Chichén Itzá.

by / sabato, 01 settembre 2018 / Published in Archeologia1, Il blog, Le Sette meraviglie del Mondo moderne

Chichén Itzá è probabilmente il complesso archeologico, risalente all’epoca Maya, più importante e più conosciuto di tutto il Messico, esso è situato sulla punta settentrionale della penisola dello Yucatan. Le rovine, che si estendono su una superficie di circa tre chilometri quadrati, sono quelle di una grande città che tra VI e XI secolo, intorno al periodo Epiclassico, fu uno dei più importanti centri della civiltà Maya, anche se, da un certo punto in poi fu influenzata, in maniera profonda dalla civiltà tolteca. Il suo periodo di massima prosperità fu tra 800 d.C. e il 1200 d.C., dopo di che iniziò il declino. Un’annotazione è necessaria, nella cronologia tradizionale della storia mesoamericana, con il termine Periodo Epiclassico o Classico Tardo si intende l’intervallo compreso tra il 600 d.C. e il 900 d.C., nella transizione tra il tramonto di Teotihuacan e le migrazioni cicimeche nell’altopiano centrale, con la conseguente formazione delle società del Postclassico. La prosperità del sito era garantita da due grandi pozzi, i cenotes, i quali erano in grado di soddisfare il fabbisogno di acqua potabile della popolazione. Il sito di Chichén Itzá è stato dichiarato patrimonio dell’umanità dall’UNESCO nel 1988, è amministrato dall’Instituto Nacional de Antropologia e Historia, è stato inserito fra le sette meraviglie del mondo moderno ed è una proprietà federale dello stato del Messico. Il nome Chichén Itzá ha un’etimologia particolare, infatti, deriva dalle parole Chi, ossia bocca, Ceni ovvero pozzi e Itza questi ultimi erano un gruppo etnico che aveva una posizione politica ed economica predominante nella parte settentrionale dello Yucatan, ma Itza può essere ricondotto anche a itz, ossia magia e ovvero acqua. Di conseguenza Chichén Itzá ha il significato di “Alla bocca del pozzo degli Itza” oppure “Alla bocca del pozzo dei maghi dell’acqua”. La penisola dello Yucatan era prevalentemente una regione arida, ma la presenza di due laghi e di profondi pozzi naturali rese il luogo adatto all’insediamento umano. È molto probabile che la città esistesse prima dell’arrivo nella penisola degli Itza, un gruppo di Maya, e si può presumere che la città avesse un nome diverso, perlomeno così sembra trasparire dai libri Maya di Chilam Balam, “Profeta del patrono”. Si tratta di libri composti di un insieme di testi, dove spesso le tradizioni Maya si sono mescolate a quelle Spagnole, alcuni di questi trattati contengono scritti profetici, forse relativi all’arrivo dei Maya nello Yucatan. Non si ha una data precisa che indichi l’inizio dell’ascesa della città al predominio sulla regione, anche se questa quest’avanzamento dovrebbe trovare origine nel periodo classico arcaico, nel 600 d.C., circa. Chichén Itzá, comunque divenne capitale regionale tra la fine del periodo classico medio e l’inizio di quello finale, in essa si centralizzò il potere politico, economico e culturale e finì col dominare gli insediamenti dei Maya delle pianure settentrionali. Alcuni studiosi e storici hanno evidenziato come la crescita di questa città è relazionabile con il declino di quelle, o più in generale dei centri, Maya delle pianure meridionali, come la famosa Tikal. Chichén Itzá fu successivamente invasa dai toltechi, alcune fonti antiche parlano dell’impresa del re tolteco di nome Quetzalcoatl, il quale dal Messico centrale scese nella penisola dello Yucatan, con soldati armati e grazie, anche all’aiuto di alleati, trovati nei luoghi del suo passaggio, intorno al 987 d.C., conquistò la città e ne fece la sua capitale, come dicono gli storici: “Una seconda Tula”. Tutto ciò sarebbe ben documentato e visibile all’interno del complesso grazie a numerose costruzioni e raffigurazioni che mostrano una particolare e interessante fusione di stili Maya e Toltechi. Dopo attenti studi sul declino di Chichén Itzá e dopo aver rivisto la sua datazione qualcuno a elaborato un’ipotesi che l’influenza artistica e architettonica possa essere ribaltata, poiché, mentre Chichén Itzá fu in auge nel periodo classico finale, Tula fu una città fiorente nel primo periodo postclassico. Chichén Itzá, nel suo momento di massimo splendore, fu una potenza economica, anche perché, mettendo a frutto la sua posizione, i suoi abitanti sfruttarono le rotte marine e tramite il porto di Isla Cerritos riuscivano ad approvvigionarsi di materie prime come l’ossidiana e l’oro. Inoltre, sembra che coltivassero cacao e avevano il controllo delle saline che erano sulla costa settentrionale. Una domanda sorge spontanea… ma com’era strutturata la società? Contrariamente alle altre città Maya, perlomeno relativamente al periodo classico, Chichén Itzá non aveva un governo centrale, o meglio, a capo della città non vi era un singolo regnante o una singola famiglia, ma una struttura cosiddetta multepal. Ossia, il potere politico era controllato e amministrato da un consiglio, di cui facevano parte i membri delle dinastie più importanti, quasi un primo e piccolo abbozzo di democrazia. Anche se non è dimostrato, in maniera chiara, che gli abitanti della città praticassero riti che prevedevano sacrifici umani, alcuni studi approntati nei primi anni del secolo scorso hanno riportato risultati compatibili con tali rituali. Alcune fonti riportano di sacrifici al Dio Chaac, della pioggia, compiuti nel più famoso dei due cenotes, cioè il Cenote Sagrado, la cosa certa è che il pozzo fu dragato tra il 1904 e il 1910 e furono riportati in superficie manufatti d’oro, di giada, di ceramica e resti umani che avevano ferite accreditabili all’ipotesi dei sacrifici. Come spesso accadde per le civiltà antiche anche Chichén Itzá cadde in un veloce declino, sembra che la causa scatenante fu una guerra civile che le cronache Maya datano nel 1221, alcuni studi archeologici eseguiti, furono analizzati alcuni resti d’incendi, sembrano confermare la compatibilità con tale data. Il declino arrivò inesorabile mentre la popolarità di Mayapan emergeva fino a divenire la nuova capitale dello Yucatan. Bisogna però dire che, a differenza di molti siti Chichén Itzá non fu mai completamente abbandonato, anche se la popolazione diminuì drasticamente e nulla di nuovo fu edificato, ma perdurò, ancora per tanto tempo, come luogo riverito e stimato anche dopo la conquista spagnola, il Cenote Sacro rimase comunque un sito di pellegrinaggio. In questo modo ogni tessera sembra prendere il suo giusto posto, nella storia della città, ma la data della decadenza di questo sito sembra essere sbagliata. Moderni e raffinati studi sui cambiamenti della ceramica nella regione e il ritrovamento di un numero sempre maggiore di reperti, databili con la tecnica basta sul decadimento del carbonio quattordici, spostano il declino di Chichén Itzá all’indietro nel tempo di oltre due secoli stabilendolo intorno all’anno 1000 d.C., se ciò è vero, nasce una domanda: perché vi è un intervallo temporale, senza una plausibile spiegazione, tra la caduta di Chichén Itzá e il sorgere di Mayapan? La scienza moderna che normalmente dilata le nebbie del mistero e da risposte agli enigmi, in questo caso, complica le cose… certo è che, se si vogliono delle risposte, devono essere fatte ancora molte ricerche, sia a Chichén Itzá sia a Mayapan. Per completezza storica si deve aggiungere che nel 1531, lo spagnolo Francisco de Montejo conquistò Chichén Itzá, il suo scopo era quello di farne la capitale dello Yucatan spagnolo, ma la sua fu un’utopia che durò solo pochi mesi, infatti, i nativi, con una rivolta, costrinsero lo spagnolo ad abbandonare la città. Con il passare del tempo, però, la città fu del tutto dimenticata, la riscoperta avvenne intorno alla metà del XIX secolo, quando John Lloyd Stephens intraprese un’esplorazione del sito. A questa ne seguirono molte altre a partire dal 1860. Nel 1875 fu ritrovata una statua, raffigurante una figura umana, in posizione reclinata con la testa alzata e rivolta verso il lato destro, con un vassoio appoggiato sul ventre. Questo manufatto fu denominato “Chac Mool”, un termine che dal quel momento indicò tutti i manufatti che avevano quest’aspetto. Altre spedizioni furono intraprese intorno al 1880, mentre nel 1894 il console degli Stati Uniti Edward H. Thompson acquistò l’intera area e per trent’anni esplorò le vestigia di quest’antica città. Successivi scavi furono eseguiti nei primi anni del XX secolo anche se interrotti dalla rivoluzione messicana del 1924. Nel 1926 a Thompson fu mossa l’accusa di aver trafugato i reperti trovati nel Cenote Sagrado e il sito fu posto sotto sequestro, di conseguenza, a quest’accusa, il console americano non tornò più in Messico. Nel 1944 la Suprema Corte messicana tornò a consegnare la proprietà agli eredi di Thompson, il console era morto da nove anni, questi ultimi vendettero la proprietà a Fernando Barbachano Peon un pioniere del turismo messicano. Altre spedizioni furono approntate tra il 1961 e il 1967, queste, però si eseguirono con la supervisione dell’Instituto Nacional de Antropología e Historia, istituto che gestisce e continua a compiere ricerche e restauri nel sito archeologico, poiché il luogo è ora proprietà federale dello stato del Messico.

Il sito comprende numerosi e raffinati edifici in pietra, in vario stato di conservazione, rappresentativi di diversi stili architettonici, è un complesso molto vasto e forse quello meglio restaurato di tutto il Messico. I grandi edifici avevano usi diversi, alcuni erano adibiti come luoghi di culto, vi erano poi palazzi di rappresentanza, due grandi cenotes, un campo per il gioco della pelota, evidentemente ben conservato e tra i più grandi dello Yucatan. Le sculture e le decorazioni raffigurano temi militari e religiosi con immagini di giaguari, di aquile e del serpente piumato, la grandezza di Chichén Itzá si può percepire ancor oggi.

La piramide di Kukulkan detta El Castillo.

La piramide precolombiana che domina il centro di Chichén Itzá è un monumento costruito, in un periodo non ben definito, tra l’XI e il XIII secolo, sicuramente si può annoverare tra quelle più famose del Messico. Si tratta di una piramide a gradoni che nasconde varie peculiarità, le sue dimensioni sono notevoli e allo stesso tempo interessanti per alcune corrispondenze con fenomeni e misure astronomiche. È un monumento con base quadrata di circa cinquantotto metri di lato, alto ventiquattro metri, ha quattro scalinate, una per lato, con parapetti decorati da serpenti piumati e colonne a forma di serpenti a sonagli che sostengono, con la loro coda, un architrave. Ogni scalinata è formata da novantuno gradini, se si sommano tutti gli scalini e aggiungiamo la piattaforma finale si arriva a un indicativo trecentosessanta cinque, proprio come i giorni dell’anno, evidentemente i Maya avevano un’ottima conoscenza dell’astronomia. Il tempio, infatti, è considerato da alcuni studiosi una sorta di enorme calendario, dove le quattro stagioni sono rappresentate dalle scalinate. Al termine delle scalinate, sopra la piattaforma finale vi è un piccolo edificio composto di due camere ed è decorato con pannelli in rilievo e scudi rotondi. La costruzione ha nove livelli, che dovrebbero corrispondere ai nove livelli dell’inframundo, nella tradizione Maya i tredici signori della luce si dividono in nove celesti e quattro terreni, in corrispondenza e in forma inversa, con i nove celesti s’incontrano i nove dell’inframundo separati dal piano della terra. La piramide fu costruita su di un tempio preesistente, il governo messicano avviò una campagna di scavi che portò alla luce una scala sotto il lato nord della piramide, le esplorazioni continuarono e si scoprì un altro tempio sepolto all’interno di quello attuale, quest’ultimo conservava una statua Chac Mool e un trono a forma di giaguaro, dipinto di rosso, mentre le macchie della pelliccia dell’animale furono realizzate con inserti di giada. Le dimensioni e la posizione della piramide non sono per nulla casuali, ma furono determinati attraverso calcoli astronomici molto precisi, infatti, durante gli equinozi, di primavera e d’autunno, si verifica un fenomeno spettacolare, che da alcuni è ritenuto misterioso. In questi due periodi dell’anno le luci del tramonto proiettano lungo le balaustre, di una scalinata, un gioco di luci e ombre che formano un serpente, che va a completarsi nelle sculture alla base e sembra muoversi sulla stessa scalinata della piramide. La realtà ci dice che l’orientamento dell’edificio, in quei periodi dell’anno, fa in modo che l’angolo dei raggi solari, incidenti sul profilo dei gradoni, proiettano un’ombra, la quale crea il profilo del serpente piumato. Di conseguenza si ha l’impressione di vedere Kukulkan, che scende dal tempio verso la terra e verso gli uomini, le teste di serpente scolpite nella pietra e poste in fondo alla scalinata completano la figura del rettile divino, si tratta di un esempio unico delle culture mesoamericane. E tanto per non farsi mancare nulla si possono sentire anche particolari effetti acustici al battere delle mani. Infine e d’obbligo precisare che l’equinozio di primavera coincideva, nel calendario Maya, con il ritorno di Kukulkan dal cielo, il re eroe che ogni anno era celebrato in quel periodo come il Dio che rinasce. Ultimamente sembra si sia aggiunto un piccolo mistero. all’interno della piramide è stato scoperto un passaggio segreto che conduce a un Cenote sotterraneo situato sotto la costruzione stessa.

El Caracol, l’osservatorio astronomico.

È una bella costruzione che i Maya usavano per l’osservazione degli astri, si tratta di un edificio rotondo posto sopra una larga piattaforma quadrata, il nome El Caracol, ossia la chiocciola, deriva dalla forma della scala di pietra a spirale presente al suo interno. La sua costruzione dovrebbe risalire IX secolo, come si è detto questa struttura era un osservatorio astronomico la cui torre presenta feritoie messe in modo da allinearsi ai solstizi e agli equinozi, inoltre permettevano le osservazioni dei cicli del sole, della luna, di Venere, delle Pleiadi e di altri eventi astronomici sacri a Kukulkan, il serpente piumato Dio del vento e della conoscenza. El Caracol è alto più di dodici metri ed è composto di due piani, gli astronomi Maya determinavano il momento dei solstizi per mezzo delle ombre proiettate, dalle sette feritoie della cupola, all’interno della struttura. Inoltre sembra che l’osservatorio sia perfettamente allineato con il ciclo di Venere, che era considerato il gemello del sole e Dio della guerra. Vicinissime a El Caracol furono poste delle grandi coppe di pietra le quali riempite di acqua permettevano l’osservazione delle stelle che si riflettevano al loro interno. Tali osservazioni supportavano i Maya per stabilire il loro complesso calendario, sicuramente intricato ma assai preciso.

Il Tempio dei Guerrieri e il Grande Mercato.

Il Tempio dei Guerrieri è un’altra grande struttura di Chichén Itzá, il complesso consiste in una larga piramide a gradoni a tre livelli, con file di colonne intagliate con figure di guerrieri sia nella parte anteriore sia sui lati. Questo grande colonnato reggeva dei tetti probabilmente realizzati sia di legno sia di muratura. Il monumento è alto dodici metri, fu edificato tra il IX e XI secolo e in cima alla scalinata principale fu posta una bella raffigurazione Chac Mool. Si tratta di una statua dalle sembianze umane adagiata sulla schiena, con le gambe piegate, il busto semi eretto e la testa girata verso destra, come già accennato questa statua caratteristica è presente in tutte le zone mesoamericane. Il suo nome è riferito alla tipologia ed è chiamata ovunque Chac Mool, il suo uso è legato a riti sacrificali, normalmente sul ventre della figura era posto un vassoio il quale serviva a contenere le offerte donate alle divinità. In questo caso la divinità rappresentata dovrebbe essere ii Dio della pioggia. Vicino al tempio c’è una larga piazza circondata da pilastri, chiamata Il grande mercato.

L’Akab Dzib, La Casa delle Iscrizioni Misteriose.

Akab Dzib che nel linguaggio Maya significa la casa delle iscrizioni misteriose. Molti archeologi considerano questo edificio il più antico del sito, nonostante la sua struttura relativamente semplice, è uno dei palazzi che, secondo gli studiosi presenta molti lati oscuri, all’interno ci sono incisioni non ancora interpretate. Si tratta di una costruzione che ha una lunghezza di cinquanta metri, una larghezza di quindici metri e un’altezza di sei metri. Quella che sembra fosse la parte frontale della casa presenta quattro porte ed è rivolta a est, mentre una larga scalinata conduce al tetto della costruzione stessa. La facciata opposta presenta sette porte, mentre il lato rivolto a sud di porte ne ha soltanto una, la quale si apre su di una camera di piccole dimensioni, ma all’interno si trovano le iscrizioni misteriose da cui tutto l’edificio trae il nome. Si tratta di complicati glifi, in rilievo, situati sopra di una delle porte interne, mentre sullo stipite della stessa compare un altro pannello scolpito che raffigura un personaggio seduto e circondato da altri misteriosi glifi. Il palazzo probabilmente era la residenza dell’amministratore di Chichén Itzá, kokom Yahawal Cho’ K’ak‘.

Il Complesso di Las Monjas e La Iglesia.

Si tratta un grande palazzo residenziale, anche se gli studiosi non hanno ancora capito se apparteneva a persone importanti e influenti o se fosse, semplicemente, un’abitazione destinata alla popolazione, ma alcuni archeologi pensano si tratti di un edificio governatoriale. In realtà la sua funzione non è del tutto certa, comunque è una struttura molto raffinata risalente al periodo classico finale, la presenza di numerose stanze e la sua forma fece apparire questo complesso, agli occhi degli spagnoli, come un convento e lo chiamarono Las Monjas ossia “La casa delle monache”. Accanto a questo complesso vi è un piccolo tempio, che gli Spagnoli chiamarono Iglesia, ossia “Chiesa”, questo edificio è interamente ricoperto da belle incisioni e decorato con sofisticate maschere del Dio della pioggia Chaac.

L’Ossario o Tomba del Gran Sacerdote.

Si tratta di un tempio a forma di piramide a gradoni alto dieci metri, una sorta di El Castillo in miniatura. Anche questa piramide è caratterizzata da quattro scalinate che terminano con raffigurazioni di teste di serpente, sulla sommità presenta una piattaforma con delle colonne poste a simboleggiare dei guerrieri. Nel centro la piattaforma presenta un’apertura che porta all’interno dell’edificio, qui sono stati rinvenuti tombe, manufatti e scheletri umani.

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Chichén Viejo.

Il cui significato letterale è “Vecchio Chichén”, e considerata la parte più antica della città, ancora parzialmente immersa nella vegetazione. Si tratta di un gruppo di strutture e edifici: il Tempio Fallico, la Piattaforma della Grande Tartaruga, il Tempio delle Civette e il Tempio delle Scimmie.

I due Cenotes.

Come si è più volte detto Chichén itzà aveva nel suo interno due grandi pozzi i Cenotes, uno era usato per tirate su l’acqua potabile che serviva alla vita quotidiana della città, l’altro era riservato ai riti sacri e ai sacrifici, il Cenote Sacro. Il pozzo naturale, che era profondo circa ventidue metri e largo trentacinque metri, era considerato la porta d’accesso al mondo degli Dei. A questo punto non si è più certi se si può parlare di storia o di leggenda, la tradizione vuole oltre ai doni offerti al Dio della pioggia Chaac in questo luogo i Maya immolavano delle vergini adolescenti con un rito che definirlo brutale è poca cosa. Le bambine prescelte per il sacrificio dovevano assomigliare il più possibile a un serpente per questo erano preparate fin da piccolissime, la loro testa era stretta da due tavole di legno tenute insieme da una corda, in questo modo cercavano di allungare il cranio, i denti delle piccole erano limati per renderli appuntiti e infine, per indurre lo strabismo, era messa una piccola pietra al centro degli occhi delle bimbe. Torno a ripetere, un rito che definirlo brutale è poca cosa. Quando raggiungevano l’adolescenza, intono ai dodici o tredici anni, le vestivano con abiti cerimoniali, confezionati con oro e gemme, veniva fatto assumere loro un fungo allucinogeno ed erano gettate nel Cenote Sacro. Tutto questo macabro rito non era considerato un evento crudele o disumano, neppure dalle fanciulle stesse, ma, era un esaltante matrimonio tra loro e il Dio Chaac, ciò avrebbe favorito l’abbondanza delle piogge e scongiurato la siccità. Quanto di tutto questo sia vero non c’è dato saperlo, forse una macabra leggenda con qualche fondo di verità? L’unica certezza sono i vari manufatti d’oro, vestiti e resti umani recuperati dragando il fondo del cenote.

Il Grande Campo da Gioco della Palla e gli edifici limitrofi.

A Chichén Itzá sono stati individuati sette campi per il gioco della palla, può sembrare strano, ma i Maya praticavano un gioco simile al calcio e alla pelota, dove i giocatori dovevano mettere una palla, normalmente molto rigida, fatta di gomma e tessuto, all’interno di alcuni anelli posti in alto sui muri. Il campo più grande è quello situato nelle vicinanze del El Castillo, gli studiosi hanno riscontrato che è il maggior campo per il gioco della palla di tutta la Mesoamerica. Le sue dimensioni, in effetti, sono notevoli, fu costruito tra il 1050 e 1200 d.C., è lungo cento sessantasei metri e largo sessantotto metri, le mura poste a chiusura dei lati lunghi sono alte dodici metri, le quali sostengono, al centro, anelli di pietra intagliata che sono decorati con figure di serpenti intrecciati. Alla base di queste mura si trova uno zoccolo con le pareti inclinate verso l’interno del campo, su quest’ultime sono scolpiti dei bassorilievi che raffigurano varie scene delle squadre e dei partecipanti al gioco. Sicuramente la scena che risalta di più agli occhi è quella che raffigura un giocatore che viene decapitato, dalla cui ferita fuoriescono sette rivoli di sangue, sei dei quali si trasformano in serpenti, mentre quello centrale diventa un albero. Sono stati fatti molti studi su questo gioco, quello che gli studiosi della materia sono riusciti a capire è che il gioco presentava regole ben precise.

I giocatori erano equipaggiati con imbottiture, quindi il gioco doveva essere particolarmente violento; la palla doveva passare dentro gli anelli; era consentito colpire la palla solo con alcune parti del corpo, gomiti, ginocchia, avambraccio, ma non con le mani. Quei bassorilievi scolpiti sulle pareti lasciano supporre che, probabilmente, quello della palla non era considerato solo un gioco, ma aveva un significato più profondo, alcuni studiosi hanno ipotizzato che forse si tratta di una rappresentazione dell’eterna lotta fra il bene e il male. Quella testa mozzata lascia intuire che in alcuni casi, una volta che la partita era conclusa, erano sacrificati, in base all’esito della partita, uno o più giocatori, se non tutta la squadra sconfitta. Sul retro delle due pareti sono presenti delle scalinate che permettevano di raggiungere la cima del muro, da qui si affacciano, per seguire l’andamento del gioco, alcuni spettatori, ovviamente ciò era permesso solo agli appartenenti alle classi sociali più ricche e importanti. Nelle vicinanze del campo si trova il cosiddetto Tempio dell’Uomo Barbuto, gli fu assegnato questo nome perché sulle pareti interne, di questo piccolo edificio di pietra, sono scolpiti dei bassorilievi tra i quali risalta una figura con dei segni sul mento che sono stati interpretati come barba. Un’altra costruzione che si fa notare è il cosiddetto Tzompantli, ossia la piattaforma dei teschi, si tratta di una sorta di altare rialzato dove si pensa fossero impalate, alla presenza del popolo, le teste dei prigionieri sacrificati e decapitati, le pareti della piattaforma sono decorate proprio con bassorilievi che raffigurano teschi impalati. Inoltre c’è anche una seconda piattaforma con raffigurazioni di aquile che ghermiscono cuori e guerrieri che tengono in mano le teste dei defunti. Forse tutto ciò è un ulteriore indicatore che il sacrificio umano era una parte delle cerimonie religiose a Chichén Itzà? Questo era forse un tempio eretto in onore dei guerrieri che procuravano, ai sacerdoti, le persone da immolare agli Dei? Queste domande avranno mai una risposta certa? Riprendiamo il nostro cammino, sempre vicino al campo di gioco vi sono resti di un altro tempio purtroppo completamente in rovina, interessante invece è il Tempio del Giaguaro la cui parte alta guarda sul campo di gioco. Ai lati dell’ingresso presenta due colonne, su ognuna delle quali è scolpito, ancora una volta, il tanto venerato serpente piumato, all’interno vi è un grande affresco, purtroppo parzialmente deteriorato, il quale raffigura delle scene di guerra. Nella parte bassa del tempio trova posto un trono a forma di giaguaro, simile a quello trovato nel tempio interno del El Castillo, infine su tutte le colonne esterne e su tutti i muri interni, sono presenti sofisticati bassorilievi. Chichén Itzá possiede molte altre strutture poste nel suo interno oltre a vari siti secondari esterni.

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Che altro aggiungere se non che, nella civiltà Maya, il serpente era un motivo ricorrente e che, per questo popolo, raggiungere il punto massimo della bellezza significava proprio assomigliare il più possibile al Dio Serpente. Chichén Itzá è una città da vedere, da ammirare e da capire.

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