Codex Rossanensis

by / giovedì, 05 Gennaio 2017 / Published in Archeologia, Francesco, Il blog

 

IL CODEX PURPUREUS ROSSANENSIS

 

 

Girovagando per la Calabria sono arrivato al Museo Diocesano di Rossano Calabro dove in una ala apposita è custodito il Codex Purpureus Rossanensis, un manoscritto miniato del V-VI secolo d. C., forse il libro illustrato più antico del mondo. Il Codex Purpureus Rossanensis è stato riconosciuto nel 2015 dall’Unesco come patrimonio dell’umanità ed è stato inserito nella Categoria “Memory of the Word”.

Il Codex è uno straordinario manoscritto di opera bizantina la cui colorazione porpora delle pergamene conferisce al volume enorme valore e sacralità. L’opera fu prodotta in officine abituate a produrre volumi cerimoniali con materiali rari e costosi

(come il colore porpora delle pagine riservato per l’uso reale) ma la sua esatta attribuzione locale resta incerta. E’ un oggetto molto prezioso che dimostra senza ombra di dubbio una grande manifestazione di potere, opulenza e prestigio sia al possessore che alla committenza, entrambi non potevano che appartenere ad una classe socio-economica assai elevata. Il Codex Rossanensis, è estremamente importante oltre che dal punto di vista religioso per la sua manifattura poiché è tra i pochissimi esemplari conosciuti, fra i quali la Genesi di Vienna (Vienna Österreikische Nationalbibliothek) e i Vangeli di Sinope (Parigi Bibliothéque Nationale).
Il Codex Purpureus Rossanensis è quindi uno dei più antichi evangeliari esistenti al Mondo. Esso presenta un ciclo di miniature relative alla vita di Cristo, le più antiche rimaste in un manoscritto greco. È un capolavoro costituito da 188 fogli (376 pagine di dimensioni 31 cm x 26 cm) di pergamena, contenenti l’intero Vangelo di Matteo e quasi tutto quello di Marco, mancano per quest’ultimo i versi 14-20 conclusivi dell’ultimo capitolo mentre sono interamente perduti i Vangeli di Luca e Giovanni. I fogli sono numerati avanti/dietro con scritte in caratteri onciali (scritti cioè in caratteri greci maiuscoli), in oro e argento e, occasionalmente, con inchiostri neri. I testi in caratteri capitali sono disposti su due colonne di 20 righe ciascuno e diverse pagine sono state impreziosite da miniature che illustrano alcune fasi della vita di Gesù (a cominciare dalla Resurrezione di Lazzaro), i quattro Evangelisti, la miniatura di San Marco Evangelista con Sofia (ovvero la Sapienza di Dio). La struttura complessiva del manoscritto fa pensare che in origine si trattasse di un esemplare, in uno o due volumi, dei quattro Vangeli, preceduti dall’indice dei capitoli. Con buona approssimazione si può dire che la parte conservata rappresenta circa la metà dell’intera opera.

Tutti i fogli del Codex sono di provenienza ovina di piccole dimensioni (esemplari giovani della specie). Le pergamene sono molto sottili e lavorate in modo da realizzare una notevole uniformità della superficie su entrambi i lati. Grazie alle analisi effettuate si possono ricostruire i seguenti passaggi nella preparazione delle pergamene: essiccazione della pelle con salatura per la conservazione, rinverdimento e trattamento con calce per la depilazione e la purificazione del tessuto, infine tensionamento su telaio in legno per allineare le fibre di collagene. Il prodotto finale è un materiale unico per resistenza, flessibilità, durevolezza e capacità di accogliere la scrittura. Il tessuto è composto di uno strato nel quale affondano i follicoli piliferi (chiamato ‘lato pelo’)  e di un secondo reticolare (chiamato ‘lato carne’). I fascicoli tutti quinioni (cioè cinque fogli doppi), sono organizzati in modo da presentare il lato carne sul davanti del primo foglio e il lato pelo sul retro per un effetto estetico gradevole. Ciò testimonia anche la maestria del copista che prima di scrivere doveva eseguire le operazioni di foratura e rigatura necessarie per delimitare lo specchio della scrittura. L’utilizzo del Codice è quello liturgico e pertinente ad un Evangeliario.

Deve il nome “Purpureus” al fatto che le sue pagine sono di color porpora. La scrittura in cui è vergato il testo dei Vangeli è la maiuscola biblica: si tratta di forme grafiche che si caratterizzano a partire dal tardo II secolo d.C., definendosi in norme precise già nel III e resistendo nelle pratiche librarie fino al IX secolo. Le miniature conservate nel codice di Rossano sono quattordici. Di esse, dodici raffigurano eventi della vita di Cristo (la Resurrezione di Lazzaro, l’ingresso di Gesù a Gerusalemme, il colloquio con i sacerdoti e la cacciata dei mercanti dal tempio, la parabola delle dieci vergini, l’ultima cena e la lavanda dei piedi, la Comunione degli Apostoli, Cristo nel Getsemani, la guarigione del cieco, la parabola del buon Samaritano, il processo di Cristo davanti a Pilato, la scelta tra Gesù e Barabba), una fa da titolo alle tavole dei canoni andate perdute, e l’ultima è un ritratto di Marco, che occupa l’intera pagina. Tutte le miniature sono state dipinte su di una pergamena meno sottile di quella usata per il testo dei Vangeli; ad essa è stata applicata una tinta purpurea diversa da quella adoperata per le pagine destinate al testo. La pergamena più spessa forniva una base più solida ai colori, mentre la tinta più opaca impediva alla miniatura dipinta sulla facciata di un foglio di essere vista rovesciata sull’altra facciata. Il Codice è stato realizzato in uno dei centri di attività scrittoria di matrice bizantina, riconosciuto dalla maggior parte degli studiosi in Antiochia di Siria (altra località molto accreditata è Cesarea di Palestina). Ipotesi di realizzazione presso un diverso centro a tutt’oggi non possono essere smentite, ad ogni modo l’ambiente di realizzazione è quello dell’Impero Romano d’Oriente; lo testimonia il suo colore porpora caratteristico della famiglia imperiale bizantina.

La datazione del Codice è circoscritta tra il V e il VI secolo dai maggiori storici dell’arte bizantini e dai paleografi. Non si conosce con precisione il motivo del suo arrivo a Rossano, probabilmente durante la diffusione del bizantinismo in Calabria, legata alla espansione del monachesimo. Esso sarebbe giunto nella città nell’VIII secolo sull’onda delle migrazioni dei monaci da Costantinopoli o dall’Egitto e dal Nord Africa. Altre tesi suppongono anche l’arrivo a Rossano coincidente con la sua elevazione a diocesi nel X secolo. Il Codice è documentato con sicurezza a Rossano solo a partire dal 1831, precisamente dall’anno segnato sulle annotazioni a penna di Scipione Camporota degli indici cartacei ad esso acclusi, la presentazione alla comunità scientifica è stata curata ad opera degli studiosi tedeschi Adolf von Harnack e Oscar von Gebhardt nel 1883.

Nel 2012 il Codex è stato affidato all’Istituto Centrale per il Restauro e la Conservazione del Patrimonio Archivistico e librario del Ministero dei Beni Culturali, affinché venissero eseguite approfondite analisi biologiche, chimiche, fisiche, tecnologiche e tutte le necessarie cure per il suo restauro e la sua conservazione. Il restauro del codice e le operazioni di conservazione sono state precedute da una serie di indagini ed analisi volte ad indicare l’effettivo stato di conservazione del manoscritto. Il lavoro degli studiosi ha fornito anche significative risposte sulla storia e sull’esecuzione del volume, oltre a importanti indicazioni generali sulla fattura e lettura dei codici di analoga provenienza e periodo storico. Nei tre anni di studio e indagini sul Codex si è giunti ad una ”rilettura” importante del codice stesso.

Esiste però un antefatto: fra il 1917 e il 1919, una consistente parte dei fogli del Codice fu oggetto di un pesante intervento di consolidamento e di risarcimento delle parti lacunose compiuto da Nestore Leoni in quattro diverse fasi: scucitura del volume e pulitura dei dorsi dei fascicoli; spianamento dei fogli mediante uso di umidità e forte pressione; restauro e consolidamento dei fogli da lui detti ‘abbisognevoli’; nuova legatura ed esecuzione di due custodie.  A seguito della forte pressatura esercitata sulle carte umide durante lo spianamento, le pergamene miniate risultano oggi trasparenti. L’intervento di Nestore Leoni fu necessario perché versava in condizioni critiche. La sua legatura, realizzata nel 1919 su assi di cedro del Libano e marocchino,

della quale non resta alcuna testimonianza fotografica. Il lavoro di restauro si è limitato alla sutura di tagli, strappi e piccole lacune presenti sul Codex, astenendosi da pratiche più invasive, ritenute non necessarie, per rispettare il delicato equilibrio del manoscritto scritto, con il fine di tramandarlo nella storia il più a lungo possibile.

Ho personalmente visitato il Museo Diocesano del Codex a Rossano Calabro è mi ha colpito, a mio avviso, il pratico e funzionale allestimento per la sua fruizione. L’originale, che mi ha dato l’impressione di un fumetto, è protetto da una teca trasparente che impedisce lo spogliare delle pagine. Questa operazione è invece fatta da un addetto su un monitor ad alta risoluzione dove si possono ingrandire tutti i particolari. Inoltre l’addetto spiega con maestria l’immagine proposta sullo schermo.

Un piccolo capolavoro di fruizione per un grande capolavoro.

 

 

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