Esopo e Fedro: I geni che hanno ascritto la favola nell’arte letteraria.

by / lunedì, 01 giugno 2015 / Published in Il blog, Scrittori e Poeti Antichi

Esopo nacque nel 620 a.C. circa e morì intorno al 560 a.C., fu uno scrittore Greco antico; Gaio Giulio Fedro nacque tra il 20 ed il 15 a.C. e morì nel 51 d.C. circa , fu uno scrittore romano, la loro vita e le loro opere hanno molte similitudini, iniziando dal fatto che non si sa molto di loro e che hanno scritto numerose favole, genere letterario considerato non “Elevato”, ma che in realtà aveva uno scopo pedagogico rilevante ed un’acuta morale, a volte Fedro ne ripropone alcune di Esopo, aggiornandone i principi etici ai suoi tempi, eccone un esempio:

Ἀλώπηξ λιμώττουσα, ὡς ἐθεάσατο ἀπό τινος ἀναδενδράδος βότρυας κρεμαμένους, ἠβουλήθη αὐτῶν περιγενέσθαι καὶ οὐκ ἠδύνατο. Ἀπαλλαττομένη δὲ πρὸς ἑαυτὴν εἶπεν• «Ὄμφακές εἰσιν.» Oὕτω καὶ τῶν ἀνθρώπων ἔνιοι τῶν πραγμάτων ἐφικέσθαι μὴ δυνάμενοι δι’ ἀσθένειαν τοὺς καιροὺς αἰτιῶνται.”

Una volpe affamata, come vide dei grappoli d’uva che pendevano da una vite, desiderò afferrarli ma non ne fu in grado. Allontanandosi però disse fra sé: “Sono acerbi.” Così anche alcuni tra gli uomini, che per incapacità non riescono a superare le difficoltà, accusano le circostanze.” (Esopo, La volpe e l’uva).

Fame coacta vulpes alta in vinea uvam adpetebat, summis saliens viribus. Quam tangere ut non potuit, discedens ait: “Nondum matura est; nolo acerbam sumere.” Qui, facere quae non possunt, verbis elevant, adscribere hoc debebunt exemplum sibi.”

Spinta dalla fame una volpe tenta di raggiungere un grappolo d’uva posto sin alto sulla vite, saltando con tutte le sue forze. Non potendo raggiungerla, esclama: “Non è ancora matura; non voglio coglierla acerba!”. Coloro che sminuiscono a parole ciò che non possono fare, debbono applicare a se stessi questo paradigma.” (Fedro, La volpe e l’uva).

Esopo


Visse, come si è detto, nel VI secolo a.C. nel periodo di Pisistrato e Creso, ha scritto centinaia di favole e sue opere hanno influenzato, in maniera notevole, tutta la cultura dell’occidente, le sue favole divennero, e risultano, alquanto conosciute e oltremodo celebri. Pochissimo si conosce della sua vita, le poche informazioni che si hanno sono basate su alcuni riferimenti che si possono trovare nelle opere di scrittori di epoche successive quali Aristofane, Aristotele, Erodoto, Platone, Plutarco, Senofonte. La tradizione vuole che giunse in Grecia, forse dalla Frigia o dall’africa, come schiavo e visse sull’isola di Samos finché non fu reso uomo libero e divenne emissario degli abitanti dell’isola presso Creso, si recò a Corinto, dove sembra ebbe l’opportunità conoscere i “Sette saggi”, in seguito intraprese altri viaggi fino a giungere a Delfi, in questo luogo forse fece infuriare gli abitanti della città, alcuni sostengono, per il troppo sarcasmo dei suoi racconti, altri per aver commesso un atto sacrilego, la conclusione, verosimilmente, fu una condanna a morte e venne buttato giù da una rupe. Si racconta che avesse un aspetto orribile che fosse gobbo e deforme, ma di tutto questo non ci è dato sapere quanto sia vero o quanto scaturisca dalla tradizione popolare che gli antichi scrittori e storici hanno riportato. Esopo è considerato il promotore della favola come forma letteraria scritta, elaborò componimenti brevi, spesso comprendenti personaggi animali che vengono personificati, di frequente includono uomini e Dei, qualche volte piante ma tutti con il fine chiaro di trasmettere una morale, un consiglio cioè da mettere in pratica nella vita quotidiana, queste favole son divenute talmente celebri che spesso vengono usate nella nostra moderna cultura in stile di proverbio, non credo che ci sia qualcuno che non ha mai sentito parlare degli aneddoti: “la cicala e la formica” oppure “al lupo al lupo”. Ad Esopo sono attribuite più di 400 favole eccone alcune a titolo di esempio:

La cicala e le formiche.

In inverno, essendosi bagnati i chicchi di grano, le formiche li esposero all’aria; una cicala invece che aveva fame chiedeva loro del cibo. E le formiche le dissero: “Perché durante l’estate non hai raccolto del cibo?”. E quella disse: “Non sono stata in ozio, ma ho cantato armoniosamente”. E quelle mettendosi a ridere dissero: “Ebbene, se nelle giornate d’estate hai cantato, d’inverno balla”. Non bisogna essere negligenti per non affliggersi ed essere in pericolo.

La zanzara ed il Leone.

C’era una piccola zanzara assai furba e spavalda. Stanca di giocare con le solite amiche, decise un giorno, di lanciare una sfida al Re della foresta. Si presentò così davanti al sovrano che era il leone e lo salutò con un rispettoso inchino. Il grande Re che era intento a schiacciare uno dei suoi pisolini più belli lungo la riva di un fiume, lanciò una distratta occhiata all’insetto. “Oh! Buongiorno”. Rispose Sua Maestà spalancando la bocca in un possente sbadiglio. La zanzara disse: “Sire, sono giunta davanti a Voi per lanciarvi una sfida!” Il leone, un po’ più interessato, si risvegliò completamente e si mise ad ascoltare. ‘Voi ” continuò l’insetto “credete di essere il più forte degli animali eppure io dico che se facessimo un duello riuscirei a sconfiggervi!” Il Sovrano divertito disse: “Ebbene se sei tanto sicura, proviamo!” In men che non si dica il piazzale si riempì di animali d’ogni genere desiderosi di assistere alla sfida. Il “Singolar Tenzone” ebbe inizio. L’insetto andò immediatamente a posarsi sul largo naso dell’avversario cominciando a pungerlo a più non posso. Il povero leone preso alla sprovvista tentò con le sue enormi zampe di scacciare la zanzara ma, invece di eliminarla, egli non fece altro che graffiarsi il naso con i suoi stessi artigli. Estenuato, il Re della foresta, si gettò a terra sconfitto. Così, la piccola zanzara fu acclamata da tutti i presenti. Levandosi in volo colma di gioia, la zanzara non si accorse però della tela di un ragno tessuta tra due rami e andò ad imprigionarvisi proprio contro. Intrappolato in quell’infida ragnatela l’insetto scoppiò in lacrime, consapevole del pericolo che stava correndo. Fortunatamente il leone, che aveva assistito alla scena, con una zampata distrusse la tela e liberò la piccolina dicendo: “Eccoti salvata mia cara amica. Ricordati che esiste sempre qualcuno più forte di te! E questo me lo hai insegnato proprio tu!” La zanzara, da quel giorno imparò a tenere un po’ a freno la propria spavalderia. Le persone troppo sicure di sé riescono, a volte, a superare gli ostacoli più grossi ma inciampano spesso nelle difficoltà più piccole.

Il taglialegna ed Ermes.

A un taglialegna cadde l’accetta nel fiume presso cui stava lavorando. Non sapendo che fare, si mise a piangere, seduto sulla sponda. Ermes, saputa la ragione del suo pianto, si impietosì; fece un tuffo nel fiume e portò su un accetta d’oro, chiedendogli se era quella che aveva perduto. L’uomo rispose dl no, ed Ermes, tuffatosi di nuovo, ne portò su una d’argento; e poiché l’uomo dichiarava che non era nemmeno quella, si tuffò una terza volta e gli portò fuori la sua. Allora il taglialegna disse che si trattava veramente di quella che aveva perduta, ed Ermes, soddisfatto della sua onestà, gliele diede tutte e tre. Il boscaiolo, ritornato tra gli amici, raccontò loro l’accaduto, e uno di essi pensò di poterne ricavare un uguale profitto. Andò al fiume, gettò a bella posta la sua accetta nell’acqua e poi si sedette lì a piangere. Anche a lui comparve Ermes e, informatosi del motivo del suo pianto, si tuffò e portò su a lui pure un’accetta d’oro, chiedendogli se era quella che aveva perduta. “Ma sì, certo che è quella!”, rispose l’altro, esultante. Il dio, indignato di tanta sfacciataggine, non solo si tenne l’accetta d’oro, ma non gli riportò nemmeno la sua. La divinità è tanto propizia agli onesti quanto ostile ai disonesti.

La lepre e la tartaruga.

La lepre si prendeva sempre gioco della tartaruga. “Come sei lenta! Come sei lenta! Guarda me: con un solo balzo vado più lontano di te in dieci passi!” E non si stancava mai di ripeterglielo. Un giorno la tartaruga disse alla lepre: “Non sempre il più veloce arriva per primo.” Come? “disse ridendo la lepre, vuoi forse dire che se facessimo una gara arriveresti prima tu?” Replicò la tartaruga: “Facciamo una gara e vediamo che succede”. E così partirono. In un baleno la lepre era già lontana. Ma si fermò dicendo tra sé “Che gusto può esserci a vincere tanto alla svelta? Voglio fermarmi e aspettare la tartaruga, così mi godrò di più la vittoria”. Passò un mucchio di tempo; alla fine, presa dal sonno, la lepre chiuse gli occhi e si addormentò. Mentre dormiva, la tartaruga arrivò, vide la lepre e proseguì per la sua strada. Dopo un poco, il vento fece frusciare le foglie e la lepre si svegliò. Si ricordò della gara, si alzò e prese a correre a perdifiato verso il traguardo. Ma la tartaruga arrivò per prima. “Tu sei molto più lesta di me” disse la tartaruga alla lepre “ma, come vedi, vince la gara chi è più costante. Mai sottovalutare il proprio avversario.

Il melograno, il melo, l’olivo ed il rovo.

Il melograno, il melo e l’olivo vantavano ciascuno la propria feracità. La discussione si faceva animata, quando il rovo, che li udiva dalla siepe vicina, saltò su a dire: “Olà, amici, finiamola una buona volta di litigare!”. In tal modo, quando i migliori sono intenti a litigare, anche quelli che non valgono nulla cercano di darsi delle arie.

Le rane che chiesero un re.

Le ranocchie, stanche di vivere senza alcuno che le governasse, mandarono ambasciatori a Zeus, pregandolo di largire loro un re. E Zeus, vedendo la semplicità dell’animo loro, buttò giù nello stagno un pezzo di legno. A tutta prima, atterrite dal tonfo, le ranocchie si tuffarono nel fondo; ma poi, dato che il legno rimaneva immobile, risalirono a galla, e giunsero a tal punto di disprezzo per il loro re che gli saltarono addosso e vi si accomodarono sopra. Infine, vergognandosi d’avere un sovrano di tal fatta, andarono nuovamente da Zeus, e lo pregarono di mandarne loro un altro in cambio, perché il primo era troppo indolente. Allora Zeus perdette la pazienza, e mandò una biscia d’acqua, che cominciò ad afferrarle e a divorarsele. E’ meglio avere governanti infingardi ma non cattivi, piuttosto che turbolenti e malvagi.

Fedro


Caio Giulio Fedro visse, come si è detto, nel primo secolo d.C., le uniche informazioni, che ci giungono sulla sua vita ci sono fornite, da lui stesso, in alcuni cenni presenti nelle sue opere, fu uno dei pochissimi autori della letteratura latina che non nacque libero, probabilmente originario della Tracia, una regione Greca, era schiavo di Augusto, ma di cultura letteraria molto elevata, fu liberato dall’imperatore stesso, considerando che si definisce liberto di Augusto, ebbe anche difficoltà giudiziarie sotto il regno di Tiberio, forse perché le sue favole provocarono risentimento da parti di alcuni dei potenti e in particolare di Seiano, ministro e braccio destro di Tiberio, il quale lo fece processare ma ne emerse sano e salvo. Fedro fu poco apprezzato dai suoi contemporanei ma è l’autore più importante della letteratura latina, egli riprende e sviluppa in modo egregio l’arte di Esopo, venne rivalutato ed apprezzato in epoca moderna per il suo stile efficace e nello stesso tempo semplice. Nel prologo del suo I° libro scrive: ” Esopo è l’inventore. Fu lui a trovare gli argomenti che io ho elaborato artisticamente in versi senari. Due sono le doti di questo libretto: diverte e, se stai attento, consiglia come vivere. Se poi qualcuno avesse da ridire perché parlano gli alberi e non solo gli animali, si ricordi che noi scherziamo: le storie sono immaginarie.” Nel prologo del terzo libro sottolinea come la favola possa in realtà permettere agli oppressi di protestare contro le ingiustizie dei potenti, sembra che dalle sue favole venga fuori il desiderio di vedere la vita dal punto di vista dei ceti più bassi della popolazione; inoltre, anche se non scaturisce nessuna soluzione, nelle sue opere si legge la voglia di affermare che la libertà deve essere raggiunta ad ogni costo. Cosi come fece Esopo ogni sua favola termina con una morale, molto efficace è ciò che scrive, nel suo quarto libro, sul comportamento umano:

Peras imposuit Iuppiter nobis duas: propriis repletam vitiis post tergum dedit, alienis ante pectus suspendit gravem.”

Giove impose a noi due sacche: mise quella dei vizi propri dietro la schiena, quella carica dei vizi altrui davanti al petto” (Fedro Fabulae, IV, 10).

Eloquente e sempre attuale, in modo semplice ci fa vedere come, per ogn’uno di noi, sia facile vedere i difetti altrui e quanto è difficile vedere i propri. A Fedro sono attribuite più 90 favole divise in 5 libri, eccone alcune a titolo di esempio:

Il lupo e l’agnello.

Un lupo e un agnello, erano giunti al medesimo ruscello spinti dalla sete; il lupo era superiore l’agnello di gran lunga in basso. Allora il brigante sollecitato dalla sua insaziabile fame suscitò un pretesto per litigare. “Perché”, disse, “mi hai reso torbida l’acqua che bevevo?”. L’agnello, timoroso, di rimando : “In che modo posso di grazia fare ciò che ti lamenti, lupo? L’acqua scorre da te alle mie labbra”. Quello spinto dalla forza della verità: “Hai sparlato di me, sei mesi fa”. L’agnello rispose: “In verità non ero nato”. “Tuo padre in verità, quello aveva sparlato di me”. E così afferra l’agnello e lo sbrana per un’ingiusta morte. Questa favola è stata scritta per quegli uomini, che opprimono gli innocenti con finti pretesti.

Il topo e la rana.

Il topo per poter attraversare più facilmente un fiume, chiese aiuto alla rana. La rana con un filo lega ad una delle sue zampe di dietro uno dei piedi anteriori del topo. Quando a nuoto furono arrivati a mezzo del fiume, la rana, tradendo la parola data, si tuffò sott’acqua e si trascinò dietro il sorcio. Morto il sorcio venne a galla e ondeggiava sui flutti. Il nibbio che volava adocchiò la preda: strappò il topo e insieme portò via la rana che era con esso legata. La perfida, che col tradimento aveva attentato alla vita dell’altro, trovò insieme la rovina anche lei e fu distrutta. Coloro che nuocciono ad altri periscono.

La rana e il bue.

Una volta una rana vide un bue in un prato. Presa dall’invidia per quell’imponenza prese a gonfiare la sua pelle rugosa. Chiese poi ai suoi piccoli se era diventata più grande del bue. Essi risposero di no. Subito riprese a gonfiarsi con maggiore sforzo e di nuovo chiese chi fosse più grande. Quelli risposero: Il bue. Sdegnata, volendo gonfiarsi sempre più, scoppiò e mori. Quando gli uomini piccoli vogliono imitare i grandi, finiscono male.

Il cervo alla fonte

Il cervo, dopo avere bevuto, rimase presso la fonte e nello specchio dell’acqua vide la sua immagine. E lì, mentre pieno di ammirazione lodava le corna ramose e criticava l’eccessiva sottigliezza delle zampe, atterrito dalle voci improvvise dei cacciatori, si mise a scappare per i campi e con rapida corsa sfuggì ai cani. Poi l’animale fu accolto dal bosco, dove le sue corna si impigliarono, e, così trattenuto, fu sbranato a poco a poco dai morsi feroci dei cani. Allora, sul punto di morire, dicono che abbia pronunciato queste parole: “Me infelice! Solo ora capisco quanto mi siano state utili le cose che disprezzavo, e quanto danno mi abbiano recato quelle che lodavo”. Spesso si scopre che è più utile ciò che si disprezza di ciò che si loda; ne è prova questo racconto.

Da calzolaio a medico

Un cattivo calzolaio, ridotto in miseria, si mise a esercitare la medicina in un paese dove non era conosciuto, e continuando a spacciare un antidoto, falso di nome e di fatto, si procurò con le sue abili chiacchiere una certa fama. Ora avvenne che il re della città fosse costretto a letto, sfinito da una grave malattia; questi, per metterlo alla prova, chiese un bicchiere, vi versò dell’acqua, fingendo di mescolare del veleno con l’antidoto e gli comandò di berlo fino in fondo, dopo avergli promesso un premio. Per paura di morire, lui allora confessò di essere diventato famoso come medico non già per una qualche competenza di quest’arte, ma per la stupidità della gente. Il re convocò quindi il popolo e pronunciò queste parole: “Che pazzia è la vostra? Riuscite a capirlo voi che non esitate ad affidare la vostra testa a uno cui nessuno ha mai consegnato i piedi da calzare?”. Questo racconto riguarda coloro la cui stoltezza è occasione di guadagno per gli imbroglioni.

Il cervo e i buoi

Un cervo, stanato dalla macchia, per sfuggire alla morte che i cacciatori gli minacciavano, accecato dalla paura, si diresse verso una fattoria lì vicina e si nascose nella stalla, trovata a proposito. Mentre se ne stava qui rimpiattato, un bue gli disse: “Cosa ti è venuto in mente, disgraziato, di correre spontaneamente incontro alla morte, affidando la tua vita alla casa degli uomini?”. Ma lui, supplichevole: “Risparmiatemi almeno voi!”, disse. “Alla prima occasione balzerò di nuovo fuori”. Intanto allo spazio del giorno subentra via via la notte. Il bovaro porta del foraggio e non vede nulla. Poi vanno e vengono tutti i braccianti e nessuno lo nota: passa anche il fattore e neppure lui si accorge di nulla. Allora l’animale selvatico, pieno di gioia, si mise a ringraziare i placidi buoi, perché gli avevano offerto asilo nel momento della difficoltà. Uno dei buoi rispose: “Noi, sì, ti vogliamo sano e salvo; ma se verrà quello che ha cento occhi, la tua vita sarà in grande pericolo”. Frattanto, dopo avere cenato, arriva il padrone in persona, e poiché poco prima aveva visto i buoi mal tenuti, si avvicina alla mangiatoia: “Perché c’è poco foraggio e manca lo strame? Cosa ci vuole a togliere queste ragnatele?”. Mentre osserva attentamente le cose a una a una, scorge anche le alte corna del cervo; chiamata a raccolta la servitù, ordina di ucciderlo e si prende la preda. Questa favola fa capire che il padrone vede più di ogni altro nella sua roba.

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