Anfiteatro Flavio, il Colosseo

by / sabato, 25 agosto 2018 / Published in Archeologia1, Il blog, Le Sette meraviglie del Mondo moderne

Il Colosseo, conosciuto in tutto il mondo, simbolo per antonomasia della “Città Eterna” e segno di riconoscimento dell’Italia, è l’unico monumento europeo inserito nelle nuove sette meraviglie del mondo. L’anfiteatro Flavio, per i latini Amphitheatrum Flavium, è il più grande, imponente e importante monumento dell’antica Roma giunto sino a noi, nel mondo non esiste eguali, fu chiamato Colosseo nel Medioevo per le sue “Colossali” dimensioni oppure, secondo altri, prese il nome della vicina ed enorme statua bronzea di Nerone, ma c’è da fare una considerazione. Dopo la morte di Nerone, furono aggiunti, intorno alla testa della statua dei raggi che rappresentavano la corona solare questo per raffigurare il Dio Sole, per i latini Sol Invictus, e per cancellare il ricordo dell’imperatore. Adriano, nel 126 d.C., decise di far spostare la statua dalla sua originale collocazione, cioè l’atrio della Domus Aurea, facendola sistemare vicino l’anfiteatro, questo per far posto al tempio di Venere e Roma, ma, il colosso fu abbattuto in età imperiale o durante le invasioni barbariche, pertanto risulta improbabile che nel VI secolo qualcuno lo ricordasse. Sembra quindi più probabile la prima ipotesi, però un’altra interpretazione fu formulata nel XIV secolo, in quel periodo si pensava che il Colosseo fosse il principale luogo pagano e che fosse divenuto la sede di maghi e di adoratori del demonio. A chi si avvicinava, chiedevano: “Colis Eum?” ossia “Adori lui?”, il “Lui” era ovviamente il diavolo. “Colis Eum” da cui Colosseo, ipotesi alquanto bizzarra, o perlomeno fantasiosa, fatto sta che papa Benedetto XIV, nella metà del XVIII secolo, fece esorcizzare il Colosseo e lo consacrò alla memoria della passione di Cristo e di tutti i santi. Se considerando l’epoca di costruzione, fu iniziato da Vespasiano nel 72 d.C. e inaugurato da Tito nell’80 d.C., con successive modifiche apportate durante l’impero di Domiziano, c’è più facile capire quanto le sue dimensioni sono realmente notevoli, da stime fatte poteva contenere un numero di spettatori compreso tra le quarantacinquemila e le settantamila unità, questo perché non tutti gli studiosi concordano sul numero.

L’edificio di epoca Flavia fu eretto su un’area al limite orientale del Foro Romano, dove, al tempo di Nerone, un vero e proprio lago faceva bella mostra di se, raccogliendo le acque delle fonti che sgorgavano dalle fondazioni del Tempio del Divo Claudio, sul Celio. La costruzione non fu semplice, ovviamente prima di gettare le fondamenta, gli architetti romani dovettero procedere allo svuotamento del lago, a tale scopo usarono poderosi canali e pompe di drenaggio. L’acqua fu incanalata verso il Circo Massimo e da qui al fiume Tevere di questa rete di canali rimane ben poco, fu distrutta durante la costruzione della metropolitana. Il passo successivo fu quello di scavare per raggiungere un fondo argilloso, in questo materiale compatto e impermeabile fu scavata una fossa di forma ellittica profonda circa sei metri, larga trentuno metri e con un perimetro di cinquecento trenta metri. In questa sorta di enorme cordolo fu versato calcestruzzo unito alla leucitite, una pietra eruttiva usata nelle costruzioni, il tutto fu ben compattato. Le fondamenta furono innalzate da strati di tufo squadrato su cui infine fu sovrapposto un pavimento in blocchi di travertino creando, in totale, altri sei metri in altezza, quindi la profondità di queste fondazioni raggiunse i dodici metri. Non è tutto, all’esterno e all’interno, della parte sopraelevata della fondazione, fu costruito un muro di mattoni largo tre metri e profondo sei metri, furono così ricavate trentadue celle alcune delle quali si possono ancora vedere nei sotterranei della costruzione. Tutte le dimensioni dell’Anfiteatro sono notevoli, l’edificio ha una forma a ellisse con l’asse maggiore che misura circa cento ottantotto metri, mentre quello minore e di circa cento cinquantasei metri, la sua altezza odierna è di circa quarantanove metri ma in origine arrivava almeno a cinquantadue, alcuni sostengono che, con il velarium, rasentava i sessanta metri. L’arena, contenuta nel suo interno, è anch’essa ellittica, misurava ottantasei metri per cinquantaquattro metri, il che ci dice, che aveva una superficie calpestabile di ben tremilatrecento cinquantasette metri quadrati.

La struttura dell’edificio rappresenta perfettamente quelle che erano le concezioni architettoniche e costruttive romane nella prima parte dell’Età Imperiale, con archi e volte, perfettamente assemblati tra di loro. Su quel pavimento di travertino, quello che posto a termine delle fondamenta e che aveva uno spessore di novanta centimetri, furono ancorati, con perni e del metallo fuso, i blocchi di base dei pilastri principali i quali erano interamente di travertino. I pilastri erano collegati da setti murari portanti, ossia dei muri verticali che portano carichi sia verticali sia orizzontali, i quali erano in blocchi di tufo nell’ordine inferiore e in laterizio in quello superiore, il tutto era sorretto da volte e archi, studiati nei più piccoli particolari per dare il massimo della funzionalità e della sicurezza. Volte e arcate furono la soluzione geniale per alleggerire una struttura così grande e renderla più stabile, per darle una maggiore stabilità e leggerezza lo spessore dei piani diminuiva man mano si saliva. Ogni piano era delimitato da marcapiani pregevoli, rifiniti e sporgenti, la costruzione che alla fine ne risultò aveva numeri veramente mastodontici. Tre anelli concentrici in orizzontale e di quattro ordini di arcate e mura in verticale, decrescenti verso l’arena, sostenevano l’immensa cavea. Riassumendo la struttura portante è costituita da pilastri in blocchi di travertino, larghi ben quasi tre metri, con un volume che è stato calcolato vicino ai centomila metri cubi, i blocchi sono collegati tra di loro da perni di ferro, non fu usata la malta. Il ferro usato è stato calcolato in trecento tonnellate, un calcolo quasi del tutto teorico poiché nei secoli successivi i perni furono estratti, il solito discorso, ciò che era vecchio era semplicemente un’ottima cava di materiali. La facciata esterna, l’ultimo anello, era alta circa cinquanta metri ed era articola in quattro ordini con soluzioni tipiche degli edifici Romani per gli spettacoli, i tre inferiori, avevano ottanta arcate, sostenute da pilastri ai quali si appoggiano delle semicolonne, quest’ultime avevano capitelli dorici nel primo livello, ionici nel secondo e corinzi nel terzo. Nelle arcate erano collocate ottanta statue di bronzo dorato, purtroppo lo possiamo vedere solo con gli occhi della fantasia, ma lo spettacolo architettonico non poteva che essere magnifico, immaginiamoci le statue dorate risplendenti al sole all’interno di una struttura di un candito travertino. Per quanto riguarda il quarto livello va fatto un discorso a parte, infatti, si tratta di una parete di travertino piena, con mezze colonne squadrate in corrispondenza dei pilastri sottostanti, presentava ottanta riquadri divisi da lesene, in stile corinzio, intervallati da quaranta piccole finestre, mentre uno scudo sempre di bronzo dorato, era affisso tra ognuna di quest’ultime. Infine sopra queste finestrelle sporgevano tre mensole di travertino sulle quali trovavano posto dei pali di legno che andavano a sostenere una copertura a tenda, il velarium, è facile ripetersi, lo spettacolo doveva essere veramente unico. Una domanda sorge spontanea, da dove proveniva una quantità così mastodontica di travertino? La risposta è semplice, ma di certo non lo fu il trasporto. Il travertino proveniva dalla nota cava nei pressi di Tivoli e per trasportarlo fu costruita appositamente una strada lunga trenta chilometri e larga sei metri, per rifinire i blocchi fu aperto un impianto di manifattura, nei pressi del cantiere per la costruzione dell’edificio. La cavea era divisa, tramite delle fasce divisorie in muratura, chiamate dai Romani: “Baltea”, in cinque settori orizzontali, i maeniana, ognuno di quali ospitava una categoria di spettatori, la cui importanza sociale diminuiva al crescere dell’altezza del settore. Alle due estremità, in corrispondenza dell’asse minore dell’ellisse, si trovavano due palchi, con avancorpi, riservati alle più alte cariche, uno aveva la forma di una “S” ed era destinato all’imperatore, ai consoli e alle vestali, l’altro al prefetto della città, il “Praefectus urbi” e agli altri dignitari. Tornando ai settori, il più comodo, posto più in basso, era assegnato ai senatori e alle loro famiglie, aveva gradini di marmo di grande dimensione, sui quali poggiavano degli scranni di legno, i cosiddetti subsellia, il podio era chiuso da una balaustra sulla quale erano incisi i nomi dei senatori che avevano diritto a occupare quei posti. Subito dopo si trovavano i posti, una ventina di gradini di marmo, del settore, cosiddetto, “Maenianum primum” a seguire vi era il “Maenianum secundum”, formato da circa sedici gradini, sempre in marmo, ma era diviso in due parti, inferiore e superiore o come avrebbero detto i latini “Imum e summum”. Continuando a salire c’era il settore detto “Maenianum summum” con circa undici gradini, ma di legno, posti all’interno del portico colonnato che cingeva la cavea, i posti sotto il colonnato erano riservati alle donne alle quali, da Augusto in poi, fu vietato mescolarsi ad altri spettatori. Infine c’era il settore peggiore quello sul terrazzo sopra il colonnato, i posti erano unicamente in piedi e ovviamente destinato alle classi più misere della plebe. I settori erano verticalmente marcati da scalette, dagli accessi, per i romani i “Vomitoria”, e separati da transenne di marmo, gli spettatori potevano accedere al posto loro riservato entrando dalle arcate che gli competevano. Ogni persona del pubblico possedeva una tessera che riportava un numero, il quale doveva corrispondere a quello, inciso e colorato di rosso, posto sopra la chiave di volta dell’arco stesso.

Il percorso proseguiva con scale che portavano a una serie di corridoi circolari coperti con delle volte, che permettevano l’ingresso ai settori di appartenenza, il percorso per i ceti più elevati era decorato con stucchi sulle volte e rivestimenti di marmo sulle pareti, quello che portava ai piani superiori presentava intonaci su pareti e volte. Ovviamente le autorità e l’imperatore avevano ingressi e percorsi riservati, i quali erano posti sull’asse minore dell’ellisse, infine, gli ingressi che erano al centro dell’asse maggiore erano per gli attori e, più in generale, per i protagonisti degli spettacoli. Come si è detto l’arena era ellittica la sua pavimentazione era parte di muratura, intorno ai bordi, e parte di legno, nel centro; era ricoperta di sabbia che serviva ad asciugare il sangue versato nei combattimenti e nelle varie uccisioni di condannati e di animali. La sabbia era pulita continuamente, quella sporca era portata via attraverso dei veri e propri ascensori e con lo stesso sistema era trasportata quella pulita. L’arena e la cavea erano separate da un podio alto quattro metri che presentava, come decorazioni, nicchie, marmi, statuette e bassorilievi, una balaustra di bronzo era posta a protezione. Gli ambienti di servizio erano ipogei e realizzati sotto l’arena, essi erano ben articolati con un passaggio principale, ampio e centrale, che correva lungo l’asse maggiore dell’ovale, mentre dodici corridoi curvilinei erano distribuiti simmetricamente sui due lati. Una serie di ambienti trovavano posto lungo la parete perimetrale, si trattava di ambienti di servizio alcuni dei quali, con buona probabilità, erano adattati a ospitare gli animali usati durante le venationes, i giochi con gli animali. Altri ambienti, probabilmente, ospitavano le scenografie che erano usate, sempre durante i giochi, mentre alcuni locali ospitavano i gladiatori in attesa di salire nell’arena. Di conseguenza in questi sotterranei vi erano schiavi che, senza essere visti dal pubblico, lavoravano alacremente affinché tutto funzionasse alla perfezione. Tutti questi ambienti furono realizzati da Domiziano, poiché durante il regno di Tito, se consideriamo ciò che Marziale scrive nel suo De spectaculis, l’arena era allagata per ospitare spettacoli di nuotatrici e le naumachie ovvero le battaglie navali. Torniamo ai sotterranei, qui trovavano posto dei macchinari che difficilmente crediamo potessero esistere in quell’epoca, vi erano ottanta veri e propri montacarichi che permettevano di far salire nell’arena macchinari, sabbia, persone e animali. Con degli ingegnosi piani inclinati, piattaforme mobili, piani che ruotavano ed elevatori intelligentemente fatti funzionare con appositi contrappesi, i Romani erano in grado di cambiare le scene in brevissimo tempo e potevano far salire nell’arena decine di animale contemporaneamente. Normalmente, però, i protagonisti dei giochi, i gladiatori e gli animali di grossa taglia, come gli elefanti, entravano dai due ingressi monumentali, posti agli estremi dell’asse maggiore dell’ellisse. I Romani pensarono anche di difendersi dal sole e dalla pioggia, la cavea dell’anfiteatro era coperta dal velarium una mastodontica tenda formata da tanti teli triangolari che lasciavano scoperta l’arena in modo che si formava una corrente d’aria che manteneva freschi gli spettatori. La copertura era manovrata da un distaccamento di marinai della flotta di Miseno, i teli erano fissati ai pali lungo la facciata, con un complesso sistema di funi, allo stesso tempo erano ancorati a terra, tramite cippi di travertino inclinati, posti all’esterno dell’anfiteatro. Un trionfo dell’architettura e dell’ingegnosità dei Romani, condito da stucchi, affreschi, colonne e rivestimenti di marmo, Scrive Marziale “Taccia la barbara Menfi il prodigio delle piramidi, né il lavoro degli Assiri esalti più Babilonia; né siano celebrati gli effeminati Ioni per il tempio di Diana; l’altare dei molteplici corni faccia dimenticare Delo; né i Cari portino più alle stelle, con lodi sperticate, il Mausoleo proteso nel vuoto. Ogni opera cede dinanzi all’Anfiteatro dei Cesari, la fama parlerà ormai d’una sola opera al posto di tutte” (Marziale, Liber de spectaculis, 1-7-8). Si è detto che la costruzione dell’anfiteatro iniziò nel 72 d.C., quando era imperatore Vespasiano, l’edificazione fu finanziata con gli introiti derivanti delle tasse provinciali e il bottino del saccheggio del tempio di Gerusalemme, fu terminato da Tito nell’80, d.C. e poco dopo il secondo figlio di Vespasiano, Domiziano, fece compiere delle modifiche. Di notevole interesse fu il ritrovamento di un blocco di marmo, nel primo decennio del XIX secolo, sul quale erano ben visibili i fori delle lettere di bronzo di un’iscrizione che gli storici hanno così ricostruito: “Imp(erator) Caes(ar) Vespasianus Aug(ustus)/ amphitheatrum novum/ ex manubis fieri iussit” che in italiano si può tradurre: “L’imperatore Cesare Vespasiano Augusto fece erigere il nuovo anfiteatro con il provento del bottino”. Vespasiano vece costruire quest’opera dare a Roma un luogo degno per i suoi giochi gladiatorii che venivano in precedenza svolti in un anfiteatro provvisorio fatto costruire in legno da Nerone nel Campo Marzio dopo che il vecchio anfiteatro di Tito Stanlio Tauro andò distrutto nel 64 d.C., data del famoso incendio. L’imperatore scelse quel preciso luogo per ridare ai Romani quel terreno pubblico che Nerone destinò a proprio uso e consumo, una sorta di risarcimento contro la politica del tiranno che lo aveva preceduto. Ancora prima i giochi si svolgevano nel Foro Romano o nel Foro Boario, nei quali erano montate, per queste occasioni, delle strutture mobili. L’inaugurazione dell’anfiteatro Flavio avvenne nell’80 d.C., con una solenne cerimonia che durò ben cento giorni e di quest’avvenimento sono giunte a noi varie descrizioni dalle cronache dell’epoca. In breve tempo l’anfiteatro Flavio divenne simbolo della città imperiale, l’espressione di una volontà celebrativa che giungeva a fissare canoni ben precisi per lo svago e il divertimento del popolo. Basta pensare che durante i circa tre mesi, in cui si celebrò l’inaugurazione dell’anfiteatro, morirono circa duemila gladiatori e novemila animali, perlomeno così riportano gli storici antichi e le cronache dell’epoca. Anche in seguito ci furono eventi eccezionali, per celebrare il trionfo di Traiano sui Daci nell’arena si alternarono e combatterono circa diecimila gladiatori. Gli spettacoli che abitualmente si davano nell’anfiteatro erano i ludi gladiatorii e le venationes, ma anche spettacoli di caccia, lotte tra animali, rievocazioni di battaglie famose, drammi basati sulla mitologia classica, rappresentazioni teatrali di genere leggero, l’uccisione di condannati con l’ausilio di animali feroci e altri tipi di esecuzioni. C’è da precisare che tutte le attività, che si svolgevano all’interno dell’edificio, seguivano uno schema ben preciso, la mattina c’erano i combattimenti fra gli animali, le venationes, o quelli fra un gladiatore e un animale, all’ora di pranzo si eseguivano le condanne a morte, noxii, nel pomeriggio si svolgevano i combattimenti fra gladiatori, munera, ed eventualmente la riproposizione di famose battaglie. Va ben precisato e sottolineato che il Colosseo, contrariamente alle credenze popolari, non fu mai luogo di martirio di Cristiani, quelli che in esso morirono, furono uccisi in conseguenza di condanne per reati comuni e non per il semplice fatto di aver abbracciato la fede Cristiana. Un discorso a parte va fatto per le naumachie, ossia le battaglie navali, si trattava di spettacoli molto costosi, per le quali erano usate imbarcazioni complete in tutti dettagli e manovravano come vere navi in battaglia. Le naumachie, i romani le chiamavano navalia proelia, ossia semplicemente battaglie navali, spesso riproducevano famose campagne storiche, lo spettacolo era sicuramente impressionante ed esaltava il pubblico. Normalmente i combattimenti erano affrontati da criminali condannati a morte ovviamente costretti a farlo, ma, a volte, i protagonisti erano degli attori, come in una riproduzione storica, altre volte veri marinai e soldati. Ci riporta Marziale che nel Colosseo si tennero delle naumachie nei primi anni dopo l’inaugurazione, ma non si sa come si riusciva ad allagare il Colosseo, tanto che, alcuni storici sono convinti che queste battaglie non fossero tenute nell’anfiteatro ma su un lago artificiale non ben localizzato. Questi storici affermarono che tutti i racconti delle naumachie tenute nell’anfiteatro Flavio, riferite da poeti latini, come Marziale, furono solo opere di fantasia atte ad esaltare la reputazione dell’imperatore. Altri accademici sembra che siano riusciti a dimostrare che, effettivamente, era possibile allagare il Colosseo con una quantità d’acqua sufficiente a permettere il galleggiamento delle navi, di certo si sa che eventuali naumachie, all’interno del Colosseo, si tennero solo durante il regno di Tito, poiché dopo che Domiziano fece costruire, nei sotterranei, i servizi e tutti i vari meccanismi descritti prima, non c’era più la possibilità di smontare l’arena e allagare l’edificio. Una così grande “Macchina da spettacolo” non poteva fare a meno di un particolare indotto, infatti, contemporaneamente all’anfiteatro furono edificati alcuni immobili di servizio.

I ludi erano caserme e spazi usati per l’allenamento per i gladiatori, il più noto è certamente il Ludus Magnus ma vi erano anche il Gallicus, il Matutinus e il Dacicus, questi ultimi erano riservati a categorie particolari di gladiatori e prendevano il nome dal loro luogo di origine (vedi l’articolo sui Ludi Gladiatori). Il Castra Misenatium, era la caserma dei marinai, un distaccamento della flotta stanziata a Miseno, adibiti alla manovra del velarium. L’Armamentaria, era il deposito dove erano custodite e riparate le armi dei gladiatori. Il Summum Choragium dove si preparavano scenari, macchinari, costumi e attrezzi per le scenografie degli spettacoli. Il Sanatorium, era una sorta di ospedale, dove erano curate le ferite dei gladiatori. Lo Spoliarum, uno spazio adibito al trattamento delle salme dei gladiatori morti in combattimento. Alcuni di questi edifici erano collegati anche con dei tunnel sotterranei, è ormai appurato che il corridoio centrale metteva in collegamento i sotterranei del Colosseo con il Ludus Magnus, anche se gli scavi non sono completati. Recenti studi sembrano che abbiano appurato che un altro sotterraneo, ormai interrotto, mettesse in comunicazione il Colosseo con il mitreo che oggi è ancora visibile sotto la basilica di San Clemente, si trattava di un percorso di circa cinquecento metri che costeggiava un piccolo corso d’acqua di scarico, ancora esistente. Dalle fondazioni dell’anfiteatro parte un’altra galleria, il cosiddetto “Passaggio di Commodo”, si tratta di percorso coperto di stucchi, sicuramente realizzato dopo la costruzione dell’anfiteatro e che probabilmente collegava l’uscita del Colosseo, posta sull’asse minore, quello che da’ verso il Celio, con uno dei palazzi imperiali, si tratta, però, di un passaggio che non fu mai esplorato in maniera completa e razionale. Anche il Summum Choragium, dove dai tempi di Vespasiano a quelli di Adriano erano allestite le coreografie degli spettacoli, era collegato al Colosseo con un tunnel, questo fu tagliato dalla costruzione della linea b della metropolitana. Tra il muro del podio e il bordo dell’arena c’era una galleria di servizio coperta, dove si aprivano ventiquattro nicchie, rivestite di cocciopesto, con un pavimento di travertino e un sistema di raccolta e canalizzazione delle acque, tutto ciò ha portato all’ipotesi che queste fossero latrine, del resto anche queste servivano. Vicino al Colosseo, attigua all’arco di Costantino, edificato nel 315 d.C., c’era la fontana Flavia, la Meta Sudans, che era posta nel punto d’incontro dei confini di quattro delle regioni serviane della città, i resti della quale, furono demoliti tra il 1933 e il 1936, oggi sono rimaste solo le fondamenta coperte da un piccolissimo giardino.

Nell’VIII secolo Beda il Venerabile, un monaco benedettino nel Sunderland, che in seguito divenne Dottore della Chiesa cattolica, raccolse e riportò le storie e profezie del suo tempo, tra le altre una fu particolarmente curiosa e oscura: Quamdiu stabit Colyseus stabit et Roma; cum cadet Colyseus cadet et Roma; cum cadet Roma cadet et mundus”. In italiano si traduce: “Finché esisterà il Colosseo, esisterà anche Roma; quando cadrà il Colosseo, cadrà anche Roma; quando cadrà Roma, cadrà anche il mondo”. Profezie a parte durante l’Impero Romano l’anfiteatro Flavio subì vari interventi di restauro, Nerva successore di Domiziano e Traiano, che imperò dopo Nerva, commissionarono dei lavori nell’edificio, ma il primo vero e proprio restauro fu quello voluto da Antonino Pio. In seguito, nel 217 d.C., a causa di un incendio, il Colosseo rimase chiuso per circa cinque anni, durante i quali prima Eliogabalo e poi Alessandro Severo, fecero restaurare e ripristinare la costruzione. Il Colosseo riaprì nel 222 d.C., ma i lavori terminarono solo quando sul trono salì Gordiano III. Anche Decio, nel 250 d.C. dovette procedere a dei restauri sempre per riparare i danni dovuti a un incendio. Ci spostiamo ora al 410 d.C. quando avvenne il famoso “Sacco di Roma” a causa dei Visigoti di Alarico, dopo questa data sul podio, che circondava l’arena, fu incisa un’iscrizione in onore dell’imperatore Onorio, alcuni storici l’hanno interpretata come un riconoscimento a dei lavori di restauro effettuati. Purtroppo la cosa non è chiara, poiché l’iscrizione fu riscritta per ricordare i grandi restauri effettuati dopo il terremoto del 442 d.C., lavori fatti eseguire dai praefecti urbi, Flavio Sinesio Gennadio Paolo e Rufio Cecina Felice Lampadio. Altri restauri furono eseguiti per volontà del console Messio Febo Severo, nel 470, infine anche dopo la caduta dell’Impero Romano furono eseguite delle risistemazioni, nel 508 d. C. il praefectus urbi Decio Mario Venanzio Basilio finanziò, a proprie spese, dei lavori, così come ci ricorda un’iscrizione. Va però precisato che con la diffusione del Cristianesimo i giochi persero d’importanza, nel 404 Onorio con un decreto vietò i ludi gladiatori mentre le venationes proseguirono fino all’epoca di Teodorico, infatti, non si hanno più notizie di spettacoli dopo quelli del 523 d.C., in occasione del consolato di Anicio Massimo, cominciò così la fase di decadenza del Colosseo. Finiti i ludi e i giochi, il Colosseo fu adibito a scopi diversi, nel VI secolo divenne un’area di sepoltura, e poi una fortificazione, tra il VI e il VII secolo fu inserita in uno dei fornici dell’anfiteatro Flavio una chiesetta: Santa Maria della Pietà, nel 1936 la chiesa fu affidata Circolo San Pietro. Il forte terremoto del 1349 fece collassare l’esterno de lato sud, forse costruito su una porzione di terreno più instabile. Come, purtroppo, tante opere romane, divenne cava di materiale edilizio, nel XIII secolo fu occupato dai Frangipane i quali vi costruirono un palazzo, anche se tale edificio fu presto abbattuto, il Colosseo continuò a essere occupato da altre abitazioni. Lo spoglio continuò e divenne sistematico tra il XV e il XVII secolo e i suoi marmi e travertini finirono nella basilica di San Pietro, a Palazzo Venezia, a Palazzo della Cancelleria, a Palazzo Barberini, nella Chiesa di Sant’Agostino, a palazzo Farnese, su ponte Flaminio e nel Porto di Ripetta. Contemporaneamente, tra gli archi del Colosseo e l’arena erano celebrati riti in memoria dei martiri Cristiani, da parte di alcune congregazioni religiose quali: la Compagnia del Salvatore, la Compagnia della Passione, e la Compagnia della Jerusalem. La stabilità del monumento era ormai compromessa, per fortuna che nel XIX secolo tornò l’interesse per le antiche vestigia romane e quindi iniziarono grandi restauri decisi dai papi: Pio VII, Leone XII, Gregorio XIV, e da ultimo Pio IX, il resto è storia moderna e il Colosseo è soggetto a continui studi, verifiche strutturali e restauri, ancor oggi non sono stati esplorati tutti i condotti sotterranei. Un piccolo aneddoto, Papa Sisto V progettò la demolizione del Colosseo, fortunatamente ci ripensò, e inserì l’anfiteatro Flavio nel percorso delle sette Basiliche, ma in seguito, decise di trasformarlo in una filanda, con tanto di abitazioni e botteghe, che dire… bisogna forse ringraziare la sorte, che lo fece morire prima di dare il via ai lavori? Riassumendo l’anfiteatro Flavio fu voluto, nel 72 d.C., dall’imperatore Vespasiano, il quale prima di morire vide la costruzione dei primi due piani. Suo figlio Tito raggiunse il terzo e quarto ordine di posti e inaugurò, nell’80 d.C., l’anfiteatro con cento giorni di giochi. Domiziano, operò notevoli modifiche, probabilmente è sua l’idea degli scudi decorativi in bronzo dorato, forse fece aggiungere il maenianum summum in ligneis, di sicuro modificò, sistemò, e realizzò i sotterranei dell’arena, al termine dei lavori l’anfiteatro non poteva più ospitare le naumachie. Il Colosseo divenne ben presto il simbolo della grandezza dell’impero, non vi fu praticato nessun massacro di Cristiani, decadde quando i giochi non erano più praticati e divenne una cava di materiali… risorse nel XIX secolo, quanto il ritorno all’interesse della propria storia fece iniziare grandi lavori di restauro. L’anfiteatro Flavio, un’opera mastodontica dai caratteri strutturali particolari, di una bellezza e importanza unica, imponente e con soluzioni geniali, con spazi ben congeniati e distribuiti, non può derivare unicamente dal lavoro degli schiavi. Sicuramente tanti schiavi lavorarono e persero la vita per la sua realizzazione, ma è altrettanto sicuro, considerata la precisione dei lavori, che alla sua edificazione partecipò tanta mano d’opera specializzata, libera e stipendiata. Lo si può vedere nella precisione della messa in opera dei travertini e dei marmi, nella posa di mattoni, nell’uso di calcestruzzo, nella geniale copertura, nella realizzazione di sculture, stucchi e decori. Il Colosseo è lì che ci guarda da quasi duemila anni… ne ha viste di persone e cose, ne ha sentite di storie… ed è ancora lì che ci osserva.

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