Area archeologica del Sepolcro degli Scipioni.

by / sabato, 21 dicembre 2019 / Published in Archeologia1, Il blog, Roma Nascosta

Si torna sulla Regina Viarum, l’Appia Antica, per scoprire l’ennesimo maestoso e importante monumento di epoca Romana. Nel tratto urbano della via Appia Antica, all’interno delle mura Aureliane, poco prima di Porta San Sebastiano, sorge un’area archeologica di notevole importanza in cui fa mostra di se il Sepolcro degli Scipioni con le sue gallerie, le sue tombe e le sue iscrizioni. All’epoca l’ingresso era situato su un diverticolo che congiungeva Via Appia con Via Latina. Una breve premessa, la via Appia fu aperta e inaugurata nel 312 a.C., per volontà del censore Appio Claudio Cieco, ciò avrebbe favorito l’espansione di Roma verso il sud della penisola e di conseguenza una fusione, politica e culturale, di Roma con la Magna Grecia. Non a caso Appio Claudio Cieco, fu un accanito sostenitore della politica imperialistica di Roma e di una sorta di processo culturale di ellenizzazione. Un processo, questo, che fu ben visto da alcune nobili famiglie di quella Roma Repubblicana, compresa quella degli Scipioni. È quindi capibile che la scelta, della famiglia degli Scipioni, di collocare il proprio edificio funebre a poca distanza dalla via Appia, non venne certamente per caso, ma fu determinata da una ben precisa scelta politica. L’ipogeo fu quindi costruito ai piedi di una collinetta su un diverticolo che univa quelle due importanti vie: Appia e Latina. La fondazione del sepolcro è attribuita Lucio Cornelio Scipione Barbato, console nel 298 a.C., considerando che il suo sarcofago, ora esposto nei Musei Vaticani e sostituito da una copia, occupava il posto d’onore all’interno della tomba. Da antiche citazioni, da testimonianze e documenti si è potuto stabilire che questa tomba fu in uso tra il III secolo a.C. e il I secolo a.C., anche se vi fu un secondo riutilizzo, ma andiamo con ordine. Si dà per certa la presenza del sepolcro del poeta Ennio, estraneo alla famiglia, Cicerone parla anche della presenza di una sua statua di marmo. Livio e Seneca affermano che nessuno dei tre più famosi personaggi, appartenenti a questa famiglia furono seppelliti qui. Secondo questi storici latini, infatti, Publio Cornelio Scipione Africano, che sconfisse i Cartaginesi nella battaglia di Zama nel 202 a.C. e Publio Scipione Emiliano, che cancellò Cartagine nel 146 a.C. furono inumanti nella loro villa di Liternum, in Campania, mentre Scipione l’Ispanico sarebbe seppellito in Spagna. Certo è che nel sepolcro di via Appia non vi sono le sepolture di tutti i rappresentanti della famiglia degli Scipioni ma sembrerebbe solo quelli dei tre rami detti: Africani, Asiatici e Ispanici, fatta eccezione proprio dei relativi capostipiti. Di tutte queste sepolture non vi è però certezza, sono notizie pervenute dagli storici dell’epoca, se pur importanti, alcune sepolture all’interno di questo ipogeo sono presunte, così come quelle considerate in altri luoghi, anche perché, come vedremo di questo sepolcro fu fatto scempio. Le tumulazioni furono praticate fino a quando Silla fu eletto console, apparteneva alla gens Cornelia, il quale per primo scelse l’incinerazione che avvenne nel 78 a.C., data della sua dipartita. È così possibile vedere all’interno del sepolcro sia sarcofagi sia urne cinerarie, ad esempio quella di Cornelia Getulica. In questo luogo fu sepolta anche Cornelia, la figlia di Scipione l’Africano e madre dei tribuni della plebe Tiberio e Gaio Gracco. Dopo vario tempo di non utilizzo sono documentate due sepolture relative al I secolo d.C., precisamente quelle della figlia e del nipote di Cornelio Lentulo Getulico, un ramo collaterale della famiglia degli Scipioni. In seguito il sepolcro fu coperto da altre costruzioni, già nel III secolo risultava completamente obliterato. Le iscrizioni ritrovate, unicamente su sette sarcofagi sono molto interessanti e ci rilevano molte cose, l’uso dell’ipogeo andò avanti fino al 150 a.C. data in cui la struttura risultò completa e gli fu affiancata un’altra stanza, alla stessa epoca risale la realizzazione della facciata, cosiddetta rupestre, sembra voluta da Scipione l’Emiliano. Quest’opera rappresenta una chiara ellenizzazione della cultura romana nel corso del II secolo a.C., in questo modo il sepolcro divenne un vero e proprio museo famigliare con tanto di statue. Sulla facciata, all’interno di nicchie, comparivano le statue di Scipione l’Africano, di Scipione l’Asiatico e quella di Ennio. Perché un poeta, che non apparteneva alla famiglia, inumato in questo sepolcro? Inoltre, perché gli fu dedicata una statua? Su una delle sette epigrafi, quella dedicata Scipione Barbato, si legge: “Cornelius Lucius Scipio Barbatus, Gnaivod patre prognatus, fortis vir sapiensque quoius forma virtutei parisuma fuit consol censor aidilis quei fuit apud vos Taurasia Cisauna Samnio cepit subigit omne Loucanam opsidesque abdoucit”. Cioè: “Lucio Cornelio Scipione Barbato, generato dal padre Gneo, uomo forte e sapiente, il cui aspetto fu in tutto pari al valore, fu console, censore, edile presso di voi. Prese Taurasia, Cisauna e Sannio, assoggettò tutta la Lucania e ne portò via ostaggi”. A chi non conosce il latino, io mi sono semplicemente documentato, non mastico il latino più di tanto, si può dire che questa forma e quelle usata dal poeta Ennio, colui che visse tra il 239 a.C. e il 169 a.C., e che scrisse gli Annales. Fu il primo poeta latino a scrivere un’opera epica sulla storia di Roma, usando e “Latinizzando” l’esametro greco. Non è, quindi, un caso che Ennio fu dapprima protetto famiglia degli Scipioni e poi sepolto nella loro stessa tomba. Aveva, di fatto, reso possibile il desiderio di questa famiglia quello di fondere la cultura greca con quella latina. Come e quando avvenne la scoperta del sepolcro degli Scipioni? La prima riscoperta del monumento risale al 1614, in questa data furono rinvenuti due sarcofagi: quello di Lucio Cornelio Scipione, questore nel 167 a.C., e quello di Lucio Cornelio Scipione, figlio di Scipione Barbato che nel 259 a.C. fu console. Inizia lo scempio, l’iscrizione di quest’ultimo sarcofago fu staccata e finì vicino alla porta della biblioteca del, guarda caso, palazzo Barberini, per poi trovare definitiva collocazione, insieme con le altre sei ritrovate nei periodi a venire, ai Musei Vaticani. Nel 1780 la proprietà del luogo era di due fratelli sacerdoti, i Sassi i quali eseguirono dei lavori per allargare la propria cantina, trovando, in tale occasione un ingresso al sepolcro. Le cronache dell’epoca, vedi quelle del Lanciani, riportano che i due fratelli devastarono il luogo, i sarcofagi furono distrutti per prelevarne le iscrizioni, quelle finite, poi, ai Musi Vaticani, le strutture della cripta furono alterate, tutti i corredi funerari dispersi o meglio venduti in giro per l’Europa. Le copie degli epitaffi furono collocate, di fatto, casualmente e quindi nei punti sbagliati, le ossa dei defunti furono gettate, si salvarono solo quelle di Cornelio Scipione figlio di Barbato che, per intervento del senatore di Venezia Angelo Quirini, il quale fece riporre i resti in un’urna di marmo e quest’ultima fu portato e conservata dell’Alticchiero, nei pressi di Padova. Nel 1880 l’intera area fu acquistata dallo Stato ma solo tra il 1926 e il 1929 fu avviata una nuova campagna di scavo, di restauro e di sistemazione dell’area. È invece recente l’ultimo restauro, infatti, risale al 2008 durante il quale fu dato una corretta ricostruzione di alcune iscrizioni, furono riposizionate alcune sepolture e ristrutturata la casa medievale che fu edificata sul sepolcro. Tutto ciò ha permesso l’apertura al pubblico dell’area. Dopo questa necessaria premessa storica cerchiamo di descrivere quest’area archeologica.

Cominciamo a dire che il monumento è diviso in due corpi distinti tra di loro, quello principale, il più antico, fu scavato in un banco di tufo e presenta una pianta quasi quadrata, una galleria, comunicante, di mattoni con ingresso indipendente fu aggiunta posteriormente. La forma molto regolare dell’opera a indotto molti studiosi a pensare che l’escavazione sarebbe stata eseguita proprio per realizzare il sepolcro ipogeo senza sfruttare una  precedente cava, anche se non tutti sono d’accordo su questa ipotesi. Infatti, c’è chi crede che la tomba sarebbe stata ricavata da una cava di tufo appartenente alla famiglia degli Scipioni. Questo corpo principale è diviso da quattro grandi pilastri, che furono ricavati semplicemente lasciandoli durante lo scavo. All’interno sono presenti due gallerie centrali e quattro laterali, sei in tutto, che incrociano, perpendicolarmente, dei corridoi. Il sarcofago di colui che volle questa tomba, Scipione Barbato, era posto nel posto d’onore in fondo alla galleria centrale come detto quello, presente in sito è una copia, l’originale, così come le iscrizioni dei sarcofagi degli altri membri della famiglia, si trova nei Musei Vaticani. Questo sarcofago era decorato da un fregio dorico e alla base presentava eleganti modanature. Le deposizioni si successero fino a riempire l’intero spazio disponibile, nelle pareti delle gallerie furono ricavate delle nicchie che accolsero i vari sarcofagi, alcuni dei quali furono costruiti in loco con lastre di tufo. Come sopra accennato nel 150 a.C., il sepolcro aveva raggiunto la capienza massima, quindi fu scavata un’altra sala, adiacente alla prima la sua forma era sempre quadrangolare, ma leggermente divergente rispetto all’asse della camera più antica. Qui vennero sepolti gli ultimi membri della famiglia, ricordiamo che le ultime due sepolture avvennero in epoca neroniana quando la famiglia degli Scipioni si era estinta da tempo. Sempre di questo periodo e la facciata monumentale, essa era formata da un podio con cornici dal quale si aprivano tre archi uno chiuso, mentre gli altri due introducevano al vecchio e al nuovo sepolcro. Secondo lo storico Livio vi erano, nella parte superiore, in corrispondenza dei tre archi, tre spazi ripartiti da sei semicolonne e tre nicchie, entro le quali vi erano le statue di marmo di Scipione l’Africano, Scipione l’Asiatico e del poeta Ennio. Il basamento era probabilmente coperto da affreschi, ma di ciò rimangono solo piccole parti nelle quali sono stati individuati tre strati diversi, due presentano scene storiche il terzo, più recente, ha una semplice decorazione in rosso con figure stilizzate. Nel Medioevo l’angolo sinistro della tomba fu distrutto per far posto a una calcara circolare, ossia un impianto destinato alla produzione di calce mediante cottura di marmi e travertini, materiale, purtroppo, ricavato dalle spogliazioni dei monumenti e costruzioni Romane.

Quanti erano i sarcofagi conservati in questo ipogeo? Erano circa trenta, fondamentalmente di due tipi, quelli cosiddetti monolitici, cioè ricavati scavando un blocco di tufo, e quelli costruiti, cioè realizzati con lastre. C’è da evidenziare che quelli della seconda sala erano più grandi. Il sarcofago di Scipione Barbato era di peperino ed era l’unico ad avere un’elaborata decorazione, era a forma di altare, su di esso si possono vedere decorazioni in stile dorico, ionico e corinzio ben amalgamate tra di loro. Sul coperchio era presente l’iscrizione descritta sopra. Un altro sarcofago con iscrizione era quello del figlio di Barbato, Lucio Cornelio Scipione, console nel 259 a.C., in loco è rimasto quello originale, mentre l’iscrizione è una copia. Essa riporta le vicende della conquista della Corsica, della città di Aleria e la fondazione di un tempio alle Tempeste da parte del suddetto console. La terza iscrizione è quella riguardante Publio Cornelio Scipione, essa riporta che la sua vita fu breve. La quarta iscrizione è dedicata a Lucio Cornelio Scipione, figlio dell’Asiatico essa tramanda che il defunto, fu questore nel 167 a.C. e tribuno militare, e ripota come suo padre vinse il re Antioco. Del sarcofago rimangono solo dei frammenti. La quinta iscrizione e quella che ha permesso l’identificazione del sarcofago di Cornelio Scipione Asiageno Comato, essa, oltre al nome, riporta che egli morì all’età di sedici anni. La sesta iscrizione è relativa Paulla Cornelia fu la moglie di Gneo Cornelio Scipione Ispallo, console nel 176 a.C., essa riporta solo il nome della defunta e del suo sposo. Del sepolcro rimangono solo poche parti ed era in travertino e tufo. La settima iscrizione è quella che si trovava sul sarcofago di Lucio Cornelio Scipione, figlio dell’Ispallo questa è molto lunga e riporta alcune qualità del defunto, oltre al fatto che visse venti anni e che non fece in tempo ad avere cariche. Tutti i testi che ho consultato parlano del ritrovamento di sole sette iscrizioni, in realtà su vari tomi che ho scartabellando anche un’iscrizione che si riferisce a Gneo Cornelio Scipione Ispano che fu il secondo figlio dell’Ispallo. Egli fu deposto in un sarcofago della seconda sala e un’iscrizione riporta le cariche del defunto che fu pretore, edile curule, questore e tribuno militare per due volte, decemviro per i giudizi sulle controversie e decemviro per l’effettuazione delle cose sacre, inoltre su di essa è celebrato la stirpe degli Scipioni. E non finisce qui, si parla anche di un frammento d’iscrizione, ritrovata sempre nell’ala nuova, su un sarcofago non attribuibile che riporta solo il nome Scipionem. Quindi non tornerebbe il conto di sette iscrizioni, sempre che non s’intenda che questo numero si riferisce a quelle ritrovate nella sala più antica…

Durante gli scavi del 1780, all’interno del sepolcro, fu ritrovata una testa scolpita in tufo, oggi esposta nei Musei Vaticani si tratta di un’opera non del tutto rifinita alta ventiquattro centimetri sulla testa è presente una corona d’alloro con foglie piccole e rade. Forse proprio per questo che fu attribuita al poeta Ennio, ma ciò non ha riscontro alcuno, poiché quella citata dagli storici dell’epoca doveva essere una statua di marmo posto sulla facciata. Alcuni hanno formulato l’ipotesi che si tratta, considerata la posizione leggermente inclinata del collo, di una parte di una statua, forse una figura sdraiata posta sul coperchio di un sarcofago. Nel 1935 fu trovata un’altra testa scolpita ma, questa, fu subito trafugata e non se ne ha più traccia.

In periodo imperiale furono aggiunte alcune tombe a incinerazione che riguardano la gens dei Corneli Lentuli, che probabilmente aveva ereditato il sepolcro dopo l’estinzione degli Scipioni. Come accennato prima, nel III secolo d.C., sopra al sepolcro fu edificata una casa, la sua costruzione danneggiò la tomba evidentemente già in quel periodo si era persa la memoria dell’ipogeo e della sua importanza storica. L’abitazione ancora esistente ed è una proprietà privata. A fianco di questa costruzione vi è l’ingresso di una piccola catacomba con file di sepolcri sovrapposti. Di questa piccola catacomba non so dirvi altro, non ho trovato nessuna notizia riguardate tale opera, una guida ha affermato che non è stata ancora esplorata, ciò non mi sembra molto veritiero, ovviamente non è visitabile. Dall’ingresso si possono vedere alcune file di sepolture. Durante gli scavi archeologici del 1927, nelle vicinanze della tomba degli Scipioni, furono trovati altri sepolcri, di epoche varie, e un interessantissimo colombario ipogeo a pianta rettangolare. Quest’ultimo è costituito da una sala retta da due grandi pilastri con base circolare uno dei quali è rimasto perfettamente conservato. Le olle cinerarie erano conservate in nicchie, ognuna delle quali poteva contenerne una o due, le cavita erano disposte su cinque file sia sule pareti sia sui pilastri, in tutto sono stati contati posti per quattrocentosettanta defunti. Le pareti erano coperte da intonaci e intorno alle nicchie vi erano cornici di stucco, ancor oggi conservate, mentre al disotto vi sono pannelli dipinti con colori molto vivaci sui toni dell’azzurro del rosso e del giallo, all’interno apparivano, dipinti, i nomi dei defunti. In definitiva quest’area archeologica si può definire di elevata importanza, poiché, oltre la presenza del sepolcro degli Scipioni, sono presenti strutture che vanno dagli inizi del III secolo a.C., epoca in cui fu costruita la tomba di questa nobile famiglia, fino all’età tarda antica del Medioevo, periodo della realizzazione della calcara, che dire poi della costruzione del III secolo d.C. adibita a dimora e tutt’oggi abitata… Il tutto merita una visita approfondita.

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