Amiternum, l’antica città italica fondata dai Sabini.

by / sabato, 06 luglio 2019 / Published in Archeologia1, Il blog, Viaggiando .....

Nei pressi di San Vittorino, a circa undici chilometri da L’Aquila sorgeva l’importante città di Amiternum, situata in una posizione strategica tra Roma e la costa adriatica, per questo divenne, ben presto, una prefettura romana e in seguito, in età Augustea divenne municipio. Qui nacquero importanti personaggi quali: Appio Claudio Cieco, questi divenne famoso per aver iniziato, nel 312 a.C., la costruzione della Via Appia e Gaio Sallustio Crispo, che in questa città venne alla luce nell’86 a.C., questi fu un grande storico, meglio conosciuto come Sallustio. Purtroppo bisogna subito dire che di questa grande e importante città restano visibili unicamente il teatro, l’anfiteatro e la pianta di una domus, tutti resti di epoca romana. Vi sono però altre vestigia non accessibili o ancora da scavare, su alcune strutture sono state fatte ricerche, studi e sondaggi per poi tornare a ricoprire, il tutto, con il terreno. Sicuramente ci sono ville di epoca romana una vicina al teatro molto vasta, si parla di cinquemila metri quadrati e chissà quanto altro vi è da scavare. Sopravvisse alla caduta dell’Impero Romano, fu sede di diocesi insieme alle vicine città di Forcona e Pitinum, ma nonostante ciò cominciò per la città un periodo di decadenza che culminò, nel XIII secolo, con la sua totale scomparsa. Il letterato, Marco Terenzio Varrone, sosteneva che gli abitanti di questa città erano chiamati “Atermini” poiché abitavano nelle zone che circondavano il fiume Aterno, del resto il termine Amiternum dovrebbe essere composto da: amnis, intorno e Aternum, il nome del fiume; in altre parole “Sui lati del fiume Aterno”. Il suo nome però non morì con la città, infatti, ancor oggi la Comunità montana è detta Amiternina così come la strada provinciale. Prima di parlare di ciò che oggi e visibile è opportuno fare un breve racconto storico della città, partendo da quando i Romani non erano ancora giunti in queste zone. La città di Amiternum è ben più antica dell’epoca romana, fu una delle più importanti città Sabine. Afferma Marco Porcio Catone che il popolo Sabino ebbe origine in un villaggio, Testruna, posto nelle vicinanze di questa città. La città Sabina trovò sviluppo sui lati del colle di San Vittorino, sembra che fosse un fondamentale centro di scambio tra il Tirreno e l’Adriatico. Amiternum dominò l’alta valle dell’Aterno fino al VI secolo a.C., i suoi abitanti vinsero importanti battaglie e conquistarono, fra le altre, le città di Lista e Cutiliae, all’epoca molto importanti. Da alcuni resoconti storici sembra che gli Amiternini conquistarono queste città con dei combattimenti notturni. Una precisazione, contemporaneamente a questa città ne esisteva un’altra che portava lo stesso nome, ma che si trovava in area Sannita, ovviamente le due città non vanno confuse tra di loro. Ed ecco i Romani… Manio Curio Dentato, Console romano, al comando dell’esercito, nel 290 a.C., conquistò l’intera Sabina, nell’ambito della politica espansionistica di Roma, quindi anche Amiternum conobbe l’occupazione dei Romani. Dentato, che pose fine alle guerre sannitiche, fece espandere Roma nell’Italia centro-meridionale, molte terre dei territori dei Sabini furono distribuite ai cittadini e ai soldati romani, in special modo a questi ultimi, addirittura nacquero di nuove tribù, la Quirina e la Velina, così Amiternum divenne un vero e proprio “Oppidum” romano. Ossia un grosso centro fortificato. Ci fu un processo di assimilazione dei Sabini, tanto che Amiternum fin da subito ricevette la cittadinanza “Sine suffragio”, ossia senza diritto di voto, ma nel 268 a.C., ai cittadini fu concessa la cittadinanza “Ottimo iure”, ciò dava agli Amiternini la possibilità avere un’importanza politica in tutto lo stato. La città diventò una prefettura e crebbe, in continuazione, divenne un grande centro urbano abitato da decine di migliaia di persone. Della storia di Amiternum né parla Virgilio nell’Eneide, il poeta descrive un Pagus originario, ossia una circoscrizione territoriale rurale, al di fuori dei confini della città, di origine preromana e poi romana, da cui si sviluppò la città che sorgeva sul colle di San Vittorino. Oltretutto questo territorio fu attraversato, nel 211 a.C., dall’esercito di Annibale durante la sua marcia di avvicinamento a Roma. Come si diceva la città crebbe notevolmente, tanto che alla fine della Repubblica e inizio dell’Impero romano, il centro si spostò dai piedi del colle verso il fiume Aterno. In età Augustea e precisamente nel 27 a.C. la città fu elevata a rango di Municipium, la sua crescita continuava. Pare ovvio che lo spostamento della città portò un piano urbanistico a uso Romano, fu inserita nella IV Regione Sabina et Samnium, l’attuale Abruzzo e Molise, e non dimentichiamoci che i suoi abitanti avevano diritto di voto, quindi avevano un peso politico nell’Impero. Nella città si sviluppò anche un importante ruolo logistico, infatti, divenne un nodo stradale di notevole importanza posta lungo la via Cecilia che arrivava fino a Hatria, da essa si snodavano la via Claudia Nova e due diramazioni della via Salaria, strada, quest’ultima, che collegava Roma, quindi il Tirreno all’Adriatico. Ci sono testimonianze di culti locali importanti, si adoravano, tra gli altri: Feronia, Ercole e Fortuna. Raggiuse il massimo del benessere e dell’importanza durante il periodo Imperiale, epoca in cui conobbe anche grandi interventi edilizi e viari. Resoconti ci dicono che nel terzo secolo la città era sede vescovile titolo che però perse nel successivo secolo, subì, né 346 o 347, anche un terremoto, che probabilmente non causò troppi danni. Il suo declino iniziò dal IV secolo d.C. quando in Italia imperversavano le guerre gotiche. Con la caduta dell’Impero Romano d’Occidente, gli abitanti cominciarono a lasciare la città e tra il VI e il VII secolo per Amiternum iniziò un periodo di totale abbandono e di completa distruzione. L’amministrazione cittadina, durante il periodo della Prefettura, era retta da un prefetto il quale era coadiuvato da otto membri della locale nobiltà. Quando la città passò allo stato di Municipio fu nominato un collegio di duumviri e decurioni, i quali si riunivano nella Curia Septimiana Augustea. Molto influente era la classe sacerdotale, cosi com’erano prestigiosi gli addetti al culto dell’imperatore, cioè i tresviri augustales. Molte famiglie raggiunsero alte vette nell’amministrazione statale, come gli “Attii”, i “Sallii” e i “Vinii”, fin dal tardo periodo repubblicano, vi era una classe dirigente comprensiva di equites e senatori, sicuramente il più famoso esponente fu lo storico e poeta Gaio Sallustio Crispo, nato, come già accennato, nell’86 a.C., in questa città orologi replica.

Il Teatro Romano.

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Studi approfonditi hanno appurato che il teatro fu la prima costruzione pubblica a essere edificata nella, definiamola così, città nuova, fu posto ai piedi del colle Pretuto, era situato nella cosiddetta Ara di Saturno, a poca distanza dal Foro quindi dal centro della città ed è di epoca Augustea. Iniziò a tornare alla luce grazie agli scavi archeologici che si intrapresero nel 1878. La cavea è per gran parte, ricavata dal pendio della collina, la parte costruita presenta ben otto muri di sostruzioni, alcuni forse appartenenti a edifici precedenti. La cavea aveva un diametro di circa ottanta metri e poteva contenere circa duemila spettatori, aveva perlomeno due ordini, ai nobili e ai dignitari erano riservati i posti in basso, mentre la popolazione sedeva in quelli più in alto. Gli architetti che lo progettarono lo dotarono di un’eccezionale acustica, ogni più piccolo elemento costruttivo fu calcolato a questo scopo. La scena era lunga quasi sessanta metri, era separata dalla cavea da un canale, dove scorreva il sipario, era articolata su due diversi segmenti e aveva elementi strutturali incredibili, alcuni dei quali ancora visibili insieme alla muratura in opera reticolata. Interessantissimo era il sistema che, con l’ausilio di corde, permetteva l’apertura e la chiusura del sipario, il quale si andava ad arrotolare in un locale appositamente costruito, per poi ridistendersi alla bisogna, il tutto accadeva semplicemente tirando, opportunamente delle corde. Vi era anche un canale di scolo che permetteva il deflusso delle acque piovane, torniamo alla cavea anzi al primo ordine oggi ben conservato, del secondo non è rimasto nulla, esso era formato da diciotto gradini. Si diceva che è tutto ben conservato fino al passaggio, con parapetto che divideva la cavea in settori concentrici denominati ima e media cavea, quello che i nostri antenati chiamavano “Praecinctio“ i settori erano quattro, divisi da tre scalette radiali, che ne permettevano l’accesso. Dopo il IV secolo d.C., il teatro fu abbandonato e qualche tempo dopo fu utilizzato come necropoli, ma anche quest’utilizzo ci ha restituito dati e reperti molto interessanti, un’ultima cosa, alcune decorazioni in pietra avevano dimensioni ber precise e calcolate, infatti, se percosse restituiscono, anche oggi, delle note musicali ben precise.

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L’anfiteatro Romano.

L’anfiteatro fu edificato nel I secolo d.C., di piccola grandezza, ma di pregevole fattura e con alcune peculiarità, le sue dimensioni erano sessantotto metri, per quanto riguarda l’asse maggiore e cinquantatré metri per quello minore. Era composto di quarantotto arcate disposte su due piani, da calcoli fatti da studiosi del settore, si è stabilito che potesse contenere seimila persone. Oggi le gradinate in laterizio e le colonne non ci sono più, fatte sparire, per essere in qualche modo riutilizzate, nel corso dei secoli. Si possono però vedere le basi delle colonne fatte di laterizi sagomati. L’arena misurava quarantasei metri per trenta metri, gli ingressi principali, posti a est e a ovest erano abbastanza grandi, circa il doppio degli altri. La tecnica costruttiva usata dagli architetti è in opera cementizia e presenta un rivestimento di laterizi, questo sistema di costruzione è ciò che ha permesso, agli esperti, di datarlo, appunto, al I secolo d.C., fu riportato alla luce nel 1880. È stata ritrovata, nelle vicinanze dell’anfiteatro, un’iscrizione che ci racconta di spettacoli gladiatori organizzati e offerti da Caius Sallius Proculus e da suo padre. Il rivestimento del podio era di marmo, mentre tutto il resto era rivestito di lastre di calcare, comprese le gradinate della cavea, come detto, del tutto depredate.

Le altre Vestigia.

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La città si sviluppò molto e molte furono le strutture pubbliche e private che furono edificate, moltissime distrutte e depredate nel corso dei secoli, altre ancora nascoste sotto i terreni, studiate attraverso dei sondaggi, ma ancor oggi quasi tutte da scavare. Lungo la via Cecilia, nella parte meridionale, si trovavano abitazioni e botteghe di dimensioni ridotte, a est del teatro, dall’atra parte dell’Aterno sono visibili alcuni muri che servivano a contenere le acque del fiume, considerando questo ritrovamento, sembra che il corso dell’Aterno non sia cambiato nel corso dei secoli. A nord del Foro, quindi vicino al teatro, vi passava uno dei due acquedotti che servivano la città e nei pressi del teatro vi è una serie di grandi domus. Vicino all’anfiteatro si possono vedere i resti di un edificio romano tardo, molto particolare, che ha restituito una considerevole quantità di affreschi e mosaici, non visibili in loco. Fu realizzato con una coorte centrale, con un portico e un’aula absidata. Gli studiosi sono convinti che questo edificio abbia subito varie fasi costruttive, ci sono anche tracce di un incendio, il pavimento, secondo quanto raccontato, considerando che è tutto ricoperto e quindi non visibile, è ancora presente e dovrebbe essere mosaicato a forme geometriche con tessere bianche e nere. Si distinguono bene, con mura ben delineate anche se di altezza minima, tre settori: l’ingresso, l’atrium; l’impluvium, una sorta di grande catino per la raccolta dell’acqua piovana, che era di marmo, un marmo particolare che sembra provenisse da un’isola greca; il vano di rappresentanza, il tablinium. Sempre nei pressi dell’anfiteatro vi era un tempio di misure considerevoli, circa cinquanta metri per quaranta metri, di cui sono visibili pochissimi resti, mentre più a nord vi erano le terme e un’area densamente edificata. Sempre vicino all’anfiteatro ci sono i resti di un piccolo tempio e dei giardini, mentre nella parte occidentale del foro vi era una basilica, la curia e un complesso commerciale. Molte sono le epigrafi ritrovate, vario il materiale scultoreo e architettonico rinvenuto, materiali in gran parte conservati nel Museo Archeologico dell’Aquila, compresa la statua del cosiddetto Signore di Amiternum, ma molti sono custoditi nell’area archeologica. Nei pressi del teatro, infatti, sono conservati fregi, colonne e lapidi rinvenute dagli scavi, materiale sia di epoca Romana sia Medioevale, mentre sul colle vi sono le antiche vestigia delle strutture difensive prima dello spostamento della città. Molto materiale edilizio di Amiternum fu riutilizzato nel paese di San Vittorino, la chiesa romanica di San Michele Arcangelo, e ricca di questi resti, così come le catacombe a cui si accede dalla chiesa stessa. Basta dire che il percorso delle catacombe passa attraverso una sala molto particolare, il soffitto è a volta ed è retto da colonne provenienti dallo spoglio della città. Inoltre, all’interno della catacomba vi sono varie iscrizioni romane incastonate nelle pareti. Lo studio della città di Amiternum ha restituito molto, ma a detta degli studiosi, ben altro può dare, poiché moltissimo è ancora nel sottosuolo e non si sa nemmeno quello che ci può riservare. Basta camminare su alcuni terreni per capire che il sottosuolo conserva qualcosa, quanto? Di che pregio? Di quale importanza storica e archeologica? Non si saprà mai, se non s’inizia una vasta campagna di scavi. Perdonatemi questa vena polemica, ma in Italia ancora non si capisce quanta ricchezza può derivare dall’investire risorse sulle ricerche storiche, archeologiche, artistiche e più in generale culturali.

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