Complesso Basilicale di Santo Stefano, Bologna

by / lunedì, 10 luglio 2017 / Published in Archeologia1, Archeologia2, Il blog, Popoli e Civiltà, Viaggiando .....

La Basilica di Santo Stefano, in realtà, è un complesso, di edifici di culto, sorprendentemente incastonati l’uno nell’altro, di Bologna. Magnifico e unico nel suo genere, sorge all’interno del centro storico della città, internamente a quella cinta muraria, ormai scomparsa, costruita nel XIII e chiamata dai bolognesi Circla. Ha dignità di Basilica Minore, si affaccia sull’omonima piazza e il complesso è anche denominato delle “Sette Chiese”. La tradizione popolare vuole che la basilica fu immaginata da San Petronio, vescovo di Bologna, per ricordare o imitare il Santo Sepolcro, in questo modo i fedeli potevano percorrere tutte le tappe del Calvario di Cristo, senza dover affrontare un pericoloso e lungo viaggio fino a Gerusalemme. La realtà ci dice che, il complesso fu edificato su un preesistente tempio di Iside Vincitrice e che le origini di ogni singolo edificio sono molto antiche. A indicarci che il complesso fu costruito su un precedente tempio pagano e un’iscrizione di marmo ritrovata nella piazza, oltretutto del tempio dedicato a Iside restano alcune colonne di marmo, ora all’interno della chiesa del Santo Sepolcro, pilastri che non sono mai stati spostati dalla loro sede iniziale, almeno questo e quello che gli studiosi hanno dimostrato. Vi è, poi la fonte di “Acqua miracolosa”, che prima rappresentò il Nilo e in seguito il Giordano. È ovvio, col crescere della cultura Cristiana e il declino di quella pagana, che i Cristiani cominciarono a usare i luoghi di culto pagani trasformandoli e adattandoli alle proprie esigenze, ciò avvenne specialmente a partire dal IV secolo, quando il culto Cristiano divenne religione di stato. Il complesso delle Sette Chiese fu intitolato al primo martire Cristiano, appunto Santo Stefano, ma ciò è insolito, di norma i Cristiani, per aumentare l’adesione alla nuova religione, cercavano delle similitudini con il culto pagano, infatti, spesso, i tempi di Iside erano trasformati per dedicarli alla Vergine Maria o a Maria Maddalena. Il complesso fu chiamato “Le Sette Chiese” proprio perché la basilica è composta da una serie di edifici appoggiati l’uno all’altro. in realtà oggi, nel complesso, non ci sono sette chiese, il nome fu scelto e mantenuto per il suo valore mistico. Il complesso può, però, essere considerato formato da quattro chiese e altri tre elementi architettonici, così come alcuni studiosi hanno ritenuto (Vedi Piante):

1) La Chiesa del Crocefisso.

La Chiesa del Crocefisso inizialmente fu intitolata a San Giovanni Battista, è di origine longobarda e fu edificata tra il 736 e il 744 per volere dei re Liutprando e Ildebrando. La chiesa ha un’unica navata e presenta una volta a capriata, in stile romanico lombardo, il presbiterio è sopraelevato ed è raggiungibile attraverso una scalinata. Questo per fare posto alla cripta che è sotto il presbiterio e quasi allo stesso livello del pavimento, in definitiva, si percorre la navata della chiesa, una scalinata sale al presbiterio e pochi scalini scendono alla cripta. Nella navata, sul lato sinistro rispetto all’ingresso, vi è un magnifico ed espressivo gruppo statuario settecentesco di Angelo Gabriello Piò, il “Compianto sul Cristo morto”. Questa composizione scultorea, policroma, fu realizzata in cartapesta, una leggenda vuole che sarebbero state utilizzate, come materiale, carte da gioco e in particolare i tarocchi, tutte sequestrate dalle autorità per porre fine al dilagare gioco d’azzardo, che era vietato. Sempre sulla sinistra della navata vi è un dipinto di Teresa Muratori, un “Miracolo di San Mauro Abate”, mentre sulla destra vi è parte di un affresco del 1300 che raffigura Maria col bambino, San Biagio e San Giovanni Battista, si può anche vedere una grande tela, della metà del 1600, di Pier Francesco Cittadini, un allievo di Guido Reni, nella quale è raffigurato il “Martirio di Santo Stefano”. Al centro del presbiterio, si trova il Crocefisso ligneo, che dà il nome alla chiesa, opera di Simone dei Crocefissi risalente, circa, al 1380 ma restaurato e in qualche modo rimaneggiato nel XVII secolo. Il presbiterio è in stile barocco dovuto a un rifacimento, oltretutto rimasto incompleto, voluto da governo bolognese nel 1637, alle pareti vi sono tele che raffigurano la passione di Cristo. Gli studiosi hanno potuto appurare, che prima del presbiterio vi era una stanza che rappresentava la “Casa di Pilato”, all’interno vi era un sedile di pietra, dove Pilato era seduto quando interrogava Gesù. L’aspetto della chiesa attuale e fortemente influenzato da alcuni restauri, cosiddetti, interpretativi che furono compiuti alla fine del 1800, il balcone esterno, laterale, è del 1488, era usato per esporre delle reliquie e per benedire il popolo. Sempre all’esterno, sul lato sinistro, è posta quella lapide romana che ci ricorda, come inizialmente si accennava, che in quel luogo, un certo Liberto Aniceto, innalzò un’ara a Iside Vittoriosa, nel nome di Mario Calpurnio Tirone e di Sestilia Armina, sua liberta.

2) La Cripta, all’interno della Chiesa del Crocefisso.

Come si è detto e posta sotto il presbiterio e vi si accede scendendo alcuni gradini, fu costruita, nel 1019, per volere dell’abate Martino per portarvi le spoglie mortali dei Santi Vitale e Agricola, dovrebbe rappresentare il luogo dell’ultima cena. La cripta è suddivisa in cinque navate separate da colonne di marmo di diversa fattura e altezza. Queste colonne sono dodici, con capitelli di marmo e per portarle tutte allo stesso livello furono usati diversi accorgimenti tecnici. Sulla seconda da destra, entrando, vi è una leggenda, si dice che a portarla a Bologna fu, dal suo viaggio a Gerusalemme, San Petronio, inoltre la sua altezza, dallo zoccolo al capitello, è proprio quella di Gesù. L’altezza della colonna è di un metro e settanta centimetri, a dire il vero molto elevata per la statura media dell’epoca. Sopra all’altare vi sono le due urne che contengono i resti dei Santi Vitale e Agricola, ai lati dell’altare, alcuni anni or sono, durante dei lavori di manutenzione, sotto uno stato d’intonaco, sono stati rinvenuti due affreschi, del 1500, che raffigurano il martirio dei due Santi. Un bell’affresco, del 1400, lo si può vedere nella navata sinistra, la cosiddetta “Madonna della neve”, attribuita, non con certezza assoluta, Lippo di Dalmasio, sulla parte destra della cripta è posta una caratteristica statuetta di marmo bianco che raffigura la Madonna bambina, opera probabilmente di scarso valore artistico, ma sicuramente attraente.

3) La Chiesa del Santo Sepolcro.

La costruzione risale al V secolo d.C., vi si accede attraverso una porta laterale della chiesa del Crocefisso. Sembra che fu edificata, dall’allora vescovo Petronio, come ricostruzione del Santo Sepolcro, quello voluto da Costantino a Gerusalemme, fu però, restaurata e parzialmente ricostruita nell’XI secolo, dopo i gravissimi danni provocati dalle invasioni Ungare del X secolo. L’edificio ha una pianta ottagonale, non regolare, al centro si eleva una cupola dodecagonale, nel suo interno ci sono diciannove colonne sia di marmo sia di laterizi. Per essere precisi sette di queste colonne sono di marmo africano, risalgono al II secolo d.C., non sono state spostate mai dalla loro sede e sono oggi affiancate da altre sette in mattoni erette come rinforzo di quelle originali, le quali incorniciavano il ninfeo del tempio di Iside. Le altre cinque sono in laterizio e costruite ex novo. Infine un’altra colonna di marmo cipollino, di epoca romana, sicuramente riutilizzata da qualche parte dell’edificio, è leggermente scostata, rispetto alle altre, è messa lì a rappresentare la colonna su cui il Cristo fu legato e fustigato. Al centro della struttura si eleva un’edicola, doveva rappresentare il sepolcro di Cristo a Gerusalemme. In basso alla base dell’edicola vi è una sorta di piccolo spazio chiuso, protetto da un cancelletto di ferro, dove erano custodite le reliquie di San Petronio. Al centro dell’edicola, su una lastra di marmo e raffigurato l’angelo della Resurrezione, opera del XIII secolo, alla sua sinistra vi sono le tre Marie con in mano vasetti di unguenti, e alla sua destra le figure di tre soldati dormienti. Alla destra dell’edicola vi è una scala di marmo, questa di fattura molto recente, risale alla fine del 1800, mentre, alla sinistra vi è un pulpito con degli altorilievi del XIII secolo, che raffigurano i simboli degli Evangelisti, l’angelo che simboleggia San Matteo, il leone San Marco, l’aquila San Giovanni e il Toro San Luca. La piccola porta del sepolcro veniva aperta durante la “Settimana Santa” ed era, addirittura, possibile strisciare al suo interno per rendere omaggio ai resti di San Petronio. Una curiosità, la mattina di Pasqua l’ingresso era riservato alle prostitute, le quali percorrevano in ginocchio la chiesa del Crocefisso per giungere davanti al sepolcro recitando una preghiera che doveva ricordare, ma il testo è rimasto sconosciuto, il perdono della Maddalena da parte di Gesù, questo era l’unico giorno dell’anno che le prostitute potevano entrare in quei luoghi sacri. Un’altra particolare tradizione è legata a questo luogo, sempre nel periodo pasquale, le donne incinte giravano intorno al sepolcro trentatré volte, gli anni vissuti da Cristo, strisciando all’interno al termine di ogni giro. Terminato il trentatreesimo giro, le donne, si spostavano nella chiesa del Martyrium per pregare dinanzi all’affresco della Madonna Incinta. In origine le pareti e la volta della chiesa erano decorate con affreschi della metà del 1200, raffiguranti scene bibliche, opera di Marco Berlinghieri, figlio del più noto Berlinghiero Berlinghieri. Questi furono quasi del tutto eliminati nel 1804 per far posto ad altri affreschi realizzati da Filippo Pedrini, in quello stile che è noto come barocchetto, anche questi ultimi, nei restauri molto invasivi di fine 1800, furono eliminati. Oggi quello che resta degli affreschi del 1200 e conservato nel museo della basilica, nel pavimento della chiesa, ricoperto da una grata vi è anche un pozzo, anch’esso già presente tempio di Iside a rappresentare il Nilo, che nel simbolismo Cristiano riproduce il Giordano, fiume in cui fu battezzato Gesù. Nel Medio Evo questa sorgente d’acqua fu considerata miracolosa, curatrice di tutti i mali, di conseguenza gran folle di fedeli e malati si recavano al pozzo per essere miracolati. Un’ultima curiosità, all’esterno della chiesa vi è, a destra del portale, la cosiddetta “Pietra della verità”, che, leggenda vuole, cambiasse colore durante le false affermazioni delle mogli infedeli, poiché in base a tali responsi furono uccise molte donne, il vescovo vietò di avvicinarsi a tale pietra che, di colpo e miracolosamente, diventò completamente opaca. Il corpo di San Petronio fu trasferito, nel 2000, nella basilica omonima, nella quale già si conservava la testa del Santo.

4) La Chiesa dei Santi Vitale e Agricola.

È sicuramente la chiesa più antica del complesso, ma, nei secoli fu molte volte distrutta e ricostruita, era già edificata nel 393, quando cioè furono trasferiti, da questo edificio, i resti di Sant’Ambrogio per essere portati a Milano. Presenta caratteri romanici e longobardi, senza transetto, con facciata a salienti e abside triconca ed è dedicata ai protomartiri Santi Vitale e Agricola, perseguitati da Diocleziano. All’esterno, al centro del portale, è incastonata una Croce di Santa Ildegarda, a cinque rami, che simboleggia un uomo a braccia e gambe divaricate. Simbolo spesso usato nel Medio Evo per indicare il pentacolo, la perfezione, un piccolo inciso, Santa Ildegarda era una veggente famosa per le sue profezie. Agricola era di famiglia ricca e fu uno dei primi bolognesi a convertirsi al Cristianesimo, Vitale, inizialmente era un servo della famiglia, era molto devoto ad Agricola e ben presto anche lui si fece Cristiano. Furono entrambi imprigionati e martirizzati con ferri roventi e chiodi, Agricola fu pure Crocefisso. All’interno la chiesa presenta tre navate e le colonne che reggono le tre volte hanno capitelli di origine diversa, nell’edificio sono conservate dei reperti molto interessanti, i resti di pavimento musivo romano; due sarcofagi altomedievali attribuiti a Vitale e Agricola, con in rilievo figure di animali quali leoni, cervi e pavoni; nella navata destra vi è una croce che è spesso erroneamente, poiché di epoca successiva, identificata come quella del martirio di Sant’Agricola. L’altare centrale è molto particolare, infatti, è ricavato da un’ara pagana che fu semplicemente rivoltata ed è addossato alla parete di fondo, poiché prima del “Concilio di Trento”, del 1545, il celebrante dava le spalle ai fedeli. C’è un altro fatto legato a questa chiesa, non del tutto fortunato, durante uno dei tanti restauri, nel 1141 fu trovato un sepolcro paleocristiano con la scritta “Symon”. Quasi trecento anni dopo, nel XV secolo, cominciò a girare la voce che fosse la tomba di San Pietro, “Simon Pietro” e la chiesa fu dedicata a tale Santo. Ciò attirò numerosi pellegrini allontanandoli da Roma, nonostante che non vi era nessuna prova che la notizia fosse vera. Il papato, e nella fattispecie papa Eugenio IV s’innervosì un tantino e reagì in maniera piuttosto violenta, ordinò di togliere il tetto alla chiesa e la fece riempire di terra. La costruzione rimase in quello stato per circa settanta anni, finché papa Alessandro VI permise di ripristinare al culto l’edificio, col patto che però non fosse più intitolata a San Pietro. La chiesa fu così restaurata, riaperta al culto e dedicata ai Santi Vitale e Agricola.

5) Il Cortile di Pilato.

Il complesso di Santo Stefano ha la caratteristica di richiamare i simboli della Passione di Cristo, non da meno è il Cortile di Pilato, a cui si accede uscendo dalla chiesa del Sepolcro e che simboleggia il lithostrotos, in altre parole il posto in cui Gesù fu condannato. Ai lati del cortile ci sono due porticati in stile romanico e colonne cruciformi di laterizio, quello che però colpisce di più, l’occhio del visitatore, è la vasca a forma di calice, in pietra calcarea, posta al centro del cortile, su di un piedistallo. Si tratta del cosiddetto “Catino di Pilato”, è un’opera longobarda della metà dell’VIII secolo, sembra che si tratti di una donazione di re Liutprando alla Basilica, chiamata così, solo dopo vari anni, per ricordare il catino in cui Pilato si lavò le mani. La cosa veramente intrigante è l’iscrizione che il catino presenta sotto il bordo, il cui testo dovrebbe essere, secondo gli esperti: “+ VMILIB(us) VOTA SVSCIPE D(omi)NE DDNNR LIVTPRAN ET ILPRAN REGIB(us) et D(om)N(o) BARBATV EPISC(opo) S(an)C(te) HECCL(esie) B(o)N(onien)S(i)S HIC IHB SVA PRECEPTA ORTVLERVNT VNDE VNC VAS IMPLEATVR IN CENAM D(omi)NI SALVAT(ori)S ET SI QVA MVNAC MINVERIT D(eu)S REQ(uiret)”, il significato comunque resta molto misterioso. Tra parentesi vi sono lettere aggiunte, dagli studiosi, per riuscire a dare una sequenza logica alla frase, le parole erano spesso abbreviate, sia per problemi di spazio sia perché scolpire era faticoso. Un’altra presenza curiosa e caratteristica del cortile è un gallo di pietra, posto al centro di una finestra, su di una colonna, al centro del porticato. Quest’opera, del XIV secolo è denominata “Gallo di San Pietro“, per ricordare l’episodio evangelico in cui l’apostolo Pietro rinnegò Gesù prima il gallo cantasse tre volte. Sotto il porticato vi sono alcune lapidi, tra le quali spicca quella appartenuta a un sarto, che reca al centro un paio di vere forbici. Altri simboli, disegnati con i mattoni stessi, prendono forma sulle pareti del cortile, tra cui una corona di alloro simbolo di Santo Stefano, ci sono poi, incorniciati in una sorta d’intelaiatura di legno e vetro, i volti affrescati di Gesù, Maria e San Giovanni. Sui lati del cortile si aprono alcune cappelle, quella della “Consolazione” contenente la cosiddetta “Madonna delle Gravide”, dove le fedeli pregano per la loro gravidanza; quella di San Girolamo, dove si trova un dipinto, del 1520, raffigurante il Crocefisso, la Maddalena, San Girolamo e San Francesco; quella della Beata Vergine di Loreto, oggi questo luogo e il sacrario degli aviatori e alla Società dei Lombardi. Infine un altro simbolo della passione di Cristo, sembra che la distanza di questo cortile dalla chiesa di San Giovanni in Monte, è uguale a quella che, a Gerusalemme, divideva il Calvario dal Santo Sepolcro. La chiesa di San Giovanni in Monte è così chiamata perché sorge sull’unica piccolissima altura che vi è nel centro di Bologna.

6) La Chiesa della Santissima Trinità o del Martyrium.

Dal fondo del Cortile di Pilato si può entrare nella chiesa della “Santissima Trinità”, o del “Martyrium”, o della “Santa Croce”, o del “Calvario”. Le origini di questa chiesa non sono del tutto note, è possibile che inizialmente fu utilizzata per deporvi i corpi di Vitale e Agricola, da ciò il nome Martyrium. Si presuppone che il progetto per la costruzione prevedeva una basilica a cinque navate, con abside confinante con il Cortile di Pilato e la facciata verso est, così come Costantino volle, in origine, per il Santo Sepolcro di Gerusalemme. Probabilmente per mancanza di fondi, o forse per qualche altro motivo, l’opera rimase incompiuta e quando i Longobardi occuparono la zona, probabilmente, la trasformarono in Battistero. Nei primi anni del primo millennio i monaci benedettini, cercarono di portare a termine la chiesa, ma nel frattempo il califfo Al Hakim aveva distrutto il Santo Sepolcro, si persero così tutti i riferimenti storici, con la conseguenza che i monaci non riuscirono a ultimare l’opera. Alla fine del 1800 furono apportate, all’edificio, varie ristrutturazioni, molto discutibili, oggi la chiesa si presenta in stile romanico, com’era il Santo Sepolcro, divisa in cinque navate, con facciata verso il cortile di Pilato e abside a est. Nella cappella, a destra entrando, si può ammirare un gruppo scultoreo in legno policromo di notevole importanza, si tratta dell’”Adorazione dei Magi”, le statue sono a grandezza naturale e scolpite da un artista rimasto anonimo, probabilmente nell’ultimo decennio del 1200. La colorazione delle statue avvenne in seguito, precisamente nel 1370, per opera del pittore bolognese Simone dei Crocefissi, che le dipinse con un suo particolare stile gotico. Si tratta del più antico presepe esistente o, per lo meno, uno dei più antichi, San Giuseppe è mostrato con il capo leggermente chino e con le mani congiunte, come se stesse pregando; Maria è scolpita seduta su di un trono, con in braccio il Bambino, lo sguardo di quest’ultimo e rivolto verso la madre; Gaspare è rappresentato come un giovane senza barba che porta in dono l’incenso; Baldassare è raffigurato con una corona, una veste rossa, è in posa solenne e reca con sé la mirra; infine, Melchiorre è ritratto con una folta barba, è inginocchiato e offre l’oro contenuto in una coppa. Nella chiesa si possono vedere, anche i resti di affreschi trecenteschi, uno, mostra la Madonna incinta, dipinto di pregevole fattura, la Vergine è raffigurata mentre regge in una mano un libro e con l’altra si accarezza amorevolmente la pancia; un altro rappresenta Sant’Orsola con le sue compagne di martirio. Infine sul pavimento risalta una tomba di una donna morta nel V secolo in giovane età, un’incisione ricorda il suo nome: Julia Afrodite. Un’ultima curiosità, sin dal tempo delle Crociate e fino al 1950, nella cappella centrale era conservata una reliquia della Santa Croce.

7) Il Chiostro, la Cappella della Benda, il Museo.

Dalla chiesa del Martyrium si può passare direttamente nello stupendo chiostro Medioevale, questo è più grande del Cortile di Pilato, ma la sua caratteristica principale è che fu edificato su due piani. I due ordini del porticato non sono dello stesso periodo, quello inferiore, verosimilmente antecedente all’anno 1000, è impostato su archi molto massicci, in stile preromanico e tutta la parte inferiore del porticato presenta ampie aperture. L’ordine superiore è di circa duecento anni posteriore a quello inferiore ed è un esempio, bello e interessante, di colonnato di stile romanico e gotico. Alcuni storici hanno formulato l’ipotesi che si tratta di un’opera di Pietro d’Alberico realizzata a metà del XII secolo. Alcuni dei capitelli, che sovrastano queste esili colonne, presentano delle peculiari e interessanti fattezze mostruose, due in particolar modo, uno raffigura un uomo con la testa ruotata di centottanta gradi, in pratica guarda dietro le spalle. L’altro è ancor più particolare, riproduce un uomo nudo che viene schiacciato da un enorme blocco di roccia. La tradizione racconta che quando Dante Alighieri frequentò l’università bolognese, nel 1287, amava recarsi nel chiostro e si fermava a osservare quei capitelli e in particolare i due descritti, sembra che gli suggerirono alcune forme di espiazione, in seguito, descritte nel Purgatorio. Inoltre, sembra probabile che nel portico inferiore potevano pregare i laici, mentre quello superiore era riservato ai monaci, ciò metterebbe in evidenza una forma di clausura monastica. Dal chiostro si può vedere il campanile del complesso, realizzato nel XIII secolo ma in seguito, nel XIX secolo sopraelevato, al centro del cortile vi è un pozzo in arenaria, realizzato nel 1632. Sotto i portici sono affisse delle lapidi che ricordano i bolognesi caduti nelle due guerre mondiali. Dal portico si può accedere al museo di Santo Stefano che è costituito dai locali della vecchia sacrestia e dalla “Cappella della Benda”. Questa cappella fu così chiamata perché conservava una striscia di tela che la tradizione narra fosse stata usata da Maria durante il martirio del figlio Gesù. Ogni anno, tale Benda era portata in processione e alle prostitute era fatto divieto di stare a distanza di vista dal corteo, non potevano assistere alla processione. Il museo raccoglie pregiati oggetti storici, culturali e artistici: un elaborato bastone pastorale in avorio; preziosi reliquiari; abiti talari; una formella in altorilievo, di epoca longobarda, che rappresenta Gesù tra i Santi Vitale e Agricola; il reliquiario della testa di San Petronio, opera di oreficeria di Jacopo Roseto del 1380. Inoltre, all’interno delle sale del museo sono conservati alcuni interessanti e notevoli dipinti: i Santi, di Simone dei Crocefissi, provenienti da uno o più polittici purtroppo smembrati; San Petronio e storie della sua vita, attribuito a Michele di Matteo; la Madonna con il Bambino e San Giovannino, dipinta da Innocenzo da Imola nel XVI secolo; l’affresco della Strage degli Innocenti, di scuola lucchese del XIII secolo, faceva parte del ciclo decorativo della cupola del Santo Sepolcro. A causa delle varie vicissitudini e invasioni subite dalla città molte reliquie andarono perdute nel trascorrere dei secoli, sembra che nel complesso di Santo Stefano fossero conservate, tra le altre, anche: un dente di Santo Stefano, raccolto da San Paolo dopo la sua lapidazione; il piede sinistro di Santa Caterina; un orecchio di Sant’Agata; un Crocefisso miracoloso, dal quale sgorgò del sangue quando fu colpito da un pugnale di un ebreo; un chiodo della Croce di Gesù. Collegata al museo, vi è la farmacia, dove si trovano prodotti naturali ed erboristici.

Il Complesso di Santo Stefano di Bologna, nato, forse, dal desiderio del vescovo della città, Petronio, poi elevato a Santo, di ricostruire fedelmente tutti i luoghi di Gerusalemme percorsi da Gesù durante il suo martirio, è sicuramente unico nel suo genere. A prescindere dalla fede o non fede individuale, se si entra in questo complesso, non si può che vedere trasudare di storia, di arte, e di cultura ogni singolo centimetro delle pareti che lo compongono. Per i credenti sicuramente un luogo di culto unico per esprimere la propria fede; per gli altri un luogo da vedere, per tutte le bellezze architettoniche e artistiche che custodisce e, in qualche modo, da ascoltare per tutta la storia che ha da raccontare.

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