Villa d’Este (Prima parte)

by / domenica, 06 settembre 2015 / Published in Il blog, Viaggiando .....

La storia

Papa Giulio III del Monte appena eletto al soglio di Pietro, volendo ringraziare il cardinale d’Este, che aveva contribuito in modo significativo alla sua elezione, nominò il porporato governatore di Tivoli e di tutto il suo territorio. Il cardinale Ippolito II d’Este fece un ingresso trionfale ma, ben presto si rese conto che doveva abitare in uno scomodo e vecchio convento che era annesso alla chiesa di Santa Maria Maggiore, voluto e costruito dai frati benedettini e in quel periodo, nel 1550, gestito e parzialmente adattato a residenza del governatore dai frati francescani. Ippolito, figlio di Alfonso I d’Este e di Lucrezia Borgia, nato a Ferrara nel 1509 e morto a Roma nel 1572, era abituato a ben altro sia nella sua Ferrara che a Roma, però la zona di Tivoli era di suo gradimento, sia per l’aria che si respirava, sia per i reperti romani che abbondavano in quei luoghi, il Cardinale era un cultore di antichità romane. Quindi prese la decisione di trasformare il convento in una villa che fece edificare sul terreno che fu sede di una villa romana, la sua costruzione sarebbe avvenuta contemporaneamente a quella del maestoso palazzo di Roma destinato ai ricevimenti ufficiali. I lavori furono affidati all’architetto Pirro Ligorio che aveva già effettuato, in quei luoghi, ricerche e scavi archeologici, aveva anche studiato la morfologia e la geografia di quei terreni in maniera molto approfondita, realizzando un’imponente opera manoscritta che fu alla base della progettazione della villa. Si decise di trasformare gli ambienti del governatorato, secondo le esigenze del porporato, annettendovi l’edificio ancora utilizzato dai francescani e ristrutturando l’intero complesso allo scopo di realizzare un palazzo imponente e stupendo, il giardino, assolutamente innovativo per la qualità e la quantità di fontane, si doveva realizzare nel terreno retrostante il convento, in quella contrada che era denominata Valle Gaudente, già nel 1550 il cardinale cominciò ad acquistarne le proprietà, l’Aniene sarebbe stata la fonte per approvvigionamento idrico. La costruzione non progredì velocemente in quanto Ippolito II ebbe molti impegni diplomatici tra i quali la luogotenenza di Siena, su incarico di Enrico II di Francia, tornò nella cittadina nel 1555, voleva iniziare i lavori della villa, ma poco dopo fu mandato in esilio da Papa Paolo IV, fu ritenuto colpevole di simonia, il commercio di beni sacri spirituali. Fu riabilitato da Papa Pio IV e fece ritorno a Tivoli nel 1560, iniziarono così i lavori della villa ma, non senza sorprese ed intoppi, l’acquisizione dei terreni e lo smantellamento delle precedenti strutture durò circa nove anni tra le continue proteste degli abitanti, nel 1568 il cardinale aveva collezionato almeno dodici querele, la realizzazione delle enormi opere di livellamento, sbancamento e terrazzamento del terreno andarono avanti, contemporaneamente si costruirono le canalizzazioni idriche e si scavò il condotto, lungo poco meno di seicento metri, per raccogliere le acque dell’Aniene. I lavori nel palazzo avvennero principalmente tra gli anni 1565 e 1566, la decorazione pittorica delle sale centrali del piano inferiore la di deve a un numero non precisato di pittori divisi in squadre che furono dirette da Girolamo Muziano e da Federico Zuccari, tali lavori ripresero, negli anni tra il 1567 e il 1569, da squadre di stuccatori e pittori dirette da Girolamo Muziano, Livio Agresti, Cesare Nebbia e Durante Alberti, nei due successivi anni si aggiunse Matteo Neroni e nel 1572 tornò Federico Zuccari. I lavori del giardino, impostato su una serie di percorsi ortogonali, dopo le opere in muratura dirette da Tommaso da Como, furono seguiti direttamente da Pirro Ligorio, che ritornò al servizio del cardinale tra il 1567 e il 1568, che si avvalse di validi artigiani, tra gli altri, dei fontanieri Curzio Maccarone, Luc Leclerc e Claude Venard; degli stuccatori Paolo Calandrino e Luca Figoli; degli scultori Giovan Battista della Porta, Pirrino del Gagliardo, Giovanni Malanca, Pierre de la Motte; inoltre si affidò a valenti scalpellini, mosaicisti e ceramisti. La figura di Ippolito doveva essere nobilitata da questa immane opera, tutti i temi simbolici, allegorici e celebrativi dovevano, in modo unitario, finalizzarsi a tale scopo così come tutta la composizione architettonica, nonché le molteplici fontane i percorsi e i giochi d’acqua, persino la sistemazione della vegetazione doveva mostrare la grandiosità del cardinale così come le pitture e gli arredamenti degli interni. Ippolito d’Este non poté godere a lungo della maestosità della villa che fece costruire, morì il due dicembre 1572, per testamento la villa passò al nipote Luigi il quale proseguì il lavoro dello zio, si occupò delle manutenzioni avvalendosi di Giovanni Alberto Galvani e, dal 1585, di Flaminio Ponzio, questo fu un periodo in cui le visite di personaggi illustri si susseguirono continuamente, la fama assunta dalla villa era molto alta. Dopo la morte di Luigi, la villa passò ai cardinali decani che la abbandonarono, quando fu nominato cardinale Alessandro d’Este, nato nel 1538 e morto nel 1624, iniziò un vasto programma di lavori, fu ingaggiato l’architetto Gasparo Guerra che si avvalse dei fontanieri, Orazio Olivieri, Curzio Donati e Vincenzo Vincenti, l’intervento dell’architetto non si limitò al solo restauro, ma costruì nuove fontane e apportò varie modifiche all’assetto del giardino, nel 1621 papa Gregorio XV assegnò definitivamente la villa alla casata dei d’Este. Tra gli anni 1660 e 1661 il cardinale Rinaldo I fece costruire due fontane a Gian Lorenzo Bernini e nel 1670 commissionò un’estesa campagna di interventi diretti da Mattia de Rossi. La manutenzione della villa continuò sotto il duca Francesco II, ma dopo il 1695 iniziò la decadenza della villa, che per quasi due secoli vide soltanto abbandoni spogliazioni, nel 1751 il palazzo fu spogliato degli ultimi arredi e le collezioni di sculture antiche, che adornavano le fontane, furono smembrate e vendute a vari compratori e si dispersero in tutta Europa. La situazione non migliorò di certo dopo il 1796 quando la proprietà fu trasferita agli Asburgo-d’Este, la villa fu definitivamente abbandonata e subì l’occupazione delle truppe francesi per ben due volte. Lo scempio durò fino al 1850 quando il cardinale, Gustav von Hohenlohe, cercò di ripristinare, anche se parzialmente, il prestigio della villa, in quegli appartamenti tornarono ad essere frequentati da artisti, letterati e musicisti, Franz Liszt vi soggiornò più di una volta. Quindi si giunge al secolo scorso, dopo la prima guerra mondiale lo stato italiano divenne proprietario della villa, nel 1922 la direzione generale antichità e belle arti cominciò una vasta campagna di restauri delle architetture e del verde, che periodicamente vennero ripresi e che continuano anche oggi, permettendo la fruizione di questo capolavoro del Rinascimento italiano a tutti.

Il Palazzo.

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Il palazzo

Dall’appartamento superiore una scala di rappresentanza, molto scenografica, permette di scendere nell’appartamento nobile un lungo corridoio caratterizzato da tre fontane dà la possibilità di entrare nelle stanze che affacciano tutte sul giardino.

La sala di Noè fu progettata da Girolamo Muziano le pareti furono affrescate da Matteo Neroni, la stanza è totalmente affrescata, le decorazioni simulano arazzi tendaggi e scorci di paesaggi, sulla volta, dipinta da Durante Alberti è rappresentato il sacrificio di Noè e la descrizione delle quattro stagioni. Da questa sala si poteva accedere al giardino segreto.

Sempre da questa sala si passa sia alla sala del Mosè, sulla volta della quale vi è l’affresco di Mosè nell’atto di far sgorgare l’acqua per dissetare gli Ebrei, sia a quella di Venere molto diversa dalle altre, contiene solo la Venere circondata da Amorini sulla volta, inizialmente vi era una finto antro, dove scorreva dell’acqua, in cui era posizionata la statua di Venere sdraiata che fu fatta rimuovere e la grotta dedicata alla Madonna di Lourdes.

Si prosegue nella prima sala Tiburtina affrescata da Cesare Nebbia e i suoi allievi gli affreschi si ispirano ai miti del territorio, vi è Ercole che combatte contro Albio e Bergio e il mito di Vulcano, sulla volta gli affreschi sono molteplici, lo sbarco nel Lazio dei tre fratelli Tiburto, Catillo, e Coriace, su una parete è rappresentata la decima fatica di Ercole.

Nella seconda sala Tiburtina è rappresentato, sulla volta, il trionfo di Apollo, vi è poi raffigurata la personificazione dei fiumi tiburtini, la sibilla Tiburtina e l’Aniene.

Si può poi passare al salone delle fontane, Calandrino scolpì una fontana rustica addossandola ad una parete, le decorazioni sembra sia state eseguite da Taddeo Zuccari e da Girolamo Muziano o perlomeno dai loro allievi, probabilmente terminate da Federico Zuccari, al centro della volta è rappresentato il convitto degli Dei e nei riquadri laterali sono presenti affreschi che ci raccontano dei sacrifici che venivano offerti a Diana, a Bacco, a Cerere, ad Apollo, sulla parete vi è un affresco che rappresenta, in modo significativo, il progetto originario della villa, molto particolare è la riproduzione, vicino all’angolo di una parete, di una finta parta da cui si affaccia un gentiluomo, un’altra finta porta è dipinta sulla parete opposta e qui si affaccia una dama con un leopardo al guinzaglio. Da questa sala si può raggiungere, attraverso una bella loggia, il giardino.

Se si prosegue si possono vedere altre quattro stanze, quella delle fatiche di Ercole, che sono descritte da affreschi distribuiti lungo le pareti, mentre sulla volta è dipinto il concilio degli Dei le opere sono di Girolamo Munziano e di Federico Zuccari, la seconda è quella della nobiltà mentre la terza è quella della gloria degli d’Este, queste ultime due sono state affrescate dagli stessi autori della prima, mentre la quarta e ultima sala, quella della caccia, vi sono rappresentate scene venatorie eseguite dal Tempesta, anche da quest’ultima sala si può accedere al giardino attraverso una scala a chiocciola.

Le stanze private, quasi sicuramente abbellite da arazzi, la decorazione delle quali fu affidata a Livio Agresti che eseguì sia personalmente sia guidando i suoi allievi. Il salone centrale fu affrescato con le personificazioni della Saggezza, dell’Umanità, della Carità e della Pazienza, raffinatissimo è il soffitto ligneo della camera da letto del cardinale e gli affreschi rappresentanti la Pietà e la Sicurezza, le altre due stanze rimanenti, l’anticamera e il camerino, sono decorate con le virtù e con busti di filosofi greci, la bellissima cappella privata ospita un’immagine, riproduzione di una pala andata perduta di Lelio Orsi, della Madonna della Ghiara, poi ancora dipinti di profeti e di sibille, vi sono infine affreschi che rappresentano storie della Vergine.

Dal 2001 Villa d’Este è stata riconosciuta dall’U.N.E.S.C.O. patrimonio dell’umanità

 

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