egestus”. Ossia il significato dovrebbe essere che l’altezza della colonna serviva: “…Per mostrare di quanta altezza fosse stato asportato lo spazio del colle con tale fatica”. Recenti studi hanno, però dimostrato, che la sella non era dove oggi vi è la Colonna, infatti, fu ritrovata una strada che fiancheggiava delle tabernae, sicuramente precedenti alla costruzione del Foro di Traiano, alcuni resti di questi edifici sono visibili sotto Palazzo Valentini.

È probabile che le quote più alte del terreno fossero, da una parte, verso il Campidoglio dove oggi vi è l’Altare della Patria e dall’altra, alle pendici del Quirinale, dove il taglio fu consolidato dalle sostruzioni del grande emiciclo dei Mercati Traianei, nell’attuale via Quattro Novembre. Traiano tornato vincitore dalle campagne contro la Dacia, che si combatterono tra il 101 d.C. e il 106 d.C., portò con sé un ingente bottino di guerra, è con esso che nel 107 d.C. diede il via ai lavori per l’edificazione del Foro e di tutti i monumenti che erano nel suo interno. L’inaugurazione, secondo i Fasti Ostiensi, avvenne nel 112 d.C., mentre la colonna fu terminata un anno dopo. Un colpo d’occhio, che all’epoca doveva essere veramente notevole, il Foro di Traiano fu disposto parallelamente a quello di Augusto e ortogonalmente a quello di Cesare. Per progettare la struttura, Traiano, chiamò Apollodoro di Damasco, perlomeno a lui è attribuita la progettazione, alla fine dei lavori il complesso misurava trecento metri di lunghezza per centottanta cinque metri di larghezza e comprendeva: la Piazza Forense, la Basilica Ulpia, un cortile porticato con la Colonna Traiana, due Biblioteche, in seguito Adriano fece aggiungere il tempio del Divo Traiano e di Plotina. Per far posto al Foro di Traiano fu anche smantellata un’abside del Foro di Augusto e parte delle mura serviane. Per darci un’idea oggi, il Foro di Traiano andava dal foro di Cesare all’area attualmente occupata dalla chiesa del Santissimo Nome di Maria, da quella di Santa Maria di Loreto e oltre. Fu utilizzata la zona tra la Velia, la Suburra, la valle del Foro Romano, e il Quirinale, di cui si tagliò, come detto, una parte della sella che univa questo colle al Campidoglio. L’edificazione del Foro di Traiano richiese enormi lavori, ma perché fu presa la decisione di intraprendere tale mole di lavoro? La conquista della Dacia, questa, che divenne regione romana, comprendeva l’attuale Romania, parte della Bulgaria e dell’Ungheria, portò a Roma o per meglio dire a Traiano un ingente bottino di guerra, che gli studiosi hanno calcolato in circa centosessanta quattro tonnellate di oro e perlomeno trecentocinquanta tonnellate di argento, oltre ad altri beni preziosi e materiali, nonché un numero altissimo di prigionieri, si suppone che fossero oltre mezzo milione. C’è però da precisare che qualche studioso è convinto che questi numeri così fuori dal normale siano frutto di un errore di trascrizione e che debbano essere divisi per dieci, comunque sia, anche se fosse vera questa ipotesi, il risultato è comunque ingente. Il tesoro del re Decebalo passò nelle mani dell’imperatore Romano, ma non solo, la conquista della Dacia portò a Roma anche introiti permanenti, dovuti alle miniere della regione che furono controllate da funzionari imperiali. È ovvio che al ritorno dalla guerra a Traiano fu riconosciuto un enorme e grandioso trionfo che comprese ludi gladiatori, corse dei carri nel Circo Massimo e spettacoli vari, infine fu presa la decisione di costruire un nuovo foro il quale contenesse una colonna celebrativa della grande vittoria ottenuta. Come accennato, le dimensioni del foro erano notevoli, esso comprendeva vari edifici e monumenti, cominciamo a descriverne qualcuno, iniziando, com’è ovvio dall’ingresso. Esso era formato da un’aula quadrata e presentava un quadriportico centrale, vi era poi la Piazza Forense che poi rappresentava il Foro vero e proprio, questa era rettangolare e di ragguardevoli dimensioni, misurava, infatti, centosedici metri per novantacinque metri. Il lato d’ingresso era convesso, la piazza aveva portici sui due lati, mentre sul fondo era chiusa dalla maestosa Basilica Ulpia, sempre nella piazza faceva bella figura di se la grande statua equestre di Traiano. La piazza era pavimentata ed è stato calcolato che per tale copertura siano state usate circa tremila lastre rettangolari di marmo bianco. La piazza, sul lato che dava sul Foro di Augusto, era separata da esso da un muro di peperino leggermente convesso, nel quale erano distinguibili una parte centrale e due ali laterali. Tale muro era magnificamente decorato, con colonne di marmo giallo antico e cipollino del diametro di circa centocinquanta centimetri, era interamente rivestito di marmi e inoltre vi era un ordine di lesene che andavano a completare e rispecchiare le colonne corinzie della facciata. E non finisce qui, Il colonnato aveva un architrave che sporgeva dalle colonne sul quale correva un fregio con amorini che sbucavano da cespugli d’acanto, questi ultimi erano raffigurati mentre versano da bere a dei grifoni. Questa scenografia faceva da sfondo alla monumentale statua equestre dell’Imperatore Traiano. Su alcune monete compare un arco trionfale dedicato a Traiano, che sembrerebbe eretto postumo su volere del Senato, però va evidenziato che di tale opera non è stata ritrovata, in nessuno degli scavi archeologici eseguiti, alcuna traccia, se per minima. Sul lato a sud della piazza vi era una grande sala, dalla cui, parte centrale, si poteva accedere a un cortile che era circondato su tre lati da portici rialzati su un podio, con colonne di marmo cipollino lisce. Il pavimento di questi portici era lastricato con marmo portasanta e cipollino, in questo luogo furono ritrovati frammenti di un’iscrizione riportante il nome di Traiano. Detto questo, bisogna, però, far presente che non si conosce la vera funzione di questo cortile che, nonostante gli studi effettuati, resta molto incerta. Di notevole ampiezza erano i portici laterali sui quali si aprivano due grandi esedre semicircolari coperte, le quali presentavano una pavimentazione molto particolare. Essa era formata da quadrati i quali ne contenevano altri più piccoli e/o dei cerchi, il tutto era, manco a dirlo, di marmo, questa volta della varietà giallo antico e pavonazzetto. Anche il muro di fondo delle esedre presentava delle lesene, disposte su due ordini, al centro del quale si apriva una nicchia, delimitata da colonne in granito. Il ritrovamento in questa zona di statue acefale di pregiato marmo di Taso, di dimensioni più grandi del naturale, fanno presupporre che in queste esedre, come del resto in quelle del confinante foro di Augusto e in altre sparse per la città, furono poste importanti statue o, più in generale, opere d’arte, che affiguravano persone di rango imperiale o comunque nobili di alto lignaggio. Sopra il portico colonnato vi era un attico con le sculture dei prigionieri daci poste su due livelli anch’esse di e di un’altezza che poteva variare tra i due e i tre metri esse erano alternate a clipei, ossia a dei ritratti racchiusi in uno spazio rotondo. Il termine deriva dal latino “Clipeus o Clypeus” che indicava il grande scudo cavo dell’oplita greco o del precedente guerriero nuragico, nella terminologia dell’arte romana, passò, per l’appunto, a indicare un ritratto iscritto in uno spazio rotondo. Tra questi ritratti sono stati ritrovati quello di Agrippina Minore e quella di Nerva, anche se alcuni studiosi sono convinti che si tratti di quello del padre naturale di Traiano. Molto probabilmente negli spazi tra le colonne vi erano statue di generali e uomini di stato che si erano particolarmente distinti nella vita militare o in quella pubblica. Le due biblioteche, in realtà due edifici posti uno difronte all’altro che furono interpretati, dagli storici, come biblioteche, una per i libri latini e l’altra per quelli greci. Al centro delle cosiddette biblioteche vi era e ancora oggi fa bella mostra di se, la Colonna Traiana, a chiusura della piazza s’innalzava imponente la Basilica Ulpia la più grande che fu mai costruita nella Città Eterna. Infine vi era il tempio del Divo Traiano e di Plotina fatti aggiungere da Adriano dopo il 121, è da evidenziare che tutti gli edifici del Foro di Traiano erano ricoperti di marmi e stucchi, erano abbelliti e decorati con sculture e pitture. Del tempio del Divo Traiano e di Plotina si conosce veramente poco, non si sa neppure quale fosse la sua posizione, questo perché, di questo edificio, sono pervenuti sino a noi soltanto l’iscrizione dedicatoria e i resti di un capitello che però è di notevoli dimensioni, infatti, la sua altezza supera i due metri. Non si è trovato altro di questo tempio, ma se quello appena descritto era un capitello di una sua colonna è lecito supporre che l’edificio fosse grandioso e imponente, con colonne che forse raggiungevano i venti metri.

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La Basilica Ulpia.

La basilica, nel momento in cui fu edificata, era la più grande che la città di Roma avesse mai visto, era intitolata alla famiglia dell’imperatore, il suo nome per intero, infatti, era Marcus Ulpius Traianus. Di dimensioni notevoli misurava centosettanta metri di lunghezza, centoventi senza considerare le absidi, sessanta metri di larghezza per quaranta metri di altezza. Per capire la sua maestosità si può dire che andrebbe dalle pendici del monumento a Vittorio Emanuele II, parte della basilica è sotto via dei Fori Imperiali, fino alla scalinata di via Magnanapoli, alcune parti sono sotto tale scalinata e sotto gli edifici adiacenti. Oggi di tutto questo è rimasto ben poco, è visibile solo una piccola parte del troncone centrale e se si è fortunati, si può vedere una piccola parte della pavimentazione e le basi di alcune colonne sotto dei locali, questi ultimi appartennero alla fondazione Fendi, organizzazione che restaurò e rese visitabili tali resti anche se per un periodo molto breve. Una breve precisazione, gli edifici che i Romani definivano “Basiliche”, avevano funzioni completamente diverse da quelle che intendiamo oggi, nel suo interno non avvenivano attività religiose. Nella fattispecie oltre alle solite funzioni forensi, commerciali, di ristoro, di passeggiata, protetti dai portici dal sole e dalla pioggia, nella basilica Ulpia si svolgeva, secondo quanto riportato dalla Forma Urbis, la cerimonia di liberazione degli schiavi, quella che in precedenza era eseguita nell’Atrium Libertatis, il quale fu demolito per far posto al Foro. La basilica fu eretta tra il 106 e il 113 e progettata da Apollodoro di Damasco, ovviamente per volere di Traino. La facciata che probabilmente faceva da sfondo alla grande statua dell’Imperatore, era in parte aperta e presentava un colonnato in stile corinzio, con colonne scanalate in marmo giallo antico. Aveva tre corpi separati sporgenti, uno centrale con quattro colonne e due laterali con due colonne ciascuno. Tutta la basilica era sopraelevata su tre gradini anch’essi di marmo giallo antico, dalle immagini riportate sulle monete si vede che al di sopra dell’attico, negli avancorpi, vi erano sculture raffiguranti quadrighe con Vittorie e sembra che sopra l’epistilio della parte centrale ci fosse anche un’imponente quadriga trionfale con Traiano. Sempre sulla facciata trovavano posto le insegne delle legioni che accompagnarono l’imperatore nelle sue spedizioni militari, mentre i nomi delle legioni erano poi incisi sugli architravi. Le legioni citate erano: I Adiutrix, I Italica, I Minervia, II Adiutrix, IIII Flavia, V Macedonica, VII Claudia, X Gemina, XI Claudia Pia Fidelis, XIII Gemina, Legio XIIII Gemina Martia Victrix, XV Apollinaris, XXI Rapax e XXX Ulpia Victrix; le vexillationes legionarie della II Augusta, III Augusta, III Gallica, IV Scythica, VI Ferrata, VII Gemina, IX Hispana, Legio XII Fulminata[82], XX Valeria Victrix e XXII Primigenia. Lo stesso attico presentava, come decorazione, statue di Daci, di marmo bianco lunense alte oltre due metri, alternate a pannelli, con cataste di armi, simili a quelli che oggi possiamo vedere sulla Colonna Traiana. Le fonti antiche riportano che il tetto era particolarmente sfarzoso, tutto ricoperto da tegole di bronzo dorato, con un po’ di fantasia si può immaginare ciò che appariva agli occhi dello spettatore quando il sole si rifletteva su di esse. Non meno sfarzoso era l’interno della basilica, che era a cinque navate, quella centrale, che aveva venticinque metri di larghezza, era circondata da novantasei colonne di granito grigio in stile corinzio sulle quali correva un fregio che raffigurava le Vittorie nell’atto di sacrificare dei tori o mentre adornano candelabri con ghirlande. Questa navata centrale aveva anche un secondo piano con colonne dai fusti lisci di marmo cipollino, qualcuno ha ipotizzato anche l’esistenza di un terzo livello. La cosa certa è che dal secondo piano si assisteva ai processi che probabilmente si tenevano nelle absidi, la copertura, probabilmente, era formata da un grande tetto a capriate lignee, nascosto da un controsoffitto, più o meno decorato. Le navate laterali circondavano quella centrale due per lato separate da colonne anch’esse in granito grigio, mentre sui lati corti un’altra fila di colonne separava le navate da due absidi semicircolari, le quali presentavano un fregio con sfingi. Le navate laterali avevano una copertura con volte ribassate a botte di laterizio nascoste da un controsoffitto. Sia il muro opposto all’ingresso, sia quello di fondo delle absidi erano rivestiti di marmo e decorati con lesene e semicolonne, bellissimo era il pavimento tutto rivestito di marmi policromi tra cui: giallo antico, pavonazzetto africano, quello della navata centrale presentava un disegno di quadrati e cerchi, mentre le navate laterali avevano una pavimentazione in cui si alternavano lastre rettangolari. Di tutta questa maestosità, oggi, purtroppo rimane ben poca cosa, ci si deve accontentare di ciò che riportano le fonti, delle immagini che compaiono su alcune monete dell’epoca e dei resti che, se pur pochi, ci possono far capire ciò che mostrava la basilica, quando risplendeva con tutti i suoi colori, i suoi marmi, le sue statue e le sue decorazioni.

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La Colonna Traiana.

La Colonna Traiana fu innalzata per celebrare la vittoria di Traiano sui Daci, di fatto è l’unico monumento, del complesso del foro, giunto sino a noi quasi intatto. Numerosi furono gli scultori che lavorarono, sotto l’abile guida di Apollodoro di Damasco, per la realizzazione dell’opera. La Colonna Traiana, che poggia su un basamento a forma di parallelepipedo, fu realizzata con grandi blocchi di marmo lunense, in un percorso a spirale narra tutti i momenti principali della conquista della Dacia. Si tratta del primo esempio di colonna coclide mai innalzata a Roma, ossia si tratta di un tipo di monumento onorario, ideato dai Romani, consistente in una grande colonna isolata decorata da un fregio che vi si arrotola sopra e che contiene una scala a chiocciola all’interno. Fu collocata dove la vediamo oggi, ma la visuale in quel periodo era completamente diversa, infatti, lo stretto cortile era alle spalle della Basilica Ulpia, e la colonna era posta tra due costruzioni speculari, quelle che si presuppone fossero le due biblioteche. Vi era anche un doppio loggiato che ne permetteva la visione ravvicinata e forse un’osservazione ancora più da vicino si poteva avere dalla terrazza di copertura della navata laterale della Basilica Ulpia. Una caratteristica fondamentale e quella che permetteva la lettura della storia, in una sorta di riassunto, seguendo le scene in maniera verticale senza girare intorno alla colonna per leggere tutti i momenti riportati. In definitiva, seguendo la spirale si leggeva tutta la storia raccontata, seguendo, invece, un ordine verticale si aveva sempre una coerente logica del racconto. Queste analisi, insieme alle scene viste da vicino, si possono osservare benissimo nei calchi di gesso, della colonna stessa, che sono nel museo della Civiltà Romana, esposti pezzo per pezzo ad altezza degli occhi, o per meglio dire si potevano osservare, considerando che il Museo fu chiuso nel 2014 per lavori di riqualificazione e ancor oggi inaccessibile. Alcuni parlano di chiusura definitiva, anche se ci sono molte richieste per una riapertura nel più breve tempo possibile, ma, si vedrà… Torniamo però alla nostra Colonna che è di tipo “Centenario”, ossia alta cento piedi romani che corrispondono a ventinove metri e settantotto centimetri, ma tutte le sue misure sono notevoli. Si tratta di una colonna in stile dorico riadattato con scanalature sotto il fregio a spirale, alla sommità presenta un capitello decorato con forme geometriche ovaliformi e la base a forma di corona su plinto. In origine sopra a tutto, sull’abaco, primeggiava la statua di bronzo dell’imperatore Traiano, la colonna e composta di diciotto enormi blocchi di marmo del peso di quaranta tonnellate ciascuno e a un diametro di tre metri e ottantatré centimetri. Nell’ornamento illustrato della colonna furono scolpite centocinquanta cinque scene e duemilacinquecento figure, un fregio che si snoda a spirale per circa duecento metri, si arrotola intorno al fusto per ventitré volte, come se fosse un rotolo di papiro o di stoffa, su cui si può leggere il racconto figurato delle campagne della guerra contro i Daci e dell’espansione della città di Roma. L’altezza del fregio varia, passando da ottantanove centimetri a un metro e ventinove centimetri, man mano che si va verso l’alto, ciò per correggere la deformazione prospettica. L’inizio delle guerre è rappresentato dalla raffigurazione dell’attraversamento del Danubio, da parte dell’esercito Romano, su un ponte di barche, seguendo, poi, questa spirale si leggono le battaglie, gli assedi, la realizzazione degli accampamenti, fino a giungere alla descrizione della sottomissione, la prima, del re dei Daci Decebalo, espressiva è l’immagine della Vittoria che scrive su uno scudo la fine della prima campagna dacica. Ovviamente la storia prosegue e seguendo la spirale, come se si svolgesse un papiro, troviamo le scene che rappresentano la seconda campagna contro i Daci, si vede l’esercito Romano che attraversa un ponte, questa volta in muratura, sembra fosse stato costruito da Apollodoro, molto rilevanti sono le scenografie dell’assedio alla capitale e quelle dell’incendio provocato dai Daci stessi per non lasciare la città in mano al nemico. Si prosegue, poi, con le scene dei capi Daci che si tolgono la vita tramite l’assunzione di veleno, con quelle della requisizione del tesoro, della fuga di Decebalo e il suo suicidio. Infine vi è l’immagine della testa del re portata al cospetto di Traiano, il quale è rappresentato, sull’intero fregio, sessanta volte e la deportazione dei prigionieri. Un racconto storico, anche se di parte, che si può ben dire “Inciso nel marmo”. Interessante è anche il basamento della colonna, alto cica dieci metri, il quale è decorato su tre lati da cataste d’armi a rilievo, sul quarto lato, quello difronte alla Basilica Ulpia, vi è un’epigrafe sorretta da vittorie, la scritta recita “Senatus populusque romanus impERATORI Caesari divi Nervae fILIO Nervae Traiano AugUSTO GermANICO dacico pontifICI Maximo tribUNICIA potESTATE XVII impERATORI VI coNsULI VI pATER pATRIAE ad declarandum quantae altitudinis mons et locus tantIS OPERibus sit egestus“, ossia: “Il Senato e il popolo romano all’imperatore Cesare Nerva Traiano, figlio del divo Nerva, Germanico, Dacico, pontefice Massimo, rivestito per la diciassettesima volta della potestà tribunicia, acclamato imperatore per la sesta volta, console per la sesta volta, padre della patria, per indicare quanto era alto il colle che con questi lavori è stato demolito”. Sembra quindi che la Colonna Traiana indicasse anche il livello del colle che fu sbancato per far posto ala costruzione degli edifici del foro, come detto, non tutti gli studiosi ritengono però che ciò corrisponda a verità. Agli angoli del basamento sono raffigurate quattro aquile nell’atto di sollevare una ghirlanda di alloro, sotto l’epigrafe vi è una piccola porta che conduce all’interno del monumento. Qui scopriamo un’altra funzione molto importante della colonna, quella di preservate le ceneri dell’imperatore, infatti, dietro la porticina vi è la camera funeraria, dove fu posta, l’urna contenenti i resti di Traiano e della moglie Plotina. Si trattava di un’urna d’oro collocata sopra una lastra di marmo, ma che, purtroppo, è scomparsa già da molti secoli, infatti, sembra che la tomba fu depredata durante le invasioni barbariche. Sempre da questo locale, ricavato all’interno del basamento, parte una scala a chiocciola, di centottanta cinque, scalini che permette di giungere in cima alla Colonna stessa. Una curiosità, la scala prende luce da quarantatré feritoie che si aprono lungo il fregio a intervalli regolari, ma sembra che queste aperture non facessero parte del progetto originario, o perlomeno di ciò sono convinti molti studiosi. È da evidenziare che la costruzione del monumento fu molto complessa, i lavoratori che portarono a termine l’edificazione della Colonna dovettero soprapporre blocchi di marmo del peso di quaranta tonnellate ciascuno facendo combaciare i rilievi del fregio esterni e la scala a chiocciola interna. È probabile, anche se non vi è certezza, che il fregio fosse perlomeno sbozzato, prima della messa in opera dei blocchi, così come già doveva essere formata la scala interna. In definitiva le maestranze dovettero ricostruire una sorta di puzzle facendo combaciare perfettamente i blocchi che andavano a soprapporre, l’uno sull’atro, tenendo conto sia delle immagini esterne sia della scala a chiocciola interna… un lavoro non da poco. Una narrazione popolare ricorda che la Colonna si salvò dalla distruzione e dal saccheggio dei marmi per volere di papa Gregorio Magno, il quale si commosse da una scena in cui Traiano aiutava una donna il cui figlio era stato ucciso. La leggenda continua con il papa che pregò per la salvezza dell’anima dell’imperatore, intercessione che fu ascoltata, infatti, il mito racconta che durante l’esumazione delle ceneri di Traiano la sua lingua, che era intatta, parlò e disse che la sua anima si era salvata dall’inferno. L’area divenne sacra e quindi inviolabile. La storia ci dice che la statua di Traiano fu sostituita, nel 1587, per volere di Sisto V, con quella di San Pietro, scultura che ancor oggi svetta dall’alto della Colonna di Traiano. Nel Medioevo l’intera zona fu urbanizzata e abitata fino a quando Mussolini decise di eliminare il quartiere Alessandrino, cinquecentesco, chiese comprese e di costruire via dei Fori Imperiali riportando alla luce i resti dei Fori Imperiali…. Ma questa è un’altra storia. La Colonna Traiana oltre ad essere la prima espressione artistica romana del tutto originale e autonoma, divenne un modello per altri monumenti che furono eretti in periodi successivi. Circa ottant’anni dopo fu eretta la Colonna di Marco Aurelio con un fregio che compie ventuno giri, in seguito ne furono innalzate molte altre anche a Costantinopoli come la Colonna di Teodosio, la Colonna di Arcadio e la Colonna di Giustiniano. Per vedere da vicino quasi tutti i rilievi del fregio clicca qui, nell’album fotografico ci sono le foto dei calchi di gesso che erano esposti nel Museo della Civiltà Romana.

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I Mercati Traianei.

Così fu chiamato, al momento della scoperta, questo complesso di edifici che furono realizzati alle pendici del Quirinale, nel punto in cui fu sbancata la collina che univa questo colle al Campidoglio. Dall’esame dei bolli posti sui mattoni usati per le costruzioni, è emerso che gli edifici sono databili all’inizio del II secolo d. C., un complesso che andava oltre a quella che è oggi l’area archeologica, infatti, alcune parti sono sotto gli edifici attualmente abitati. La funzione principale di questo complesso era amministrativa e legata ai Fori Imperiali, solo marginalmente, al suo interno, erano svolte attività commerciali, le quali probabilmente trovavano spazio nei locali che si affacciavano sulle strette vie interne. Come detto il complesso fu edificato all’inizio del II secolo, quindi contemporaneamente al Foro di Traiano, questo perché serviva anche a sostenere le pendici del colle che era stato sbancato. Era separato dal Foro di Traiano da una strada basolata che seguiva l’andamento semicircolare dell’esedra del Foro, si articolava su ben sei livelli e alcuni studiosi attribuiscono il progetto all’architetto Apollodoro di Damasco, ma probabilmente l’idea nacque sotto il periodo di Domiziano che forse iniziò i lavori per lo smantellamento della sella. Tutto il complesso si può dividere in alcuni settori, la strada che divide i vari edifici fu, in tarda età, denominata via Biberatica, termine che deriva dal latino “Biber”, ossia bevanda, essa percorre il colle a mezza costa. Nella parte sottostante troviamo, partendo dal piano di calpestio del Foro: il grande emiciclo che si sviluppa su tre livelli, con undici tabernae alla stessa quota del Foro, all’estremità vi sono due aule, una per lato e due scale che conducono agli edifici superiori e alla via Biberatica. Sempre nella parte sottostante vi è il cosiddetto piccolo emiciclo, che si sviluppa, anch’esso, su tre livelli. La caratteristica di queste tabernae è la loro piccola profondità giacché vanno a poggiarsi direttamente contro il taglio della sella, gli ingressi presentano gli stipiti e gli architravi in travertino. Il corridoio superiore, sul quale si aprivano dieci tabernae, prendeva luce da piccole finestre ad arco e aveva una copertura a volta.

Il terzo livello era formato da una terrazza e da altre tabernae, questa volta, però le porte erano rivolte in direzione opposta a quelle esaminate poco sopra, esse si aprivano in direzione della via Biberatica, oggi, però questi locali non sono più visibili poiché distrutti in un passato non ben definito. Siamo così giunti sulla via Biberatica, dove il corpo centrale presenta altri tre livelli, con ambienti interni e ancora tabernae al livello stradale. Alcuni di questi ambienti interni sono molto raffinati, elaborati e ben conservati, salendo una stretta scala dalla via si giunge alla cosiddetta Grande Aula, che misura trentadue metri per otto metri, che probabilmente era l’accesso principale del complesso. La Grande Aula ha l’altezza di due piani in fatti su di essa si affacciano ambienti disposti su due livelli, abbiamo detto che forse era l’ingresso principale del complesso, ma sicuramente è l’accesso moderno che dà sull’attuale via Quattro Novembre. La sala presenta una volta con sei crociere che poggiano su grandi mensole di travertino, sicuramente rappresenta una tra le più grandi realizzazioni architettoniche dell’antica Roma. La via Biberatica va a collegarsi a quella che oggi ha preso il nome di Salita del Grillo, in questo tratto ci sono altri locali di pertinenza dei Mercati di Traiano purtroppo poco conservati e soprattutto molto rimaneggiati nei secoli successivi all’edificazione. Alle spalle della parte superiore del corpo centrale nel XIII fu edificata la torre delle Milizie, sempre su strutture Romane… ma anche questa è un’altra storia. Oggi i Mercati di Traiano, oltre ad essere luogo espositivo per mostre temporanee, sono sede permanente del Museo dei Fori Imperiali. La funzione di questo museo è quella di mostrare, illustrare e far capire quali fossero le architetture e le decorazioni dei Fori Imperiali, vi sono sezioni del museo dedicate al Foro di Cesare, al tempio di Marte Ultore, al Foro di Augusto ecc., veramente notevole è la collezione di anfore che si può ammirare in una sala del museo.

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Nel foro di Traiano, così come riportato in vari documenti antichi, erano celebrate cerimonie pubbliche, furono erette statue celebrative durante tutta l’età imperiale, vi sono anche testimonianze di attività retoriche e scolastiche. Nella Basilica Ulpia, precisamente nelle sue absidi, erano svolte attività giuridiche e quelle attinenti all’Atrium Libertatis, già citate prima. Quelle che conosciamo come le due biblioteche, probabilmente avevano funzioni di archivio di stato, nell’interno doveva esserci una raccolta dei decreti pretorii e i libri lintei, questi ultimi erano un insieme di scritti stilati su lino, riportavano liste di magistrati romani a partire dalla data d’inizio della repubblica romana e il testo di alcuni antichi trattati. Ciò non contrasta con il fatto che i due edifici contenessero anche libri, di altro genere, scritti greci e latini, com’è facile capire certezze su questi particolari non potremmo mai averne. Com’è accaduto a quasi tutti i monumenti Romani, anche il Foro di Traiano subì grandi spogliazioni, divenne una cava di marmi e materiali da costruzioni, tanto che di alcuni edifici è rimasto solo il ricordo. Il primo sistematico scavo archeologico è dei primi anni del XIX secolo, in piena era e occupazione napoleonica, è di questo periodo la distruzione di un intero isolato che comprendeva anche i monasteri dello Spirito Santo e di Santa Eufemia. È in quest’occasione che furono riportati alla luce: il settore centrale della Basilica Ulpia, il peristilio attorno alla Colonna di Traiano, parte dell’area forense e vari elementi architettonici di elevata importanza e fattura. Altri scavi furono eseguiti anno dopo anno, fino a quel fatidico 1928 quando Mussolini decise di far radere al suolo tutto il quartiere Alessandrino. In questo periodo fu scavata la zona ai piedi dell’emiciclo dei Mercati Traianei, fu allargato lo scavo ai piedi della Colonna Traiana, riportando alla luce alcune parti degli edifici antichi, compresi i resti una delle biblioteche. Sempre durante questi scavi che terminarono nel 1931, furono rialzate alcune colonne della Basilica Ulpia. Altri importantissimi scavi archeologici furono condotti nel biennio 1998-2000 e nel triennio 2004-2007 questi oltre a rendere visibili alcuni resti, tra cui la fossa di fondazione per la grande statua equestre dell’imperatore, hanno, in qualche modo, permesso di rivedere la tradizionale ricostruzione del complesso. Sono iniziati, da pochissimo, studi archeologici che stanno procedendo allo smantellamento, anche se parziale, della via Alessandrina, scavi da cui sono emersi interessantissimi reperti, tra cui la testa di una statua di una divinità, perfettamente conservata. In fine una curiosità che non ha niente a che vedere con l’archeologia… o forse sì, all’interno della zona archeologica del Foro di Traiano vi è una colonia isolata di circa un migliaio di granchi d’acqua dolce, della specie Potamon fluviatile, chissà, forse si tratta di un adattamento alla vita cittadina di esemplari che ai tempi dei Romani erano allevati in quest’area.

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