Anagni, la Cripta di San Magno.

by / giovedì, 19 aprile 2018 / Published in Il blog, L'Italia che non ti aspetti, Viaggiando .....

Prima di iniziare il viaggio in questo meraviglioso luogo, ritengo necessaria una piccola premessa. In quest’articolo non troverete album fotografici, la fotografia di copertina è stata presa, in piccolo formato, da internet, poiché in tutti i sotterranei della Cattedrale di Anagni sono vietate le riprese fotografiche. Noi abbiamo provato a chiedere il permesso che ci è stato molto gentilmente negato. Quindi qui troverete unicamente delle descrizioni, ma comunque, se potete, andate a vedere con i vostri occhi questo luogo che lascia letteralmente a bocca aperta, questo invito lo avreste trovato, anche se in fondo all’articolo ci fosse stata la galleria fotografica, anzi sono convinto, che il poter guardare delle foto, avrebbe stimolato di più la curiosità di chi legge.

La Cripta, della Cattedrale di Anagni, è un tesoro dell’arte colmo di colori, di sfumature, di significati e di contenuti, è dedicata a San Magno e fu edificata per volere del vescovo Pietro da Salerno, insieme alla chiesa superiore, tra il 1072 e il 1104. La sua funzione era semplice, doveva conservare e proteggere tutto ciò che di più sacro era contenuto in una Cattedrale, vale a dire le reliquie dei Santi, nello specifico quelle di San Magno, al quale è dedicata l’intera Cripta e l’altare maggiore, quelle delle Sante, Neomisia, la quale fu la prima martire Cristiana di Anagni, Aurelia e Secondina, insieme con quelle di altri martiri. Questa Cripta, unica nel suo genere, fu definita da alcuni storici dell’arte “La Cappella Sistina del Medioevo”, anche se per completezza bisogna dire che lo stesso appellativo fu dato alla chiesa di Santa Maria Antiqua, nel Foro Romano a Roma. All’interno della Cripta si vive un’armonia unica data da un sapiente connubio tra il pavimento cosmatesco, gli archi di stile romanico e ben cinquecento quaranta metri quadrati di meravigliosi affreschi. Il locale sotterraneo è rettangolare e presenta tre navate, trasversali rispetto a quelle della chiesa superiore, e tre absidi. Dodici colonne, insieme ai rispettivi archi, formano ventuno volte che, con le relative pareti, sono decorate con un ciclo pittorico di una bellezza unica, pitture che furono realizzate tra il 1104, ultimo anno della costruzione e il 1250, data della consacrazione del duomo. Questi affreschi narrano, con somma maestria, la storia della salvezza dell’uomo, dalla sua creazione fino alla fine dei tempi. Il ciclo pittorico rappresentato è opera di tre maestri, con le rispettive botteghe, diversi e anonimi, sono passati alla storia come: Primo Maestro o Maestro delle traslazioni, Secondo Maestro o Maestro Ornatista e Terzo Maestro o Maestro di Anagni, a quest’ultimo, alcuni studiosi, hanno attribuito anche gli affreschi dell’Aula Gotica della chiesa romana dei Santi Quattro Coronati e il bellissimo San Francesco, affrescato nel monastero di San Benedetto a Subiaco. Tre botteghe diverse, quindi tre stili diversi per impostazione, tratto, impianto coloristico, comunque il loro stile personale è ben riconoscibile ed evidenziabile. Nella prima bottega lavorarono artisti molto abili, il loro intonaco è di grande qualità, con uno stile arcaico e vicino alla scuola orientale, quindi tipicamente bizantineggiante nei dettagli, ma sempre in un linguaggio che rimane romano. La seconda scuola, si distacca, anche se non del tutto, dalla cultura romano laziale e appare più legata a una matrice meridionale risultando, così, più variabile e dinamica dal punto di vista cromatico. La terza bottega appare, anch’essa legata a un linguaggio meridionale e presenta un disegno assai plastico, abile e innovativo nella caratterizzazione moderna dei personaggi, la loro pittura presenta sfumature serene e luminose con tratti grafici molto sciolti che rendono molto bene i movimenti dei soggetti. Un disegno di grande originalità in cui la resa spaziale assume un’importanza del tutto innovativa, non a caso il Terzo Maestro di Anagni fu considerato uno dei precursori dello stile che prese piede nel cinquantennio successivo. Il pavimento della Cripta è un meraviglioso e originale mosaico cosmatesco del 1231, la data è certa, la si può rilevare da un’iscrizione scolpita sula lapide murata nella parete orientale, fu realizzato dalla famiglia romana di artisti del marmo, che fu chiamata dei Cosmati, nella fattispecie, da Cosma di Iacopo di Lorenzo e dai figli Luca e Iacopo, gli stessi che eseguirono il pavimento della cattedrale. Fu realizzato con marmi di recupero, in particolare si nota il serpentino verde, il porfido rosso, il bianco e il giallo antico, come si è detto, il pavimento si può considerare originale poiché solo in limitati punti presenta dei restauri resi necessari dal sollevamento di alcune tessere. Anche se eseguito da tre artisti diversi, il ciclo pittorico racconta, in maniera organica, la storia della salvezza dell’uomo dalla sua origine al suo giudizio, ponendo in risalto i martiri venerati dagli anagnini, ma la Cripta non è solo un luogo di venerazione, in un certo senso negli affreschi si può leggere anche uno scopo didattico, i visitatori, spesso analfabeti, attraverso i dipinti potevano imparare la storia dei personaggi raffigurati.

Le scene della prima e seconda volta rappresentano la creazione dell’universo. Nella prima si può vedere la ruota dei segni dello zodiaco, mentre sull’arco vi sono immagini di un fantastico mondo sottomarino. Nella seconda è rappresenta la nascita dell’uomo, a dire il vero, in maniera piuttosto insolita, infatti, si tratta di una raffigurazione piuttosto filosofica e scientifica. L’uomo è raffigurato nudo e a figura intera, posto al centro di un sistema circolare doppio, uno più interno, che rappresenta il microcosmo ossia il ciclo della vita umana e uno esterno, che rappresenta il macrocosmo, cioè la natura. Ognuno dei due cerchi e diviso in quattro parti di diverso colore ognuna delle quali rappresenta le quattro stagioni della vita umana e la sua indole: infanzia, adolescenza, maturità e vecchiaia; emotivo, collerico, melanconico ed equilibrato. Accompagnate dalle rispettive stagioni astronomiche e dai suoi elementi: primavera, estate, autunno e inverno; aria, fuoco, terra e acqua. Un racconto quasi filosofico, comunque diverso dalle tradizionali rappresentazioni ispirate dalle scritture della Genesi. Non a caso molti studiosi ritengono la più interessante e rara rappresentazione della creazione sia nella pittura italiana sia in quella mondiale. Sulle pareti si può vedere il diagramma della teoria degli elementi tratto dal Timeo di Platone e i medici, raffigurati entrambi con la barba Ippocrate e Galeno che discutono di tale teoria, a loro, tradizionalmente, era attribuita la primitiva formulazione della “Teoria dei quattro elementi”. Infine si possono distinguere: San Giovanni Evangelista, Sant’Onofrio eremita, San Paolo, San Pietro e due vescovi. La scienza diviene religione.

La scena della terza volta mostra gli esseri dalle quattro forme, i tetramorfi, che nell’antico testamento sono citati nel racconto della visione di Ezechiele, forse con riferimento al fatto che si pensava che l’anima dell’uomo fosse divisa in quattro sezioni. Sulla parete è raffigurato San Giovanni Evangelista, umiliato dal taglio dei capelli, nel suo martirio per immersione nell’olio bollente a Porta Latina a Roma. Dalla parte opposta è raffigurata una scena che vede protagonista San Magno mentre salva un fanciullo caduto in un pozzo, non visto dalla madre che stava raccogliendo fichi da un albero, il tutto in un contorno di cornici, panneggi e prati fioriti.

La scena della quarta volta mostra un cerchio, sorretto da quattro angeli, con all’interno una croce tempestata di gemme. Sulla parete un bellissimo Cristo Pantocratore, cioè Onnipotente, raffigurato nell’atto di benedire e al suo fianco sono dipinti: San Pietro apostolo, San Marco Evangelista, san Leonardo e San Giovanni Evangelista. Interessante la lapide posta sotto a questa figura, essa rammenta il ritrovamento delle reliquie di San Magno, scoperte durante la posa del pavimento cosmatesco.

Le scene della quinta e sesta volta e poi quelle dalla nona alla quattordicesima narrano la storia, tratta dal primo libro di Samuele, del popolo ebraico in lotta contro i Filistei, fino a quando salì al trono il loro primo re, Saul. Il racconto inizia nella quattordicesima volta, i dipinti purtroppo andarono irrimediabilmente distrutti nel XVIII secolo, qui sotto vi è l’altare di Santa Oliva. Sulla tredicesima volta è rappresentata la scena della battaglia di Aphek, quando i Filistei uccidono i figli del sacerdote Eli, rubano l’Arca contenente i Dieci Comandamenti, il bastone di Aronne, la bacchetta di Mosè e la manna scesa nel deserto, inoltre si può vedere la rappresentazione della morte di Eli, il quale cade esanime dal suo seggio, appresa la notizia dell’esito della battaglia. Nella dodicesima volta si vedono i Filistei che portano L’Arca dell’Alleanza nella loro città, sempre qui sono rappresentati anche, il terrore, la morte e la pestilenza, conseguenze della precedente azione. Nell’undicesima volta la scena descrive l’uscita dell’Arca da Azotum e l’arrivo a Besamis, dopo la restituzione del manufatto sacro al popolo ebraico. Nella decima volta la scena vede il popolo ebraico che accoglie L’Arca dell’Alleanza, ma anche, i cittadini che cadono morti avendo osato guardarla, poi sono raffigurati gli abitanti di Besamis mentre chiedono a quelli di Cariat Jearim di accogliere l’Arca, infine, si vedono questi ultimi che la portano nella casa del sacerdote Abinadab. Nella nona volta è raffigurato Samuele che ordina la distruzione dei falsi idoli Astarot e Baalim, mentre viene sacrificato un agnello per la purificazione del popolo ebraico. Nella sesta volta vi è la scena della battaglia di Maspht in cui il popolo ebraico, con l’aiuto di Samuele, sconfigge i Filistei. Nella quinta volta è raffigurato il momento in cui il popolo ebraico chiede a Samuele di indicare il loro re e quello in cui Samuele, seguendo le indicazioni di Dio, incorona Saul come primo re del popolo ebraico, infine si può vedere la scena della legittimazione, attraverso l’unzione del capo, del nuovo re. Nelle pareti sotto la quinta e sesta volta sono raffigurati due miracoli di San Magno, in alto si può vedere la guarigione, dopo le lunghe preghiere del Santo nella cattedrale, della giovane contadina Cita, colpita da paralisi, in basso si vede il Santo che appare e guarisce Andrea, custode claudicante della cattedrale. La scena prosegue con il Santo che chiede, al custode, di raggiungere il vescovo Pietro e convincerlo a tornare ad Anagni nonostante le accuse ingiuste gli fecero gli anagnini. Una piccola precisazione a un certo punto gli abitanti di Anagni accusarono il vescovo di aver rubato una parte del denaro per la costruzione della cattedrale. Sulla parete affianco nella parte alta si vede San Magno che guarisce Italo, storpio a una mano, e gli indica dove scavare per ritrovare le sue reliquie, nella parte bassa è raffigurato Paterniano di Leone mentre torna in vita, per miracolo, al contatto con la tomba di San Magno.

Le scene della volta quindicesima e sedicesima raffigurano un Cristo benedicente circondato dai simboli dei Santi Evangelisti e l’immagine dell’allestimento del trono celeste, ossia l’Etimasia. Nell’abside sottostante vi è l’altare dedicato a Santa Secondina e alle sorelle armene Aurelia e Neomisia, nell’abside è rappresentata la storia della Santa. Nella parte centrale dell’abside si può vedere la conversione di Santa Secondina al Cristianesimo per opera di San Magno, la cattura e la persecuzione della Santa per opera dell’imperatore Decio. La storia continua con il processo, con la Santa che riesce a convertire i carcerieri, con il suo rifiuto a compiere un sacrificio agli Dei pagani, con il suo martirio, con la sua anima che è elevata al cielo, con la traslazione del suo corpo e, infine, con la sua sepoltura. Nel catino absidale vi è il ritratto di Maria, l’imponente Vergine che è dipinta in una particolare tipologia, quella in cui indica, come unica via di salvezza, Cristo, suo figlio. Infine ai lati della finestra sono raffigurate le due sorelle principesse e Sante, Aurelia e Neomisia.

Le scene della volta diciassettesima, diciottesima e diciannovesima, così come quelle del catino absidale raccontano l’Apocalisse, come la descrisse Giovanni, nella diciottesima è raffigurato, con barba e capelli bianchi, Cristo giudicante, dalla bocca fuoriesce una spada, mentre in una mano regge sette stelle e nell’altra due chiavi. Nella diciannovesima appaiono quattro angeli nell’atto di chiudere la bocca di altrettanti demoni, questi ultimi simboleggiano personificano i venti di distruzione. Questa rappresentazione sembra voler significare che il momento della distruzione non è giunto, poiché ancora non sono stati trovati tutti i giusti e non è stato applicato su di loro il Sigillo del Dio Vivente. Sopra la finestra vi è la raffigurazione dell’Agnello Mistico, con i sette corni, i sette occhi e il libro chiuso dai Sette Sigilli, mentre intorno e sotto di lui si possono vedere i simboli dei quattro Evangelisti e ventiquattro anziani in venerazione. Sulle pareti, poste ai lati dell’abside, compaiono la Vittoria, la Guerra, la Carestia e la Morte, ossia i quattro cavalieri dell’apocalisse e i martiri che chiedono giustizia a Cristo. Infine si può notare la raffigurazione del sole che viene oscurato, la luna che diviene color sangue e le stelle che vengono giù dalla volta celeste. In quest’abside è conservato l’altare maggiore, quello dedicato a San Magno e su tutto l’emiciclo dell’abside è raffigurata la sua storia che inizia con la sua cattura. Dopo la cattura, nella città di Fondi, a San Magno fu permesso di pregare ma egli morì, per intervento divino, durante quest’atto, a questo punto i soldati di Decio, non potendolo portare al martirio cominciarono a straziare quel corpo fino a tagliarli la parte superiore della testa. Le raffigurazioni poi mostrano il trasferimento del corpo nella città di Veroli, che fu, però, conquistata dai Saraceni, i quali utilizzarono il luogo di sepoltura del Santo come stalla, ma i cavalli morirono per il sacrilegio commesso. La raffigurazione termina con il re saraceno che riceve l’offerta per il riscatto del corpo del Santo, il vescovo Zaccaria che, insieme a tutta la popolazione, accoglie le spoglie e la sepoltura di San Magno nella cattedrale.

La scena della ventesima volta raffigura il profeta Elia che sale in cielo su una quadriga di fuoco, mentre la ventunesima mostra Abramo che incontra Melchisedec con l’offerta del pane e del vino. Sotto queste due volte vi è la terza abside con l’altare dedicato alla venerazione dei martiri, nell’abside compaiono le loro immagini.

La scena della settima volta mostra i profeti Isaia, Davide, Salomone e Daniele che annunciano la nascita del Messia, mentre sulla parete la Madonna del Latte, che simboleggia la veridicità di quel messaggio.

Sotto l’ottava volta fu posto l’altare del vescovo Pietro, il quale diede il via ai lavori per la Cattedrale e per la Cripta, nella parete leggermente arcuata, vi è un bell’affresco di epoca successiva a quelli della Cripta, infatti, è stato datato al 1324 e attribuito al noto pittore Lello de Urbe e raffigura il Santo vescovo posto tra le Sante Aurelia e Neomisia.

Un percorso artistico e didattico di eccezionale bellezza che lascia letteralmente a bocca aperta, così come l’opera di Michelangelo lascia affascinati i visitatori della Cappella Sistina.

Anagni la città dei Papi

Il Palazzo Comunale, la Casa Barnekow, gli Arcazzi, la Chiesa di Santa Chiara, la Chiesa di San Pietro in Vineis.

La Cattedrale. 

 

Il Museo, il Tesoro, l’Oratorio di Thomas Becket, il Lapidario.    

 

Il palazzo di Bonifacio VIII.

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Dopo aver visitato Anagni possiamo recarci a quella che fu l’ultima dimora di Celestino V

Fumone, il borgo e il Castello.

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