Anagni, il Palazzo di Bonifacio VIII.

by / sabato, 26 maggio 2018 / Published in Il blog, L'Italia che non ti aspetti, Viaggiando .....

Questo palazzo è un edificio di Anagni legato alla figura di papa Bonifacio VIII, anche perché l’8 settembre 1303 fu, secondo la tradizione popolare, lo scenario del celebre “Schiaffo di Anagni”. Quest’avvenimento, che è ricordato anche come l’oltraggio di Anagni, fu probabilmente un’ingiuria morale, anche se, la leggenda narra che Sciarra Colonna schiaffeggiò Bonifacio VIII, con un guanto di ferro. L’oltraggio indignò anche molti avversari politici di papa Bonifacio VIII e celebri persone di cultura, come Dante Alighieri, il quale considerò l’offesa come rivolta a Cristo stesso, così il sommo poeta, nella Divina Commedia, commenta la vicenda:

Perché men paia il mal futuro e ‘l fatto,

veggio in Alagna intrar lo fiordaliso,

e nel vicario suo Cristo esser catto.

Veggiolo un’altra volta esser deriso;

veggio rinovellar l’aceto e ‘l fiele,

e tra vivi ladroni esser anciso. “ (Dante Alighieri, purgatorio, canto XX)

La storia ci insegna che questa vicenda non fu altro che uno degli atti finali dell’ampia e nota discordia esistente tra il Papa e il re di Francia, Filippo IV, Bonifacio VIII auspicava la supremazia del potere spirituale su quello temporale, ovviamente il re desiderava il contrario. Guglielmo di Nogaret, membro del Consiglio di Stato di Francia, che era in Italia nel 1303 per incarico del re, venne a sapere che Bonifacio VIII, dalla sua sede di Anagni, stava per pubblicare la bolla papale “Super Petri solio”. Questo documento doveva rendere ufficiale la scomunica di Filippo IV, appresa la notizia Nogaret si diresse verso la città, in cui trovò l’appoggio incondizionato di Giacomo Colonna, detto “Sciarra”, che in volgare significava “Attaccabrighe”. Fu così, grazie anche ad alcuni traditori, che Giacomo Colonna riuscì a entrare in città a capo di pugno di fanti e cavalieri, forse un migliaio in tutto. Sembra che Bonifacio si ritrovò solo, una tradizione popolare vuole che il papa si nascondesse al secondo piano del palazzo, nella Sala degli Scacchi, che poi prese il nome “Sala dello Schiaffo” e che fu Sciarra Colonna a entrare per primo nella stanza colpendo, poi, il pontefice col famoso schiaffo. La realtà ci dice che il papa fu rinchiuso nel palazzo di famiglia, fu sottoposto a sofferenze, maltrattamenti e soprusi, alcuni hanno formulato l’ipotesi che Guglielmo di Nogaret e Giacomo Colonna volessero costringere il papa, sia a ritirare la bolla, sia ad abdicare o, in alternativa a seguirli a Parigi. In breve tempo, però gli abitanti di Anagni si ribellarono e due giorni dopo l’avvenimento Bonifacio VIII fu liberato, il papa ringraziò, benedì gli anagnini e rientrò a Roma, dove un mese dopo morì. La dipartita del pontefice portò ben presto al controllo del papato da parte francese, infatti, la sede pontificia fu trasferita ad Avignone. A parte il generico attrito tra papato e Impero sembra che i motivi, di questo particolare evento, siano imputabili al fatto che Filippo IV avesse bisogno di denaro, per cui decise di tassare i beni ecclesiastici che erano sul suolo francese. D’altra parte Bonifacio VIII emanò una serie di bolle, in parte ignorate e disattese, alcune addirittura distrutte e falsificate dalla cancelleria francese, finché il pontefice non preparò la bolla della scomunica che doveva essere affissa sulla porta della Cattedrale. Tutta la verità non si saprà mai, certo è che i fattori economici influenzavano molto la politica… ma torniamo al palazzo. Benché l’edificio è ricordato come palazzo di Bonifacio VIII, la sua storia comincia molto prima della salita al soglio pontificio di questo esponente della famiglia Caetani, le fonti ci danno la certezza storica dell’esistenza di quest’abitazione fin dagli inizi del XIII secolo. Tuttavia un’attenta analisi dei materiali usati porterebbe a ipotizzare la presenza di strutture più antiche, quello che le fonti riportano danno la certezza che il palazzo, definito “Maius” per la sua importanza, fu abitato papa Gregorio IX, al secolo Ugolino Conti, ma si è ipotizzato che appartenne a Innocenzo III papa dal 1198, ossia Lotario dei Conti di Segni. Gregorio IX ampliò la costruzione, trasformandola in un elegante palazzo baronale, mantenendo però strutture militari, quando fu eletto papa, nel 1227, Ugolino designò come erede la nipote Maria, figlia del fratello Adinolfo, nell’eredità era compreso il palazzo ma, conservò per se e i suoi familiari, il diritto di abitarlo. In questo edificio, nel 1230, ci fu l’incontro da Gregorio IX e l’imperatore Federico II di Svevia, ormai liberato dalla scomunica in seguito al trattato che si ricorda come la “Pace di San Germano”. Quando Maria morì, il palazzo passò al figlio Mattia, nel 1254 abitò in questo edificio papa Innocenzo IV, eletto al soglio pontificio ad Anagni, nel 1243, e qui incontrò gli ambasciatori del Regno di Sicilia, alla presenza dei cardinali e del popolo. Infine nel 1297 i figli di Mattia, Adinolfo e Nicola, vendettero la proprietà e il palazzo fu acquisito, insieme a altri beni ubicati intorno alla Cattedrale di Anagni, da Pietro Caetani, nipote di Bonifacio VIII e figlio del fratello Roffredo, conte di Caserta. Ad Anagni, i Caetani avviarono, dal 1283, una serie di compravendite fino a divenire proprietari di tutto il quartiere, a cui vanno aggiunte le opere commissionate da Bonifacio VIII, come il grande palazzo, oggi conosciuto come palazzo Traietto; la Cappella Caetani addossata nel 1292 al prospetto meridionale della Cattedrale; la residenza dei canonici; l’ampliamento dell’Episcopio. Il palazzo, con le opportune modifiche, divenne, sia un fortilizio familiare, sia un edificio di rappresentanza, dotato di un apparato decorativo molto ricco. Ovviamente la storia del palazzo continuò anche dopo Bonifacio VIII, i Caetani rimasero proprietari della struttura per diversi secoli, fino al 1690 quando passò, per testamento del marchese Orazio, agli Astalli. Nel 1764 morì Tiberio, ultimo degli Astalli e dato che trapassò lasciando molteplici debiti l’edificio fu riscattato dall’’Opera delle Suore Cistercensi della Carità, e vi annessero la propria Casa Madre settecentesca. Le suore, secondo le proprie esigenze, cambiarono destinazione d’uso a vari ambienti e le sale furono adibite a educandato, a convitto, a granai e a una casa famiglia. Oggi il complesso ospita, la Scuola Materna “Suor Claudia De Angelis”; una foresteria posta sul cammino della Via Francigena; un museo dedicato al palazzo stesso, che conserva una collezione dedicata a Bonifacio VIII e al Lazio meridionale. Gli studiosi non concordano sulle sequenze dei rifacimenti che hanno portato all’attuale forma di questo edificio, c’è chi ritiene che il palazzo abbia subito, nel tempo, quindici interventi strutturali, chi pensa che queste ristrutturazioni fossero sette e chi crede che la forma attuale rispecchi il volere di Bonifacio VIII. Il palazzo si presenta con un corpo principale tipico di una residenza nobile del XIII secolo, all’esterno si possono vedere due grandi arcate in pietra e una scalinata laterale che permette l’accesso al primo piano. Nella parte superiore ci sono cinque finestre bifore che hanno una triplice funzione, quella di abbellire la facciata, di dare luce all’interno e di alleggerire la struttura muraria. In una probabile fase costruttiva posteriore furono aggiunte un’ala, a sinistra del corpo principale e un arco a sesto acuto, oggi completamente chiuso, per collegare i due edifici. Al primo piano del Palazzo sono visibili la Sala Gregorio IX e la Sala intitolata a Madre Claudia De Angelis, le due stanze presentano, al centro, un grande arco in pietra che va a poggiarsi su pregevoli capitelli con elementi architettonici in stile cistercense borgognone, i solai sono lignei. Questi ambienti sicuramente appartengono alla parte più antica dell’edificio, per raggiungere il secondo piano bisogna salire una scala elicoidale in pietra, posta all’interno di quello che una volta era un torrione, al termine della quale, una loggetta con balaustra da accesso alle due sale principali.

La Casa Madre delle Suore Cistercensi della Carità.

Come si è più volte accennato, oggi tutta la struttura è gestita dall’Opera delle Suore Cistercensi della Carità, questa congregazione presente dal XVIII secolo ha, nel tempo, ampliato e ristrutturato il complesso, fino alla prima metà del XX secolo, adattandolo alle proprie esigenze. Oggi il Palazzo di Bonifacio VIII, insieme all’ala settecentesca, fa parte di un intero isolato il quale contiene anche la chiesa dei Santi Cosma e Damiano e dell’Immacolata Concezione, la quale fu riedificata, nel 1736, sulla precedente e omonima chiesa medievale. Inoltre, in questo isolato furono custoditi e mantenuti: la stanza, dove visse la fondatrice dell’ordine, la Serva di Dio Claudia De Angelis e un lapidario molto particolare. Nel lapidario, al piano inferiore della Casa Madre delle Suore, è conservata una collezione di lastre marmoree, molte delle quali recano epigrafi e motivi iconografici, sia in latino sia in greco, sia pagane sia cristiane, queste furono portate qui dal 1720 e provenivano dalle catacombe di: Calepodio, Ciriaca, Commodilla, Domitilla, Priscilla, San Callisto, Sant’Ermete, Sant’Ippolito, Santa Agnese, Santi Gordiano ed Epimaco, e Santi Trasone e Saturnino. Su tutte però risalta una lastra di marmo di alto pregio, su cui è riportata una scena che ha come tema la “Traditio legis” che gli storici ritengono possa essere databile intorno al 390, l’epoca di Teodosio I. al centro della scena vi è Cristo con tunica, mantello, barba e nimbo, con la mano sinistra regge il libro aperto della legge e il mantello, mentre la destra è alzata. La figura alla sua sinistra vi è San Pietro qui raffigurato mentre sostiene sulle spalle una croce e con le mani protese per ricevere il rotolo della legge, mentre quella alla sua destra vi è San Paolo rappresentato con un mantello mentre acclama, l’Agnus Dei è scolpito, con aureola, su un piccolo monte da cui scaturiscono tre fiumi. Ai lati della scena, sono rappresentate due piccole città da ciascuna delle quali escono, sei pecore, infine sono raffigurate palme da datteri su di una vi è una fenice con aureola.

La loggetta.

Si tratta di un passaggio coperto illuminato da sei eleganti bifore, dall’ultima bifora in fondo, si scorge un tratto delle mura, in opera quadrata, dell’acropoli di Anagni, risalenti al II secolo a.C., ciò non è casuale, infatti, tali fortificazioni erano ancora in uso nel medioevo, servivano per delimitare la zona della Cattedrale. Dal palazzo di Bonifacio VIII, che fu eretto appena dopo le mura, si poteva controllare l’accesso, da questa parte, alla cattedrale e alla città.

Sala delle Oche.

Il nome di questa sala deriva dal soggetto presente sulla parete occidentale, la decorazione è data da riquadri romboidali policromi, contornati da fasce di ocra gialla e con dei profili molto particolari, essi s’intrecciano sui vertici degli stessi riquadri e sembrano avere una sorta di perlinatura. In questi riquadri vi sono rappresentati dei volatili in posizioni diverse, generalmente interpretati come oche. Considerando, pero, la diversa forma del becco, la differente lunghezza dei colli, la disuguale posizione dell’occhio, la discordante grandezza del corpo e costatando, poi, che le zampe sono sempre tridattile e mai palmate, si può affermare che in realtà sono descritte circa dodici specie di uccelli, il decoro sembra ispirato al trattato sulla falconeria “De Arte venandi cum avibus” di Federico II di Svevia e su quelle che erano le conoscenze del XIII secolo. Purtroppo la fascia bassa è andata perduta, ma rimane gran parte della decorazione della zona alta che, probabilmente arrivava fino al soffitto con il medesimo decoro. Molto interessante sono i motivi che decorano la parete meridionale, si tratta di una serie di cerchi di ocra gialla disposti in file, sia orizzontali sia verticali, tangenti tra di loro verticalmente e orizzontalmente. All’interno dei cerchi ci sono dei fiori a otto petali, disposti in modo che diano l’idea di un movimento a elica e gli spazi che rimangono sono di forma romboidale con volute sui vertici. Gli sfondi dei cerchi e dei rombi sono caratterizzati da colori chiari e scuri alternati tra di loro. In alto vi è una finestra, ai cui lati sono visibili alcune tracce del decoro della parte alta della parete, è possibile notare anche ciò che rimane del dipinto di un uccello. Sempre la parte alta presenta una fascia decorata con lunghe foglie che vanno a formare degli spazi triangolari contenenti un giglio, mentre finte colonnine, con capitelli a doppia corona di foglie, vanno a terminare la bordatura.

Sala delle Scacchiere.

La sala prende il nome dalle decorazioni sulla parete orientale, qui si possono vedere forme quadrilobate, dipinte in verde e bruno, dentro le quali vi sono delle scacchiere e fiori a otto petali elicoidali, contenuti negli spazi rimanenti. Il tema degli scacchi fa riferimento alla letteratura cavalleresca della fine del XIII secolo, infatti, è su una scacchiera che due eserciti si fronteggiano, in altre parole si tratta dell’arte della guerra e della strategia militare, prerogativa nobiliare, ma anche di un passatempo “Cortese”, una partita a scacchi tra un cavaliere e una dama. Nella parete meridionale sonno raffigurati, in affresco, degli uccelli, all’interno borchie circolari, che, a coppie, si guardano tra di loro, alternate ad altre coppie che divergono, volgendo lo sguardo verso Est e Ovest. I primi, in questo modo, rappresentano l’amore, mentre i secondi volgendo lo sguardo verso i punti in cui sorge e tramonta il sole, simboleggiano l’eterno ciclo del giorno e della notte. Sopra si distingue l’affresco di un giardino fiorito, tema tipico dell’arte Romana che fu ripreso tra il XIII e il XIV secolo. Sulla parete occidentale si può osservare gran parte di un affresco, il quale raffigura losanghe irregolari bordate da una fascia gialla e che richiama le stoffe da tappezzeria. Infine nella sala è possibile vedere anche le decorazioni di uno zoccolo, a finte tarsie marmoree rettangolari e una cornice con tema vegetale.

Sala del Giubileo.

Questa sala, oggi chiusa, coincide con l’antica grande loggia che si apriva su tutta la valle del Sacco, un’area adibita all’avvistamento, in alcuni punti sono rimaste tracce di appoggi di un posto di sentinella posto a oltre sette metri di altezza. La loggia poggia su un massiccio complesso di contrafforti a grandi archi che vanno a disegnare la facciata meridionale del palazzo. Dalle finestre si ha una vasta visuale della valle latina, si può vedere Palestrina e Roma. La sala conserva un’interessante riproduzione, su tela e a grandezza naturale, dell’affresco attribuito a Giotto, della Loggia delle Benedizioni in San Giovanni in Laterano, il quale dovrebbe rappresentare, secondo tradizione, in primo Anno Santo, voluto nel 1300 da Bonifacio VIII. In definitiva quello che oggi è l’ambiente più ampio del museo una volta era una terrazza, utilizzata per l’avvistamento e la difesa.

Le collezioni, il Museo Bonifaciano e del Lazio meridionale.

Sono due le aree tematiche delle collezioni presenti nel Palazzo una ci narra sia l’evoluzione architettonica del Palazzo di Bonifacio VIII, sia ciò che esisteva prima, lo fa con epigrafi, mosaici, documenti, pannelli ed elementi decorativi. La seconda area tematica racconta dell’istituzione e della storia della Congregazione religiosa che tutt’oggi lo abita e lo fa con ritratti, tele, oggetti di uso quotidiano, beni liturgici e iscrizioni. Le due aree tematiche sono conosciute come: “Dimora Mirabile” e “Opera Pulchra”. Il Museo fu allestito da Giuseppe Marchetti Longhi per conto dell’Istituto di Storia e Arte del Lazio meridionale, un lavoro iniziato nel 1950 e terminato nel 1973. Nelle sale del secondo piano è allestita una mostra permanente che ricostruisce e rievoca, in maniera sintetica la storia di Bonifacio VIII e le vicende legate al Lazio meridionale, e lo fa con fotografie, planimetrie, mappe, riproduzioni pittoriche, calchi, plastici, copie di documenti e reperti archeologici. Marchetti volle descrivere la storia regionale con tre grandi sezioni: la prima, inizia dalla preistoria per giungere fino all’epoca classica; la seconda è dedicata al Medioevo, con riferimenti ai pontificati di Innocenzo III, Gregorio IX, Alessandro IV e Bonifacio VIII; la terza e quella rinascimentale e moderna, racconta dei costumi e delle leggende locali.

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Guarda le foto e cliccaci sopra per ingrandirle…

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Oppure:

Anagni la città dei Papi

Il Palazzo Comunale, la Casa Barnekow, gli Arcazzi, la Chiesa di Santa Chiara, la Chiesa di San Pietro in Vineis.

La Cattedrale. 

 

La Cripta di San Magno

 

Il Museo, il Tesoro, l’Oratorio di Thomas Becket, il Lapidario.    

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Dopo aver visitato Anagni possiamo recarci a quella che fu l’ultima dimora di Celestino V

Fumone, il borgo e il Castello.

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