Colombario dei liberti di Augusto.

by / lunedì, 13 novembre 2017 / Published in Archeologia1, Il blog, Roma Nascosta

Il colombario è una struttura funeraria molto diffusa fra gli antichi Romani usata per una tumulazione collettiva, anche se il termine fu coniato nel XVIII secolo. Anticamente il significato principale del termine Columbarium, dal latino columba, colomba, era quello di cavità in cui trovavano ricovero le colombe, in attestazioni epigrafiche, in ambito funerario, il termine compare solo a indicare esclusivamente la nicchia che raccoglie le olle con le ceneri dei defunti. Oggi, la parola “columbarium”, è usata per indicare un’intera struttura funeraria composta da nicchie per la conservazione delle olle, ma questo termine fu utilizzato solo a partire dal 1727, quando Francesco Gori pubblicò una sua opera intitolata “Monumentum sive Columbarium Libertorum et Servorum Liviae Augustae” in seguito alla scoperta, avvenuta l’anno precedente, del colombario dei servi e liberti di Livia, moglie di Augusto. In tutte le iscrizioni latine, questa caratteristica tipologia architettonica è chiamata ossarium, ossuarium, monumentum o sepulchrum ma mai Colombario. Si tratta di una costruzione spesso ipogea o semi ipogea, raramente apogea, è caratterizzata da file di piccoli loculi disposte lungo le pareti destinati a contenere le urne cinerarie. Era un tipo d’inumazione adeguata alle grandi città e quindi a Roma, fu molto diffusa in special modo nel periodo compreso tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C., in poco spazio queste tombe potevano contenere le ceneri di migliaia di persone. A volte contenevano le spoglie di una stessa famiglia, compresi i liberti e gli schiavi, oppure gli appartenenti di una data corporazione ed erano spesso decorati, all’interno, con stucchi e pitture. Nella città eterna ne sono stati ritrovati numerosi, molti dei quali lungo la via Appia Antica, tra i quali, nel XVIII secolo, furono scoperti il Colombario dei liberti di Augusto, e a breve distanza quello dei liberti di Livia Drusilla, moglie dell’imperatore. Di quest’ultimo non rimane nulla, alcuni pensano che fu saccheggiato e distrutto poco dopo la sua scoperta, altri credono che fu rinterrato e persa la conoscenza dell’ubicazione, restano solo le incisioni di Pier Leone Ghezzi e Giovanni Battista Piranesi, che evidenziano un edificio quadrangolare contenente circa 500 loculi.

Dopo questa doverosa premessa, occupiamoci del Colombario dei liberti di Augusto, per prima cosa si deve dire che purtroppo le notizie sono poche e frammentarie, proviamo, però, a fare ugualmente un po’ di luce. Questo sito ha una particolarità, fa parte di quei pochissimi Colombari collocati in superficie, mentre queste strutture, come detto, sono generalmente dei luoghi di sepoltura sotterranei o parzialmente sotterranei, è uno dei più grandi ritrovati a Roma, fu voluto e fatto costruire da Augusto per custodire le ceneri dei suoi liberti. I liberti, nell’antica Roma, erano quegli schiavi, che grazie al loro buon comportamento, erano affrancati dalla servitù, anche se avevano possibilità giuridiche limitate rispetto ai nati liberi. Questa struttura funeraria si trova al numero civico ottantasette dell’Appia Antica, sul terreno dell’ex vigna Vignolini, poco oltre la Cappella di Reginald Pole, tra la chiesa del Quo Vadis e le Catacombe di San Sebastiano. La costruzione, in laterizio, era composta da tre grandi ambienti affiancati, è stato appurato che le pareti di queste tre stanze contenevano tremila nicchie, allineate per file le quali contenevano le olle, che erano i vasi che accoglievano le ceneri dei defunti. Se si guarda con attenzione, è anche oggi possibile vedere i resti delle olle all’interno dei loculi alcune delle quali sono quasi intere. Sopra l’ambiente centrale vi era un quarto locale che era utilizzato per i riti funebri, a volte accompagnati da libagioni. Tutti gli ambienti, in origine, erano coperti a volte, in seguito, circa a metà dell’ambiente centrale, furono innalzati dei pilastri, paralleli all’attuale parete di fondo e terminati con archi, per sorreggere una nuova copertura, ciò avvenne in tempi più vicini a noi, ma anche questo tetto ormai non è più presente e oggi le pareti non hanno più difesa contro i fenomeni atmosferici. La storia di questo sito, nei secoli, prosegue in maniera abbastanza bizzarra, ma certamente non insolita nella città di Roma. Dopo la caduta definitiva dell’Impero Romano, questo luogo, come tanti altri, fu abbandonato a se stesso e all’incuria del tempo, fino al 1726 quando questa struttura funeraria fu riscoperta. Come all’epoca si usava, per prima cosa fu spogliata di tutte le sue ricchezze storiche e degli ornamenti più belli tra i quali un sarcofago che, non si sa come sia finito lì, oggi è possibile ammirare solo se ci si reca in una cittadina, di cui mi sfugge il nome, nei pressi di Berlino. Le pareti erano colme d’iscrizioni funerarie, che furono tutte rimosse, molti testi riportano come esempio quella di un certo Caesaris Lusor descritto come “Mutus argutus imitator”, in altre parole un mimo. Poco tempo dopo la sua scoperta questo Colombario fu utilizzato come cantina, si può ancora vedere un artico torchio per l’uva poggiato a una parete, in seguito la struttura divenne parte integrante di un’osteria.

Il sito nel 1796 era già censito, dallo Stato Pontificio, come Hostaria del Colombario, alla fine del XIX secolo l’osteria fu menzionata su un interessante e particolare libro: “Guida sentimentale alle Osterie d’Italia”, dove si può leggere che questa trattoria è un luogo romantico. Quest’osteria compare anche in una poesia di Gabriele D’annunzio. I primi disegni del colombario furono eseguiti da Giovanni Battista Piranesi, ma anche Montano e luigi Canina disegnarono accuratamente questo edificio, è grazie a loro che oggi si ha un’idea abbastanza precisa del suo aspetto originario, anche se in una stampa appare una scala che non poteva esserci. Gli anni passano e anche i secoli, giungiamo al 1982 quando Massimo Magnanimi diviene proprietario di questo sito, ormai in stato di abbandono, lo ristruttura e apre di nuovo una trattoria: “Hostaria Antica Roma”, che per vari anni ha servito piatti della cucina romana, ma anche pietanze dell’antica Roma, certo è che non era consueto trovare un ristorante all’interno di un Colombario. Chiunque ha mangiato in quel luogo sicuramente ricorderà che i tavoli posti all’aperto erano all’interno del Colombario stesso e chiunque tra un boccone e l’altro poteva ammirare le nicchie ospitate nelle pareti, affascinate? O forse no.

Ora il ristorante è stato trasferito e la struttura venduta, la soprintendenza, che aveva una prelazione, a preferito non acquistarla e il sito è ora di un privato. L’ingegner Pio Pellegrini è il nuovo proprietario, il quale è un appassionato di archeologia e con passione vorrebbe conservare questo luogo per le generazioni future. Ovviamente torno a ringraziarlo per la possibilità che ci ha dato per visitare questo monumento di epoca augustea, la speranza è che la soprintendenza archeologica di Roma riesca a trovare le risorse economiche che necessitano al mantenimento del sito. L’ingegnere per quanto appassionato non può certamente andare avanti da solo, così come la speranza è che si trovino i fondi necessari al salvataggio e al recupero dei preziosi monumenti dell’Appia Antica che hanno subito varie spogliazioni e scempi di ogni genere fino a oltre la metà del XX secolo, e che forse ancora subiscono.

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